L'inquieto scrivere la vita di Gesualdo Bufalino nel vago Novecento

Cultura | 15 novembre 2020
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«Alla sua rivista e al suo direttore non concedo interviste». Comiso, un vago Novecento. Luogo della conversazione, il salotto dello scrittore Gesualdo Bufalino. Inutile reiterare l’invito. Il volto dai tratti puntuti, si irrigidì, fino a rivelare un ossuto profilo di airone. «La prego di non insistere». Lo scrittore premio Strega, certificò così tutto il suo risentimento, senza venire meno al suo proverbiale garbo signorile.

Nel corso di quasi quaranta anni di scorribande giornalistiche, quella di Bufalino, è stata la mia unica bocciatura. Fino ad allora, avevano accolto l’invito tutti: artisti, politici e furfanti di ogni genere. Ma il tratto singolare, bizzarro, di questa vicenda, era che condividevo pienamente il risentimento di Bufalino e il suo diniego. La rivista evocata era “Kalòs, arte in Sicilia”, Aldo Scimè il suo direttore, un intellettuale di primo piano nel panorama culturale siciliano. Il direttore mi aveva spedito da Palermo alla volta di Comiso. Un viaggio in diagonale attraverso la “Terra tricuspide arata dal vomere della storia”, per dirla con Bufalino. Subodorato il finale di partita, avevo chiesto una sorta di patronage al fotografo Giuseppe Leone. L’artista ragusano, vantava una lunga frequentazione con lo scrittore. Giungemmo in una Comiso intabarrata da un’irreale e metafisica nebbia. Bufalino, ci accolse con signorile ospitalità. Sedeva compunto, impeccabile nella sua eleganza d’antan. La cravatta faceva capolino dal pullover che aveva la stessa tonalità pastello del salotto. Le pareti gravide di libri. Una conversazione, piana, pacata, di circostanza. Con una punta di stizza, quando accennammo al crescente fenomeno leghista. Fu mera illusione l’aver guadagnato quella fiammata infervorata. Inesorabilmente, l’untuoso e caramelloso tentativo di blandirlo, giunse al dunque: il motivo della mia presenza a Comiso. Svelato l’arcano mistero, si illuminò il volto di Bufalino, come quello di uno spadaccino al momento de l’en gard. Attese qualche tempo, non senza compiacimento. Senza scomporsi, puntò lo sguardo in altra direzione. Quasi ad anticipare la sonora bocciatura che si apprestava a certificarmi. Prima di proferire parola, dispiegò il palmo della mano nella mia direzione, per tutta la sua ampiezza, come una sorta di cartello stradale di divieto. Dopo, quel tempo immobile, giunsero le sue parole, come nel bel mezzo di una pochade surreale: «Alla sua rivista e al suo direttore non concedo interviste». Sentenziò scandendo parole secche, un sibilo, come una scudisciata, una bacchettata da maestro. Questa vicenda, il suo racconto, assumono oggi questa inedita connotazione teatrale. Sapevamo già, tutti i protagonisti dell’incontro, quale sarebbe stata la risposta. Tutto quel tempo immobile, quel rondò di detto e non detto, l’attesa, il viaggio, il patronage, le frasi di circostanza, l’untuosità tartufata, valevano più dell’intervista. L’aspetto ancor più delizioso di tutta questa vicenda, sta nella motivazione che sottende al diniego bufaliniano. L’accusa pendente era quella di reiterata partigianeria letteraria. La rivista, il suo direttore, e l’agognate intervistatore, si erano macchiati di un grave reato. Tutti schierati in una singolare tenzone letteraria, quella che vedeva contrapposti gli scrittori Vincenzo Consolo da una parte e Gesualdo Bufalino dall’altra. Oggetto del contendere, la presunta eredità letteraria di Leonardo Sciascia, scomparso nel novembre del 1989. Una sorta di Cavalleria rusticana che aveva infervorato le redazioni dei giornali e i salotti letterari. Ovviamente, ed è questa la dura realtà, Leonardo Sciascia non lasciò alcun erede letterario.

Prima del congedo, fermi sull’uscio di casa, chiesi a Bufalino un autografo da apporre sulla copia de “Le menzogne della notte” che avevo portato con me. Richiesta che sembrò sortire l’effetto di un inaspettato rabbonimento. Vergò un lungo messaggio sul frontespizio. Socchiuse le ante del libro, con esse anche l’ultima illusione di approvazione, mi consegnò il volume. In macchina, Peppino Leone se la rideva fragorosamente, divertito fino alle lacrime. La captatio mielosa si era miseramente infranta al cospetto della risoluta caparbietà dello scrittore di Comiso.

Mi imbatto ancora in Gesualdo Bufalino e Giuseppe Leone, a distanza di tre decenni da quel lontano episodio. Il pretesto, le celebrazioni legate al centenario della nascita di Bufalino. Per l’occasione, Giuseppe Leone pubblica un libro fotografico dedicato allo scrittore. Un libro tanto minuto quanto raffinato. Lo scrittore di Comiso appare solo in una foto introduttiva. In maniche di camicia, galleggia in un’accecante luce di riverbero, quasi aggrottato nel paesaggio ibleo. Il resto del racconto fotografico è affidato a una serie di immagini di Camarina e della foce del fiume Ippari. Scenario della presentazione del libro fotografico, la corte del castello di Donnafugata. Dopo trenta anni, ripercorrevo lo stesso viaggio diagonale. Questa volta, accompagnato da mio nipote Gaetano, giovane studente di Lettere a Bologna in vacanza in Sicilia in un agosto irreale, di smarrimento. L’emergenza di pandemia limitava la presenza degli spettatori. L’emozionale corte del castello è luogo di evocazioni, narra di impareggiabili rapimenti di regine di Navarra. Nell’attesa, l’ennesimo incontro eccentrico che sembra scivolato da una pagina di Mrożek. Giuseppe Leone mi presenta Salvatore Schembari, editore, gallerista, raffinato cinéphile, tra gli amici più intimi di Bufalino. Schembari, misteriosamente, mi confida che proprio nella corte del castello di Donnafugata, un giovane Gesualdo Bufalino tenne uno dei suoi primi interventi pubblici. Presenziava alla proiezione di un film francese: “La fin du jour”. Una pellicola del 1939 firmata dal regista Julien Duvivier. Il film è un omaggio alla gente di teatro, ambientato in una casa di riposo per attori. La storia è incentrata sui tre protagonisti e il loro egocentrismo da teatranti. Tra i presenti venuti ad assistere alla presentazione del libro di Leone, seduta in prima fila, anche la vedova dello scrittore di Comiso, la signora Giovanna. La serata si apre con una vecchia registrazione audio. La voce è quella di Gesualdo Bufalino, quella compassata, composta, udita tanti anni prima nel suo salotto. Gesualdo declama una delle sue poesie, “Al Fiume”:


Ippari vecchio, bianchissimo greto

a te ho consegnato la mia infanzia,

l’empia novella t’ho raccontato.

Come serpi nelle tue crepe

stanno tutti i miei giorni ad aspettarmi,

sotterrata nell’acque tue

c’è la pietra del mio cuore.

Ippari vecchio, fiume di vento,

voglio un’estate venirti a trovare.

Quanta rena di tempo è volata

fra le tue sponde di luce veloce,

quante tacquero trecce scellerate

ai davanzali che non scordo più

Ah moscacieca d’occhi e di scialli,

ah vaso mio di basilico scuro,

bocca murata dell’amor mio!

Ippari vecchio, fiume ferito,

fammi sentire la tua voce ancora.

Per strade rosse me ne sono andato,

per strade nere ritornerò;

col guizzo estremo d’aria fra le labbra

da lontano il tuo nome griderò.

Arrivare potessi alla tua foce

di crete pigre, di canne dolenti,

dove ti cerca sterminato il mare.

Ippari vecchio, zingaro fiume,

dove tu muori voglio anch’io morire.

Le parole di Bufalino, i suoni, sembrano rimbalzare amplificandosi sulle pietre della corte. “(…) Poi il tramonto, al vespero, quando nel cielo appare la sfera d’opalina, e l’aere sfervora, cala misericordia di frescura e la brezza del mare valica il cancello (…)”. Così avrebbe scritto in questa circostanza l’antico, meraviglioso, antagonista; Vincenzo Consolo.

Tutti questi accadimenti, gli incontri, lo scenario emozionale, si sono tradotte quella sera, nelle mie pubbliche scuse rivolte all’indirizzo della signora Giovanna e all’ineffabile professore Bufalino. Un riconoscimento, tardivo, alla genialità e all’erudizione della scrittura bufaliniana. Dopo l’intervento, volgendo il capo, a destra della corte, nella penombra di un accesso con il tetto a volta, ho avuto l’illusione di scorgere un uomo e il suo profilo ossuto di airone. Dopo i saluti di commiato, in macchina sopraffatto dai ricordi, ho smarrito la strada di un viaggio al termine della notte. La salvezza, grazie al cellulare di mio nipote Gaetano, aveva la voce femminile e metallica di Google Maps.

Notte fonda quando guadagno il mio giaciglio di approdo. Non prima di aver cercato il libro di Bufalino, quello che recava la sua dedica. Sul frontespizio però troneggiava una scritta ormai quasi svanita. Leggibile solo la firma dello scrittore. La dedica, era stata vergata con un pennarello, l’inchiostro si era quasi del tutto volatilizzato. L’ennesimo calembour di Gesualdo. Voltando pagina, l’esergo di Bufalino: “A noi due”. A noi due, en gard, dunque.

Scorrendo le pagine de “La menzogna della notte” si sovrappongono particolari di verità. Si dispiega la storia di un addio nell’ultima notte di condannati a morte, prigionieri in una fortezza arroccata su un’isola. I protagonisti, rinchiusi in una cella, nottetempo, tentano di esorcizzare la morte con le parole. Sono il giovane Narciso Lucifora, il barone Corrado Ingafù, il guerriero Agesilao degli Incerti e il poeta beffardo, Saglimbeni che così sentenzia:

«Io sono cresciuto indiviso – come un pesce nell'acqua di due bocce comunicanti - fra verità e menzogna, fra menzogna e verità. Al punto di non distinguere più la parete di vetro dall'aria, la cabala dalla vita».

Dunque, esiste un margine tra la menzogna e la verità?

La realtà è solo una proiezione della nostra mente?

(Nella foto: Archivio Piero Guccione. Ritratto di Gesualdo Bufalino)


 di Concetto Prestifilippo

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