La generosità europea e l'incapacità di spesa siciliana

Economia | 26 settembre 2020
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La vittoria del Si al Referendum per la riduzione del numero dei deputati e senatori e la tenuta del PD che ha conservato le tre principali regioni in cui governava il centrosinistra garantiscono stabilità al governo Conte che ora potrà dedicarsi pienamente agli appuntamenti economici e sociali del difficilissimo autunno che ci attende. Primo tra tutti l'utilizzo delle risorse disponibili e di quelle che arriveranno dall'Unione Europea per il Recovery Fund. Si dovrà anche far chiarezza sulla questione del MES, circa 37 miliardi che sono indispensabili per assicurare gli investimenti necessari alla riqualificazione del sistema sanitario nazionale. E' verosimile che il successo referendario, la vittoria in Toscana e la riconferma di De Luca e Emiliano rendano meno amaro ai Cinquestelle l'amaro calice di dover accettare uno strumento fin qui ossessivamente respinto. Alla fine tra Recovery Fund, MES, fondi strutturali europei ancora da spendere del ciclo appena concluso e risorse della nuova programmazione 2021-2027, l'Italia potrebbe davvero a disposizione una quantità di risorse che forse non trova precedenti nemmeno nel tanto citato piano Marshall lanciato all'indomani della seconda guerra mondiale.

 Per quanto riguarda la Recovery and Resilience Facility (RRF), le risorse a disposizione dell’Italia sono stimate in 63,8 miliardi di sussidi (grants) e 127,6 miliardi di prestiti (loans). Ad essi vanno aggiunti ulteriori risorse provenienti dai programmi europei. In particolare 15,2 miliardi da ReactEU, 0,5 da Horizon Europe, 0,8 dallo sviluppo rurale , 0,5 dal fondo per la transizione giusta, 0,2 da RescEU per un totale di 208,6 miliardi di euro. Il 70% delle risorse dovrà essere impegnato nel 2021-2022, la quota rimanente nel 2023 . La quota italiana dei grants è calcolata per l’intero periodo sulla base dei dati sinora disponibili. Tuttavia, l’ammontare effettivo del restante 30% del programma dipenderà dalla caduta del PIL nel 2020-2021. L’ammontare dei prestiti è calcolato come il massimo che può essere tirato dato il livello previsto del Reddito Nazionale Lordo (RNL) e il tetto del 6,8% in rapporto al RNL stesso. 

Non a caso ho usato il condizionale “potrebbe”: esistono infatti due rischi che il sistema paese è chiamato ad affrontare. Il primo è l'idea che cadrà dal cielo una pioggia di soldi che consentirà a tutti ed ciascuno di risolvere i problemi creati dalla pandemia; una sorta di repubblica dell'assistenza che faccia dimenticare gli anni delle regole rigide e dell'equilibrio di bilancio. E' un'illusione amplificata dal messaggio populista che fa ancora presa su una parte della popolazione e che è destinato a scontrarsi con le regole che governeranno sussidi e prestiti concessi all'Italia. L'altro rischia deriva dalla scarsa capacità della pubblica amministrazione italiana di lavorare per obiettivi da conseguire in tempi brevi e predefiniti. Le linee guida del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza pubblicato lo scorso 15 settembre sono chiare: L’ammontare dei sussidi sarà calcolato in due tranche, pari rispettivamente al 70% e al 30% del totale. 

Per il loro calcolo saranno utilizzati parametri differenti: la prima tranche, del 70%, deve essere impegnata negli anni 2021 e 2022 e viene calcolata sulla base di parametri che comprendono la popolazione, il PIL pro-capite, il tasso di disoccupazione nel periodo 2015-2019 ecc. Il restante 30 %deve essere interamente impegnato entro la fine del 2023 e sarà calcolato nel 2022 sostituendo al criterio della disoccupazione nel periodo 2015-2019 i criteri della perdita del PIL reale osservata nell'arco del 2020 e dalla perdita cumulativa del PIL reale osservata nel periodo 2020-2021. Il prefinanziamento del dispositivo per la ripresa e la resilienza verrà versato nel 2021 e dovrebbe essere pari al 10 %. 

I parametri per la valutazione individuati nell’accordo del Consiglio europeo sono: la coerenza con le raccomandazioni specifiche per Paese(CSR); il rafforzamento del potenziale di crescita, della creazione di posti di lavoro e della resilienza sociale ed economica dello Stato membro; l’effettivo contributo alla transizione verde e digitale (condizione preliminare ai fini di una valutazione positiva). In sostanza, l'intero sistema paese sarà chiamato ad operare uno sforzo straordinario per garantire che le risorse vengano innanzitutto utilizzate e poi, non meno importante, vengano spese secondo i criteri indicati dall'Unione. 

A tali risorse, già ingenti, si aggiungeranno i quasi 30 miliardi che restano da spendere della programmazione 2014-2020 e quelli (ancora non definiti ma stimati attorno ai 45) che arriveranno dal settennio di politiche di coesione 2021-2027. Se si sommano al possibile utilizzo del MES, si capisce perché il segretario del PD Nicola Zingaretti, abbia parlato in recenti dichiarazioni di 300 miliardi disponibili. Qui casca l'asino perché nel troppo parlare di soldi rischiamo di affogare. 

La capacità di spesa delle nostre pubbliche amministrazioni è notoriamente bassa e altrettanto discutibile è la qualità dei progetti che in molti casi ministeri, regioni ed amministrazioni locali stanno tirando fuori dai cassetti. Due soli esempi per evidenziare ritardi e difficoltà che renderanno asperrimo il percorso. La principale opera ferroviaria siciliana, la Messina- Catania- Palermo, dotata di finanziamenti certi per 6,5 miliardi di euro, ha uno stato di avanzamento fermo al 21 per cento per la tratta Catania- Catenanuova ma nel 2019 la spesa effettiva è stata di appena 39 milioni. Dei 4 miliardi della linea Catenanuova- Fiumetorto invece sono stati spesi 26 milioni, l’ 1,2 per cento. Così dei fondi stanziati ben 5,2 miliardi di euro rimangono non spesi. Per il raddoppio della linea Giampilieri- Fiumefreddo va ancora peggio: su 2,3 miliardi stanziati ,la spesa ammonta ad appena 38 milioni, l’1,7 per cento. I famosi patti per la Sicilia sono pressoché tutti ancora alla linea di partenza, mentre la Regione Siciliana, dopo che l'ultimo DPCM di Conte ha consentito un taglio di 800 milioni al contributo al risanamento della finanza pubblica e la recente decisione con cui la Commissione europea ha approvato la modifica del programma operativo della Sicilia, comincia- dopo mesi dalla sua approvazione- a dare qualche concretezza ad una legge finanziaria nella quale non aveva inserito un euro di risorse proprie. Campa cavallo... 

Franco Garufi



Lavori fermi per oltre 400 milioni, ecco la mappa dele incompiute

Nell’elenco figurano strade, scuole, impianti sportivi, case popolari, ponti e depuratori. Tutti desolatamente iniziati e rimasti con impalcature vuote. Sono le 134 incompiute siciliane che l’assessorato alle Infrastrutture, guidato da Marco Falcone, ha censito per provare a scuotere le stazioni appaltanti. In qualche caso i lavori sarebbero anche conclusi ma manca il collaudo. In altri casi non sono mai iniziati e il cronoprogramma è fermo alla data di consegna dell’appalto senza aver mai compiuto un vero passo. È così che restano bloccate opere per un valore di 408 milioni e 878 mila euro. Una cifra anche questa incompleta visto che uno degli effetti del Coronavirus è sicuramente quello di aver rallentato perfino la raccolta dei dati che sindaci, Iacp, ex Province e altre stazioni appaltanti sono tenute a fornire alla Regione. Il risultato è che le 134 opere finite nell’ultimo report risultano perfino meno delle 155 censite l’anno scorso. Ma - avvertono al dipartimento Tecnico, guidato da Salvatore Lizzio - poiché è improbabile che in un anno segnato dal lockdown siano stati completati appalti così importanti c’è da considerare l’eventualità che qualche amministrazione stavolta abbia omesso di certificare la propria incompiuta. Dunque il quadro economico è probabilmente più fosco e i 408 milioni sprecati fino a oggi potrebbero essere anche di più. La madre di tutte le incompiute, in una classifica stilata in base al valore dell’appalto, è la costruzione del serbatoio Piano del Campo sul fiume Belice e di una condotta collegata che dovrebbe garantire l’irrigazione in un’area vastissima: è un’opera del consorzio di Bonifica di Palermo che vale 60 milioni e che è ferma allo stadio zero (significa che i lavori sono stati solo assegnati ma mai realmente partiti). Al secondo posto di questa classifica c’è proprio un appalto della Regione: si tratta delle torri e delle strumentazioni che dovevano comporre il sistema di radiocomunicazioni del corpo forestale e del connesso sistema di videosorveglianza dei boschi. È un’opera che, se finita, varrebbe 33 milioni e 297 mila euro e che è stara realizzata solo per metà. Per completarla ci vorrebbero 16 milioni, gli altri sono già stati spesi. Lo Iacp di Palermo ha fermo il recupero dei ruderi nella centralissima via Porta di Castro (la strada che conduce a Palazzo d’Orleans e all’Ars): un appalto che vale un milione e 761 mila euro. Lo Iacp di Messina non riesce a concludere la costruzione di 210 case popolari in zona Santo Bordonaro per un valore di quasi 11 milioni. E, sempre a Messina, è fermo l’appalto da un milione e 647 mila euro per altri 40 alloggi popolari. Lo Iacp di Catania ha un appalto bloccato da 11 milioni per la realizzazione 144 case popolari e vari uffici a Librino. A Montallegro si è bloccata la realizzazione di altri 24 alloggi popolari: l’appalto vale 3,2 milioni A Gibellina è fermo l’appalto da 8,1 milioni per il centro polifunzionale che dovrebbe diventare anche un mercato coperto. La Provincia di Agrigento non riesce a completare la costruzione dell’Istituto tecnico per il commercio di Campobello di Licata (vale 5,1 milioni). Nell’elenco delle incompiute figura anche il recupero di un edificio in via Ingegneros a Palermo che l’ospedale Villa Sofia Cervello dovrebbe rimettere in funzione grazie a 9,3 milioni. Ad Aragona sono fermi i lavori da 22 milioni per una strada che collega tutti i centri limitrofi. Le strade, soprattutto quelle provinciali e delle aree interne, sono il capitolo più lungo del dossier Incompiute: ce ne sono ferme ad Agira (2 milioni), Castiglione di Sicilia (22 milioni), Mascali (13 milioni), Pollina (8,3 milioni), Cerda (8 milioni). Fra gli impianti sportivi rimasti a metà ci sono quelli di Mongiuffi Melia (1 milione), il poligono di Acquaviva Platani (1,6 milioni). E poi ancora, a Cammarata fermo un polo scolastico da 4 milioni, a Petralia Soprana un centro artigianale da 22 milioni, a Falcone la sala congressi da 2 milioni e 451 mila euro. L’assessore Falcone ha più volte sollecitato sindaci e amministratori a recuperare i ritardi. E assicura che la Regione «dove può si sta sostituendo alle amministrazioni locali. Ma altre opere bloccate da troppo tempo e che non hanno più motivo per essere completate andranno demolite per togliere questi scheletri dal panorama urbano». (Giornale di Sicilia)


 di Franco Garufi

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