L'antica fame del Mezzogiorno nasce con l'Unità d'Italia

Cultura | 10 maggio 2019

Quando nasce la questione meridionale? Guilherme de Oliveira e Carmine Guerriero non hanno dubbi. E’ chiaro già dal titolo di un recente saggio, breve ma molto denso: “La questione meridionale? Nasce con l’Unità d’Italia”. Lo studio è stato riportato da “La Voce.Info” il 19 marzo scorso, versione a cui facciamo integrale riferimento in queste pagine. Tre mesi prima, nel numero di dicembre 2018, pagine 142-159, era stato pubblicato in inglese sulla “International Review of Law and Economics” con il titolo “Extractive states: The case of the Italian Unification”.

Carmine Guerriero è ricercatore senior del Dipartimento di Economia Politica dell’Università di Bologna. Guilherme de Oliveira, portoghese, è un economista della statunitense “Columbia Law School” ed ha anche ricoperto importanti incarichi politico-amministrativi nel suo paese. Numerosi i commenti che lo studio ha suscitato su “La Voce.Info” per la sua impostazione logica e metodologica, sia positivi che negativi, ai quali Guerriero ha puntualmente e pazientemente replicato.

Secondo i due analisti la divaricazione tra Nord e Sud inizia con l’Unità nazionale. Ed a favorirla sono state le politiche economiche dei primi governi dopo l’unificazione dell’Italia. Una lezione che andrebbe tenuta a mente ancora oggi, quando si parla di autonomie differenziate.

Iniziamo la riproduzione delle tesi di Guerriero e de Oliveira da “La Voce.Info” facendo un salto indietro di parecchi secoli. Secondo diversi studiosi l’origine dell’attuale divario economico tra Nord e Sud sarebbe da ricercare nella esperienza comunale medievale. Avrebbe aiutato il Nord a sviluppare un maggiore civismo e, quindi, mercati più competitivi e un’amministrazione più efficiente (a sostenere questa tesi Putnam e altri). L’ipotesi è coerente con le altre spiegazioni del fenomeno: il maggiore potere delle élite latifondiste ((tesi di Emanuele Felice), la natura più marcatamente feudale (come sosteneva Antonio Gramsci) e la maggiore arretratezza tecnologica (rilevata da Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino) che caratterizzava il Regno delle Due Sicilie rispetto agli altri stati preunitari.

Ma, per quanto attraente nella sua linearità, l’ipotesi risulta troppo semplicistica. Due recenti risultati chiariscono il perché. Secondo Serra Borambay e Carmine Guerriero la correlazione tra il civismo di oggi e l’inclusività delle istituzioni politiche medievali svanisce se si considera il civismo passato. Mentre Giovanni Federico, Carlo Ciccarelli e Stefano Fenoaltea e Paolo Malanima documentano che i due blocchi erano parimenti sottosviluppati nel 1861 a causa della scarsità di capitale umano, capitale reale e infrastrutture.

Sulla scia di tali risultati de Oliveira e Guerriero mostrano in questo loro saggio sulla correlazione tra unità d’Italia e questione meridionale come gli attuali divari Nord-Sud si aprirono principalmente a causa delle politiche economiche dei primi governi postunitari. Dominati, si badi bene, dall’élite settentrionale: produsse l’85 per cento dei presidenti del consiglio, tutti i prefetti e il 60 per cento dei vertici amministrativi (come ha documentato Christopher Duggan). Quei governi favorirono, tra le tredici regioni annesse dal Regno di Sardegna nel 1861, quelle più vicine ai confini militarmente più rilevanti per i Savoia e minarono civismo, capitale umano e crescita nelle più distanti. Ovviamente le prime sono da individuare nelle regioni del Nord, le seconde in quelle meridionali.

La riforma protezionistica del 1887, per esempio, non salvaguardò l’arboricoltura meridionale schiacciata dal declino dei prezzi internazionali degli anni Ottanta ma protesse le industrie tessili e siderurgiche settentrionali sopravvissute al periodo liberista grazie alle commesse statali (come dimostra Guido Pescosolido). Una logica simile guidò, poi, le bonifiche agrarie, l’assegnazione del monopolio del conio alla piemontese Banca Nazionale, l’affidamento dei monopoli nella costruzione e operazione di navi a vapore alle genovesi Rubattino e Accossato-Peirano-Danovaro. E, soprattutto, la spesa pubblica nella rete ferroviaria che rappresentò - pensate un po’ - il 53 per cento del totale tra il 1861 e il 1911 (questi temi sono stati analizzati da Giovanni Iuzzolino ed altri).

A peggiorare la situazione, quell’investimento pubblico fu in buona parte finanziato da imposte sulla proprietà fondiaria altamente squilibrate. La riforma del 1864 fissò, infatti, un “contingente” di 125 milioni da raccogliere per il 10 per cento dall’ex Stato pontificio, per il 40 per cento dall’ex Regno delle Due Sicilie e per il 21 per cento (29 per cento) dall’ex Regno di Sardegna (resto del Regno d’Italia). Date le differenze tra i catasti regionali e la conseguente impossibilità di stimare la redditività agraria, queste politiche fiscali, insieme alla mancanza di un efficiente sistema bancario, ebbero al Sud conseguenze estremamente negative sugli investimenti privati (come ha dimostrato Giannino Parravicini) nonostante la perequazione avviata nel 1886. Nei decenni successivi un fiorente settore manifatturiero si affermò nel Settentrione mentre il connubio tra limitata spesa pubblica e alta tassazione compromise, nel resto della penisola, l’agricoltura orientata all’esportazione, il settore industriale e la relazione tra cittadini e stato, come suggeriscono le 150 mila vittime del brigantaggio e l’emigrazione di massa di inizio Novecento (lo ha evidenziato Vera Zamagni).

Guerriero e de Oliveira si sono focalizzati sul periodo 1861-1911, nel quale le politiche economiche variarono a livello regionale. L’economia nazionale era allora prettamente agraria. Perciò i due analisti hanno scelto come misura diretta dell’imposizione fiscale il gettito delle tasse sulla proprietà fondiaria pro capite in lire dal 1861 e lo hanno messo in relazione con la produttività dell’agricoltura orientata all’esportazione a una misura inversa dei costi di esazione e alla misura inversa della rilevanza politica. Le stime effettuate mostrano che prima dell’unificazione la tassazione diminuiva con la produttività agricola di ciascuna regione ma non era legata alla sua rilevanza politica. Dopo il 1861 è vero il contrario. I risultati sono coerenti con il maggior potere militare, e quindi impositivo, dello stato postunitario. Inoltre le variazioni nella tassazione (misurate dalla differenza tra gettito pro capite postunitario e quello previsto attraverso le stime preunitarie) e il peso delle altre politiche impositive sono legati a un maggiore deterioramento del civismo, a un più lento calo dell’analfabetismo e a una minore crescita.

Va poi escluso che quelle politiche fiscali fossero l’inevitabile prezzo per partecipare alla seconda rivoluzione industriale (come sostiene Rosario Romeo). In primo luogo non hanno modificato il valore aggiunto del settore manifatturiero. In secondo luogo mentre l’investimento ferroviario preunitario fu guidato dal bisogno di trasportare grano quello postunitario fu determinato solo dalla rilevanza politica e fu inutile nella creazione di un mercato interno che assorbisse le produzioni più penalizzate dal calo della domanda internazionale.

Dalla dinamica istituzionale che ha caratterizzato l’inizio della nostra storia unitaria si può dunque trarre una lezione utile ancora oggi: politiche economiche che favoriscono solo una parte del paese possono avere un impatto drammatico e duraturo sulle scelte del resto della nazione.

In questo senso una conclusione è inevitabile. Ma non conclusione “storica”. Aggiornata, piuttosto, alle vicende di questi mesi. Tale da attualizzare una questione già plurisecolare in quanto iniziata nella seconda metà dell’Ottocento: lo scontro sul federalismo differenziato di alcune regioni del Nord è solo l’ultima manifestazione della questione meridionale.

 di Pino Scorciapino

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