La Tempesta di Roberto Andò al Teatro Vascello di Roma

Cultura | 19 gennaio 2020

Nessuna divagazione cerebrale, nulla di intellettualmente sofisticato o artefatto, in questa “concreta”, volutamente s.nobilitata edizione de “La Tempesta” shakespeariana, agilmente tradotta da Nadia Fusini e diretta da Roberto Andò (quasi agli opposti estetici della recente edizione di Luca De Fusco, protagonista Eros Pagni).


Basica, impetuosa, materica, nelle migliori accezioni e intenzioni (di regia), la trascrizione di Andò evidenzia subito quel che a noi sembra il suo nucleo concettuale: non la perdita, ma lo smottamento, il volontario esilio da ogni forma di autorità e potere. Dinanzi ai limiti che ad essi impongono il trascorrere del tempo, la senescenza sapiente, i dissidi di corte e dinastie, le brame di estromissione per beghe di successione e visibilità verso chi viene considerato potenziale o nuovo “suddito”. In ogni epoca e latitudine e ad espansione massiva, “sino alla radice d’ogni singolo pensiero” (Orwell)


Quale è infatti la precipua “colpa” del Duca di Milano, se non avere sostanzialmente rifiutato, riparando verso un visionario “altrove” (simile quindi a re Lear) le intuìte, larvate minacce di nuovi sovranismi antiumanitari, oscurantisti, tendenti all’ordalìa e al “genocidio” ecologico di madre natura ?



L’ultimo capolavoro del Bardo è indubbiamente fra le sue opere che meglio agevolano la meditazione sulle le vanità umane e sull’utilizzo scervellato di ricchezze, desiderio, potere, che “non sono esclusivo patrimonio di un solo uomo” – come bene intuisce il l’orgoglioso Mago Prospero, padre putativo della prima “isola che non c’è”, alto governante di incantesimi, metamorfosi, sovrannaturali fattezze ed apparizioni.


Personaggio che Renato Carpentieri, aduso da tempo alle collaborazioni sceniche con Roberto Andò, metabolizza e fa proprio nella foggia ed interiorità di una tempesta “irremovibile ma rigenerante”, che ha luogo e tempra nella vivida anima di un insofferente pensatore meridionale rinvigorito dal saper gestire “un laboratorio di fantasie e di antiche alchimie in forma cartacea e libresca”. Nella magia disperata di un nosocomio che è asylum (claustrale) di personaggi reietti ma geniali, fra corsie ospedaliere che (causa la trascuratezza umana) finiscono inondate dai “primi sintomi” dello strutturale cedimento del pianeta.


Impressionismo figurativo che ha l’ estro e il sentimento dell’allestimento scenico di Gianni Carluccio, dei costumi seicenteschi di Daniela Cernigliaro, delle luci ben dosate di Angelo Linzalata, delle nenie o irruenza musicali di Franco Piersanti. Donde, Roberto Andò ha modo di evincere un suo poetico paesaggio surreale, un fantomatico ma sostanziale habitat (dall’aria retrò) dove qua e là, sparsi per la stanza,” i libri di Prospero, raccontano i fasti di un tempo migliore”



Personalmente non mi difficile identificare in una ‘trapassata’ Sicilia, l’isola del Mediterraneo in cui Shakespeare potrebbe avere ambientato il suo dolente ma solenne congedo dal Teatro - rimarcando la difficile condizione dell’ “attore” qui costretto (tutti costretti) a sguazzare in stivali di gomma, tra schizzi e spruzzi che sono allegoria dei “disordini delle loro anime”, senza i cui requisiti non sarebbe possibile l’arte singolarissima dell’ “incarnare” un altro a te ignoto. All’insegna di una bianca tela che- secondo il regista - “è un muro immaginario che ci costringe a essere doppiamente spettatori, interni ed esterni”: ostaggi di un perenne saliscendi cui non è estranea-aggiugerei- la funzione salvifica dell’acqua sin dai tempi dell’Arca di Noè, “esplicita metafora –prosegue Andò- di quanto l’essere umano sia destinato a convivere con le tempeste della propria psiche e offesa coscienza”

La tradizione racconta del come e perché, in questa misterico ed allusivo lembo di terra circondato dal mare ostile, faccia naufragio la nave con a bordo il re di Napoli, Alonso, suo figlio Ferdinando, Sebastiano, il fratello e duca di Milano, Antonio, insieme a vari cortigiani, costretti a “patteggiamento e coesistenza” con il riluttante Prospero, sua la figlia Miranda, lo spirito Ariel e lo schiavo/monster Calibano. Dando luogo ad una ennesima, affascinate, persino didascalica ‘favola antica’ in cui domineranno “l’introspezione dei cuori e i suoi afflati più sereni”. Nel formale rispetto di un finale ottimista, ove già si intravede che non tutto è risolto, anzi ben calibrato a riprendere il suo ciclo di asperità e alterchi.


Altissima infine la prova attorale non solo del maiuscolo Carpentieri, ma di tutta la compagnia del Teatro Biondo, da Vincenzo Pirrotta a Filippo Luna (rispettivamente Calibano e Ariel), cui si aggregano, al massimo della resa professionale, la giovane Giulia Andò, l’istrionico ma espertissimo Paride Benassai, i ben collaudati (da lungo corso attorale) Gianni Salvo, Gaetano Brunio, Paolo Briguglia, Roberto Villano.


Spettacolo da vedere senz’altro, se non ora, nella sua auspicata ripresa autunnale.

 di Angelo Pizzuto

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