Migranti e razzismo, la tolleranza esigente della Repubblica veneta

Cultura | 10 ottobre 2018

Una “lezione dal passato”

I migranti sono additati dalla maggioranza degli italiani con crescente fastidio, sempre più spesso con disprezzo. Si chiudono loro i porti di approdo e si minaccia di chiudere anche gli aeroporti. Non ci si vergogna di raid razzisti che li prendono di mira o del tiro al bersaglio con fucili ad aria compressa od armi da fuoco ancora più micidiali. Se a questi comportamenti ci siamo ridotti, lasciateci riferire di una “lezione dal passato” sul tema, di tutt’altra impostazione. Partendo da una domanda: si può praticare una “tolleranza esigente” - come accadeva, lo vedremo, in particolare in un’area della penisola – in un paese come il nostro che ha gettato la maschera rivelando nel giro di qualche anno, o piuttosto di mesi, tutto il suo livore razzista? Chi l’avrebbe mai immaginato, appena una paio di lustri fa, che l’Italia - che in un poco più di un secolo e mezzo ha inondato tutti i continenti, in particolare Europa, Americhe, Oceania, di decine di milioni di emigranti - si sarebbe macchiata di razzismo anti-immigrati! Alla faccia della coerenza. Del resto, quando si erigono muri – mentali prima di tutto – è inevitabile: l’irrigidimento diventa dilagante, contagia. La stessa Sicilia - per geografia, storia, tradizioni aperta all’accoglienza - è stata nei mesi scorsi teatro di ripetuti episodi di intolleranza.


Libertà di movimento negata e diritto alla ricerca della felicità

Parlando al Senato il 12 settembre scorso nell’informativa sul caso della nave della Capitaneria di Porto “Ubaldo Diciotti” costato il rinvio a giudizio al ministro degli Interni Matteo Salvini, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha dichiarato: “L’Italia non è più disponibile ad accogliere indiscriminatamente i migranti, contribuendo seppure involontariamente a incrementare il traffico di essere umani e supplendo alla responsabilità che spetta all’Unione Europea, ottundendo il vincolo di solidarietà che grava su ciascuno Stato membro”. L’Unione Europea si nasconde, svicola, e gli stati membri giocano ognuno la sua partita. Con la miopia di chi sa che lo scaricabarile non serve a nulla, non conduce da nessuna parte. Ognuno fa da sé e l’approccio “europeo” della distribuzione concordata fa ridere, o piangere, in termini di risultati numerici.

Con la dichiarazione di Conte fa il paio quella del 3 ottobre scorso della sua collega britannica Theresa May al congresso dei Tory, il suo partito. La May incensava la Brexit – una delle più improvvide scelte dell’era contemporanea – con questa promessa: “Ci sarà un nuovo sistema per l’immigrazione che metterà fine una volta per tutte alla libertà di movimento. Sarà regolata sulle competenze di chi arriva e non sul paese di provenienza”.

Pensare che già nella Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti del lontano 1776 Thomas Jefferson, Benjamin Franklin, John Adams, Robert Livingston, Roger Sherman avevano inserito tra i diritti inalienabili degli uomini oltre alla Vita e alla Libertà anche il “perseguimento della Felicità”. Chiedetelo a milioni di vostri nonni e genitori – italiani, non africani - costretti per decenni ad emigrare: cosa è la ricerca della felicità se non - subito dopo la necessità di fuggire da una zona di guerra per salvare la pelle - la seconda, umanissima molla che spinge un migrante ad andare lontano dalle sue radici? A provare quanto meno a cercarla questa felicità. Non nella sua versione spirituale ma intanto - piuttosto materialmente - un po’ di benessere in più, un ambiente che consenta maggiori possibilità di mandare soldi nella terra di origine. Dove ritornare. Oppure mandare soldi ad una moglie ed a figli con i quali, chissà quando e come, ci si ripromette di ricongiungersi nella terra di approdo, in genere più a nord del proprio luogo di origine.


Migranti tedeschi

Ma i migranti in Italia non sempre sono arrivati da sud e da est. In passato sono giunti anche da nord. E da questi flussi inizia la nostra disamina della “lezione del passato” che ci impartisce la Repubblica di Venezia con la sua “tolleranza esigente”.

“Storia mondiale dell’Italia”, a cura di Andrea Giardina, Editore Giuseppe Laterza & Figli, 2017, è una illuminante raccolta di brevi saggi, ben 180, che dalla preistoria ai nostri giorni rendono questo prezioso volume “un racconto fatto di tanti racconti che ci parlano della mobilità degli uomini e delle cose, nello spazio e nel tempo”.

Due saggi ci aiutano con una sorprendente aderenza all’attualità a rispondere alla domanda che ci siamo posti all’inizio. Il primo è di Philippe Braunstein, dell’”Ecole des hautes études en sciences sociales” di Parigi. Titolo: “1400. Quando erano i tedeschi a emigrare”. Il secondo di Andrea Zannini, dell’Università di Udine. Titolo: “1496. Una processione, un mondo”.

Scrive Braunstein: “Venezia, ai piedi delle Alpi: un porto e un caravanserraglio. La presenza tedesca nel paesaggio della terraferma veneziana, tanto vicina ad una frontiera culturale mai facilmente precisabile, era antica e costante: gente dal Tirolo e bavaresi dai mestieri e dalle attività le più disparate – boscaioli e minatori, albergatori, carrettieri e barcaioli, preti e monaci – si erano per osmosi installati con la loro lingua e i loro usi a ridosso delle Alpi che, invece di essere una barriera, svolgevano da secoli il ruolo di spazio di transizione.

Al pari dei migranti del XX secolo, i nuovi venuti tedeschi a Venezia erano in grande maggioranza maschi, giovani e celibi. I migranti di oggi, cacciati dalla guerra o dalla fame, hanno abbandonato per sempre le loro famiglie, i beni e le loro zone di provenienza per costruire la loro vita altrove. E nessuno scriverà mai la storia di migliaia di loro, annegati nel mare Mediterraneo. Anche nel caso dei tedeschi di Venezia, nessuno studio si è proposto di capire sul serio come – e soprattutto perché – una miriade di individui si sia decisa a partire: li mossero le epidemie, la chiusura sociale, la misera delle loro terre? Oppure il volano fu la semplice aspirazione ad un futuro migliore? Non lo sapremo mai con precisione, come non sapremo quanti abbiano tentato o perso la scommessa. Tuttavia, tentiamo qualche risposta. Certo c’è il grande fascino che emana Venezia, città-porto, luogo di incontro di uomini e di merci provenienti da ogni confine. C’è dunque una idea di ricchezza, cui si aggiunge la consapevolezza della potenza cittadina e la sua capacità di irradiazione fino in oriente, attraverso il suo dominium maris. Basterebbe già questo, per descrivere la forza d’attrazione veneziana. C’è poi la vicinanza geografica (…)”.

La Serenissima, ovviamente, impone delle regole. “In quel mondo aperto all’alterità, un approdo di stabilità nel cuore di Venezia era, a Rialto, il Fondaco dei tedeschi. Creato sul modello orientale del fonduk, luogo esclusivo di residenza e di scambio, era stato riservato ai soli mercanti tedeschi, i quali erano obbligati a contrattare con i soli veneziani attraverso dei sensali che dovevano verificare l’uguaglianza tra acquisti e vendite”. Ma non siamo alle prese con una sorta di ghetto. Perché “al di fuori del Fondaco, la minoranza tedesca si sviluppa su altre zone cittadine, in un vasto perimetro che attraversa tutti i sestieri della città”. Ed ancora, a proposito di integrazione: “Oltre ad alcune concentrazioni periferiche nei settori industriali della città, i tedeschi condividevano in tutte le parrocchie la vita quotidiana dei loro vicini veneziani: pittori, cartonai, ricamatori, disegnatori d’insegne, incisori, vetrai, minatori, copisti. Tuttavia, in nessun mestiere più che nell’oreficeria il gusto tedesco si impose nel Quattrocento (…)”.

Inevitabile, stando così le cose, che Braunstein giunga ad una conclusione che potremmo definire anche il cuore della sua analisi: “Le connivenze vissute, rinforzate dalla dimensione emotiva che dimostrano un forte percorso personale, sono alla base della costruzione di una vita nuova, risolutamente straniera: cioè veneziana. Insomma, l’apertura dimostrata dalla Serenissima, la sua tolleranza esigente, il suo desiderio di integrare i residenti tedeschi, reputati “benvenuti”, testimonia un dinamismo, una fiducia per l’alterità, memoriale o recente, sintomo della pace quotidiana di una società preparata dalla sua posizione mediatrice al confronto col diverso”.

Tutto questo succedeva, ripetiamo, seicento anni fa. Un approccio molto più moderno, aperto, di quello del 2018. Incredibile. Dalla Venezia di sei secoli fa giunge una lezione di civiltà in tema di integrazione economica e sociale a muristi, sovranisti, pauristi di cui è sempre più popolata l’Italia (e l’Europa) dei nostri giorni.


A Venezia gli stranieri erano un quinto della popolazione

Un secolo dopo, nel 1496, il pittore veneziano Gentile Bellini dipinge un capolavoro, “La processione in piazza San Marco”, una grande tela (cm. 770 x 347) oggi esposta nelle Gallerie dell’Accademia di Venezia, che costituisce una delle più famose rappresentazioni della civiltà urbana del Rinascimento. Bellini ritrae la processione del giorno di San Marco dell’anno 1444, durante la quale aveva avuto luogo uno dei miracoli della Santa Croce. “Inginocchiandosi al passaggio della reliquia, il mercante bresciano Jacopo de’ Salis, che è ritratto vestito di rosso, a testa nuda, mentre rivolge lo sguardo al reliquiario, aveva ricevuto la grazia della guarigione del figlio”. Tutta la sezione centrale dello spettacolare dipinto “costituisce una sorta di radiografia demografico-sociale della popolazione di Venezia. Patrizi e cittadini che indossavano la tunica nera che li distingueva, nobiluomini finemente vestiti, due frati, un nano, una donna con due bambini che riceve l’elemosina, un giovane con la calzamaglia colorata delle compagnie della Calza, le associazioni nobiliari che si mobilitavano nelle feste e negli spettacoli, varie persone di estrazione e provenienza indecifrabile: tutti conversano amabilmente o si accompagnano nel largo spazio della piazza. In vari punti si scorgono delle donne variamente vestite e finemente acconciate: soprattutto dalle finestre delle Procuratie Vecchie, da dove assistono alla scena dietro all’esposizione di ricchissimi tappeti orientali. Anche gli spettatori-processione in qualche modo partecipano dunque al mito rinascimentale di Venezia, alla celebrazione della sua sociabilità, della sua libertà, della sua apertura.

Due di queste donne appaiono velate all’orientale, e assieme ad altri forestieri presenti in piazza – un mercante tedesco, un moro, dei turchi con turbante, dei greci riconoscibili dal berretto orlato di nero – testimoniano il carattere cosmopolita della Venezia rinascimentale. Una città dove “la maggior parte del popolo è straniero”, come annotò senza dubbio con un’esagerazione l’ambasciatore francese Philippe de Commynes che visitò Venezia nel 1494-1495”.

Ad un secolo dalla situazione descritta nel saggio di Braunstein la Serenissima è ancora, anzi più che mai, terra di “tolleranza esigente”: “in quanto capitale di uno Stato che si estendeva dalle porte di Milano fino a Cipro, Venezia era naturalmente predisposta ad accogliere stranieri. Mori, turchi balcanici, greci, albanesi, ebrei levantini e ponentini, armeni, cristiani di ogni confessione e provenienza, medio-orientali, per limitarci solamente alle diversità mediterranee, erano presenze comuni nei suoi domini da mar e nel suo stesso tessuto urbano. (…) Non è irrealistico pensare che all’inizio dell’età moderna non meno di 20-30.000 persone, un quinto circa della popolazione, fosse straniera, cioè originaria di un altro Stato”.

Agli inizi del secolo seguente Venezia si scontra con complesse vicende politiche internazionali e belliche. La “tolleranza esigente” non va in tilt ma subisce qualche battuta d’arresto. “Di lì a pochi anni, è vero, il principio di accoglienza finalizzato a favorire i commerci e gli scambi che informava la politica della Serenissima sarebbe stato messo alla prova dell’emergenza – osserva Zannini – Nel 1509, infatti, per dare ricovero agli ebrei di terraferma che scappavano di fronte all’avanzata delle truppe franco-imperiali, si destinò loro l’area del ghetto: il quartiere chiuso destinato a diventare esempio di segregazione ma al tempo stesso a fungere da protezione e conservazione della civiltà ebraica della diaspora. Nondimeno, pochi anni dopo, nell’età più buia dello scontro tra cattolici e protestanti, i mercanti tedeschi di religione riformata avrebbero continuato a trovare rifugio nel Fontego dei tedeschi, il grande edificio ai piedi del ponte di Rialto dove stivavano e vendevano le loro mercanzie, e dove soggiornavano. Allo stesso modo, anche durante le prolungate guerre tra cristiani e ottomani, i mercanti musulmani, che erano ospitati nel vicino Fontego dei turchi, avrebbero potuto frequentare una città cristiana fino a mischiarsi, come dimostra il dipinto, tra la gente comune”.


Non solo a Venezia

“Questo aspetto – tiene a precisare Zannini - non era esclusivo della Serenissima. Tutte le grandi città, portuali o capitali dell’Italia moderna e non solo, erano abituate da sempre a ospitare entro le proprie mura comunità di immigrati di origine, religione e cultura differenti, anche a causa della posizione mediterranea della Penisola, del suo essere punto di mediazione tra Oriente e Occidente e dunque frequente punto di transito e approdo. Napoli, suddita per secoli di sovrani iberici, era meta di consistenti flussi dai paesi del Mediterraneo occidentale e non solo; Roma stessa, che portuale lo era in senso traslato ed era la capitale della cattolicità, appariva piena zeppa di genti diverse, come annotava il funzionario pontificio Marcello Alberini attorno al 1547: “La minor parte di questo popolo sono romani, perché quivi hanno rifugio tutte le nationi, come comune domicilio del mondo””.


Ieri e oggi

Zannini conclude la sua analisi con un confronto tra le dinamiche migratorie del modello Venezia e quelle attuali: “La causa principale della multiculturalità strutturale delle grandi città come Venezia è demografica: la città, per sua natura, attira persone adulte e predispone negativamente alla natalità, per cui, per sopravvivere, ha costante bisogno di essere alimentata di forze nuove. Al tempo stesso, ieri come oggi, accanto ad una parte di popolazione che tende ad essere stabile, una quota importante di tutte le popolazioni è migrante, si dirige, spinta e attirata da forze diverse, altrove. Quando, tra Cinque e Seicento, a seguito della perdita progressiva dei possedimenti del Levante, Venezia riorientò la sua attività economica verso la terraferma, la presenza straniera a Venezia si ridusse, senza mai tuttavia esaurirsi, nemmeno al tramonto della Serenissima. Folte comunità di greci, di schiavoni, di albanesi (per non parlare degli ebrei del ghetto) rimasero una costante della vita della città, contribuendo a rafforzare quell’aura di esotismo orientaleggiante che avrebbe alimentato il mito letterario di Venezia otto-novecentesca.

Insomma, la stabilità delle popolazioni, la fissità dei ruoli nella società italiana del passato, la loro relativa “semplicità” sono tutti falsi miti sulla cui inconsistenza ci invita a riflettere, una volta di più, la grandiosa rappresentazione messa in scena nella processione in Piazza San Marco di Gentile Bellini”.


Immigrazione ed integrazione si governano se le istituzioni sono solide

C’è molta più intelligenza, ragione di stato, acutezza politica ed economica nella “tolleranza esigente” di Venezia – Repubblica forte, determinata sul mare, nei commerci, ricca nella cultura e nell’arte – che nella confusione ostile dei nostri giorni nella nostra offuscata Repubblica. Una confusione ostile imbevuta di razzismo che non ci si vergogna più – anzi spesso si è dichiaratamente orgogliosi - di esibire. Uno Stato forte (e la Serenissima del quindicesimo e del sedicesimo secolo lo era) non teme l’immigrazione. La governa, con rispetto, con comprensione, con uno sforzo incessante per costruire integrazione, contro tutte le evidenze e le sconfitte in questo percorso irto di ostacoli. Stato forte nel XXI secolo non significa stato autoritario, una quasi dittatura di fatto – categoria in crescita esponenziale sul continente europeo, dalla Russia di Putin all’Ungheria di Orban, dalla Polonia di Duda alla Bielorussia di Lukasenko, alla Turchia al di qua del Bosforo di Erdogan – ma Stato autorevole o, più correttamente, Stato con istituzioni autorevoli. Infatti l’accennata comprensione non si deve tradurre in “aperture” illimitate, non può significare assenza di regole. Al contrario. Accoglienza e disponibilità nei confronti degli immigrati richiedono regole severe. Solo con istituzioni solide e con norme che uno Stato sa fare rispettare si crea accoglienza, buona crescita economica, solidarietà per gli ultimi, soprattutto integrazione. E per creare spazi di accoglienza occorre liberare spazi occupati dalle mele marce, dagli immigrati che cospirano, attentano, si radicalizzano, sfruttano corpi di tante sventurate, spacciano, rubano, delinquono, truffano, occupano abusivamente edifici, non pagano un centesimo di tasse, non sono in regola (ecco che ritorna questo temine-chiave) in niente e per niente.

Le leve sulle quali agire sono risapute. Richiedono un notevolissimo impegno a tutti, dagli organi dello Stato al più comune cittadino, per tradursi in apertura, solidarietà, rispetto ma anche in controllo. Che è il contrario dell’anarchia e dell’impunità che tanto spaventano il decadente homo occidentalis. Non c’è nulla da inventare. La “tolleranza esigente” è stata inventata. Sei secoli fa, a Venezia. E funzionava.

 di Pino Scorciapino

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