L'Italia non può ripartire senza il Mezzogiorno

Politica | 15 giugno 2020

Siamo seduti sull’orlo di un baratro epocale, occorre concretezza nelle proposte per la ripartenza. In tale direzione va il ripetuto richiamo del Presidente della Repubblica alle classi dirigenti del Paese. Gli Stati Generali in corso a Villa Pamphili possano costituire, per l’Italia e l’Europa, una buona base per superare, con azioni innovative, la crisi economica e sociale del Paese accelerata e aggravata dalla pandemia da Corona Virus. Essa, nel mondo e ancora di più in Italia, ha messo allo scoperto la crescita di povertà e di disuguaglianza sociale, la crisi ambientale (dalla quale è nato anche il Coronavirus) e del modello di sviluppo neoliberista perseguito in questo ultimo trentennio a livello globale. La cattiva gestione della globalizzazione ha suscitato rifiuto e rabbia sociale degli esclusi, dal ceto più povero a quello medio impoverito, ha favorito i populismi e i sovranismi e le tendenze neoautoritarie. Purtroppo sinora questa crisi non è stata fronteggiata adeguatamente da un pensiero culturale, politico, ideologico alternativo per la difesa dell’uguaglianza, subordinandola alla meritocrazia, alla “mano invisibile del mercato, alla riduzione della protezione sociale, alla precarietà del lavoro”. Ciò minaccia di consegnare il Paese alla destra più retriva che sa cavalcare la rabbia sociale, suscitando xenofobia, razzismo, sovranismo senza saper proporre nulla di concreto per rimuovere le diseguaglianze e la povertà. Per queste ovvie e ripetute considerazioni esprimiamo, come Centro studi, la nostra preoccupazione per la scarsa incidenza e assenza, sinora, nel dibattito politico, compreso quello di Villa Pamphili, dei temi concernenti lo sviluppo del Meridione, del condizionamento a livello nazionale e transnazionale dell’economia criminale e della corruzione, dell’evasione e dei paradisi fiscali. Se non riparte il Sud assieme al Nord, non riparte il sistema Italia. Di fronte alle sollecitazioni e le proposte degli osservatori specializzati (Svimez, Asvis, OBI, Sindacati, Pmi, Terzo settore, Alleanza Istituti meridionalisti) che il Centro Studi condivide, sinora si sono viste poche azioni concrete.
Troppi lunghi - di fronte all’accelerazione della crisi - i tempi dell’azione governativa tra promesse di intervento e il raggiungimento dei soggetti in crisi (lavoratori, giovani, imprese, territori, servizi sociali, culturali, sanitari, creditizi, fiscali, scuole , università e ricerca ). La lentezza di attuazione di quanto promesso alimenta sfiducia e rabbia, allontana i cittadini dalla politica e scoraggia i giovani per l’incertezza del loro futuro.
Il sistema Italia è a rischio. Non era ancora riuscito a recuperare le perdite di PIL della crisi del 2008 (-13%) alle quali si era sommata quella del 2011, e oggi è minacciata per il 2020 da una perdita di PIL dal 9% e al 14%.
Quest’arretramento si potrà recuperare solo usando bene e rapidamente la grande disponibilità di indebitamento sostenuta finalmente dell’UE. I sistemi Italia e Ue potranno recuperare quanto perduto, se non si supera il modello economico-sociale neoliberista al quale è imputato l’origine della crisi?

Il coronavirus ha solo aggravato la crisi già esistente, ha messo in luce la fragilità strutturale dei sistemi e delle politiche socio-economiche, ambientali, i ritardi nel comprendere le profonde trasformazioni del lavoro, della rivoluzione digitale, della stessa richiesta di partecipazione attiva della cittadinanza.

La rivoluzione tecnologica potrà essere usata per superare le disuguaglianze ma anche per accrescerle, secondo se saranno perseguite politiche progressive o regressive. La crisi, inoltre, ha evidenziato la necessità e l’urgenza di ricostruire la democrazia coinvolgendo i cittadini e i loro movimenti e soggetti collettivi di partecipazione (vedi le sardine, i movimenti antirazzisti, antimafia, i sindacati, le associazioni civiche di base nelle città e quelle delle forze produttive). Riportare nei luoghi istituzionali (consigli comunali, regionali, Parlamento e loro governi) le sedi privilegiate delle politiche per orientare l’economia e lo sviluppo sociale. Ciò significa che il lavoro non può essere considerato una merce, come il carbone che si compra dove costa meno; che il Welfare State non è un regalo assistenziale, ma un diritto sociale; che l’impresa deve accrescere le sue finalità sociali come previsto dalla nostra Costituzione; che la scuola è un diritto e un dovere ( come sosteneva Calamandrei) che va considerata alla stregua di un organo costituzionale, perché la libertà dal bisogno e dall’ignoranza sono precondizioni dell’effettiva libertà politica; che la democrazia è partecipazione libera di chi lavora, produce, studia. Detto ciò, come premessa, bisogna far presente che non può esserci un piano di Iniziative per il Rilancio "Italia 2020-2022" che non sciolga il nodo storico per eccellenza. Il sistema Italia è storicamente dualistico e ciò l’ha reso ingiusto e ne ha ritardato la modernizzazione. La crisi attuale crea l’occasione per superarlo. Come propongono i sindacati o l’Osservatorio Banche e Imprese, occorrono due locomotive, al Nord e al Sud, per trainare il Paese fuori dalla crisi. Senza illudersi che basta un ponte sullo Stretto di Messina per superare il divario storico Nord-Sud. Occorre digitalizzazione, infrastrutture, filiere e distretti produttivi, difesa del suolo, semplificazione fiscale e amministrativa, politiche anticorruttive e antimafia e antielusione, contrasto alla povertà e al lavoro nero, tassazione progressiva come da Costituzione per assicurare la crescita del sistema Italia secondo giustizia sociale. È l’unico modo, secondo noi, per raccogliere la giusta rabbia sociale e trasformarla in sostegno positivo a un progetto di modernizzazione tecnologica, sociale e politica che oltre al PIL guardi alla felicità e alla dignità umana. Occorre che la politica torni tra la gente, tra le comunità territoriali, nei luoghi di lavoro, di studio, di ricerca. La rivoluzione digitale potrà essere molto utile in questo processo di riconquista della fiducia dei cittadini e della loro partecipazione attiva se contestualmente si valorizza il ruolo di intermediazione dei sindacati, dell’associazionismo delle forze produttive, culturali, antifasciste e antimafiose. Per ricrescere secondo giustizia ed equità occorrerà inoltre una riforma della rappresentanza politica. La comunicazione digitale non può eliminare il contatto sociale. Ciò vale per tutte le forze politiche, ma soprattutto per quelle che non hanno abbandonato l’utopia della libertà coniugata con l’uguaglianza. Facciano azioni concrete, troveranno la maggioranza dei cittadini pronti a sostenerle.

 di Vito Lo Monaco

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