L'ottimismo del governo ignora poveri e disoccupati

Economia | 6 luglio 2019

Un utile esercizio di lettura critica del testo del DEFR approvato il 2 luglio dalla Giunta della Regione siciliana consiste nel confrontarlo con i dati della Rilevazione sull'economia regionale pubblicata dalla Banca d'Italia il 24 giugno. Si constaterà che la Sicilia ha perso, anche per colpa di chi la governava allora, l'occasione di utilizzare la finestra di sviluppo che si era aperta tra il 2014 e il 2017: la ripresa dell'economia isolana si è fermata all'1,6% contro il 4,6% nazionale ed il circa 3% dell'intera area meridionale. La flebile ripresa dell'occupazione è rimasta assai distante dal dato degli occupati pre crisi, di suo già critico. 

Ora ci troviamo di fronte ad una netta inversione di tendenza. L'espansione del terziario, specialmente del turismo e dei servizi, non è stata sostenuta da politiche di stimolo e si è rapidamente esaurita. Anzi nel terziario- ed è un dato nuovo per l'isola- si è concentrata la flessione occupazionale del 2018, dopo un triennio di crescita e a fronte di ulteriori aumenti nel Mezzogiorno ed a livello nazionale. Il turismo che era giunto al +7,3% nel 2017, ha subilo un forte rallentamento (+2,9% nel 2018), soprattutto conseguenza del calo della componente nazionale. Segni di debolezza ha continuato a mostrare il settore edile, nel quale le ore lavorate si sono ridotte dell'11,9% . Si è affievolita la ripresa dell'industria in senso stretto, mentre la produzione subisce un arretramento del 4,9%.

 L'occupazione è diminuita nel 2018 dello 0,3% a fronte dell'aumento dello 0.8% osservato nel Mezzogiorno e nella media nazionale, anche se va rilevato che sono leggermente aumentate le ore lavorate sia totali che per occupato. Bassissimo è il tasso di occupazione tra i 15 e i 65 anni: 40,7% contro il 58,5% della media nazionale. Nel 2018 i disoccupati nell'isola erano 1,9 milioni, pari al 59,3% della popolazione, ben 18 punti percentuali oltre la media italiana. Il tasso di disoccupazione è al 21, 5% valore più che doppio rispetto alla media nazionale. E' salito per il terzo anno consecutivo il tasso di disoccupazione di lunga durata, cioè la quota delle persone disoccupate da più di un anno sul totale della forza lavoro. Lo scorso anno era pari al 14,8% . Nel Mezzogiorno tale tasso si è ridotto del 6,2% , in Italia del 12,0%. Si è ridotta l'occupazione per le donne, oltre metà dei giovani sotto i 35 anni risultano inoccupati o disoccupati. 

Dati che testimoniano la gravità della situazione economica e sociale; tuttavia ciò che più colpisce è l'aumento delle disuguaglianze. Secondo le stime della Banca d'Italia, la disuguaglianza dei redditi da lavoro equivalenti è superiore in Sicilia rispetto alla media delle regioni italiane. Anche l'indice di Gini, che è una famosa misura di calcolo dei livelli di disuguaglianza, in Sicilia evidenzia una maggiore distanza tra i redditi da lavoro. Il valore dell'indice, infatti, in presenza di un livello di disuguaglianza sostanzialmente in linea con la media nazionale, presenta una quota più elevata di individui che vivono in famiglie senza reddito da lavoro. Così calcolato, l'indice nell'isola è aumentato di circa sette punti percentuali, più del doppio di quanto osservato nel resto d'Italia. Insomma, nella società siciliana i redditi tendono a divaricarsi più che in altri sistemi regionali perché maggiore è la presenza di disoccupazione strutturale di lungo periodo.

 L'insieme di questi dati, sostanzialmente omogenei con quelli del capitolo del DEFR dedicato al Quadro macroeconomico (anche se nel documento regionale va registrata qualche accentuazione della negatività dei dati generali), richiederebbe una policy capace di assumere al proprio centro la creazione di di nuove occasioni di occupazione produttiva finalizzate in particolare ai settori oggetto della maggiore criticità i giovani e le donne. Invece siamo di fronte ad un documento che, oltre a rivendicare i presunti meriti del governo in carica nel negoziato con Roma per la soluzione degli annosi problemi dei rapporti finanziari stato-regione, si traduce in un lungo elenco di buoni propositi che ne fanno l'ennesimo libro dei sogni. Per rendersene conto basta un breve elenco delle strategia di piano che il governo si propone di mettere in atto nel prossimo triennio: piano strategico poliennale di sviluppo , piano territoriale regionale, piano integrato infrastrutture e mobilità, piano di riforma dell'amministrazione regionale; e così via pianificando. Tutte cose utilissime, per carità, ma il presidente Musumeci e l'assessore Armao dovrebbero avere la bontà di spiegarci con chi, come e quando intendono realizzarle.

 I documenti programmatici hanno per loro natura carattere di previsione degli scenari su cui si fondano le concrete politiche del decisore istituzionale, ma qui mancano i presupposti politici di base, com'è facile immaginare guardando alle pietose condizioni della maggioranza parlamentare che dovrebbe sostenere questo governo e che è impantanata in una paralisi politica, dalla quale, allo stato, non è dato sapere come si tirerà fuori. La verità, purtroppo, è che si torna ad affidare le possibilità di sviluppo interamente ai fondi strutturali europei, che non si riusciranno a spendere fin quando non si riformerà l'amministrazione regionale in una logica di efficacia ed efficienza e si comprenderà che non ci si può limitare a inseguire il raggiungimento ad ogni costo dei target necessari ad evitare il disimpegno delle somme a scapito della qualità della spesa e della sua finalizzazione a chiari obiettivi di innovazione produttiva e creazione dio occupazione qualificata. Altrimenti si “danno i numeri”. 

Molti commentatori, per esempio, hanno insistito sulle previsioni di incremento del Pil contenute nel DEFR . 1.8% nel 2019 e 2,2% negli anni successivi fino al 2022. Si guardi alla tabella di pag.54 del documento e ci si accorgerà che nella previsione macroeconomica il quadro tendenziale limita la crescita del Pil allo 0,2% nel 2019, allo 0,4% nell'anno successivo e allo 0,5% nel 2021. Il quadro programmatorio si attesta per gli stessi anni rispettivamente allo 0,8% allo 0,6% ed allo 0,4%. Solo la stima delle ricadute positive degli interventi nazionali, in particolare il Decreto crescita e il combinato disposto tra reddito di cittadinanza e quota 100, portano le stime del prodotto interno lordo alle cifre che sono state riportate nel comunicato stampa. Con i tempi che corrono e con la manovra correttiva da sette miliardi varata da Conte e Tria, in assenza dei loro danti causa Di Maio e Salvini, campa cavallo.... Sapevamo l'assessore Armao esperto di finanza creativa, ma la programmazione creativa ancora ci mancava.

 di Franco Garufi

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