Patto per ricostruire l'Italia dopo il flagello Coronavirus

18 marzo 2020

C'è stato un prima e ci sarà un dopo; il presente è una condizione sconosciuta e che impaurisce. Siamo chiamati come collettività ad assumerci la responsabilità di impedire che la diffusione rapida del virus faccia scoppiare il nostro sistema sanitario e renda impossibile curare le persone che sono e saranno contagiate. Appaiono più che opportuni gli sforzi di dare a quest'enorme prova di resilienza una “narrazione”, ma dobbiamo sfuggire al vecchio vizio nazionale della retorica che invece circola con troppa abbondanza.

 Anche perché, come è facile vedere, c'è già chi sta lavorando per il dopo; sul terreno della politica ma anche per tentare di conquistare un'egemonia culturale che assuma come modello il paradigma securitario, nel quale la democrazia è considerata un orpello pressoché inutile. Per questo è fondamentale che il Parlamento resti aperto e funzionante: neanche il più grande disastro militare della storia italiana, la disfatta di Caporetto del novembre 1917, determinò la chiusura del Parlamento. Fu davanti alla Camera dei Deputati che il presidente del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando pronunciò il famoso “Resistere, resistere, resistere”. Camera dei deputati e Senato sono i simboli della democrazia italiana: nei momenti di tempesta i simboli hanno una funzione fondamentale. Dobbiamo aver chiaro che esistono nella tempesta che stiamo attraversando due fronti diversi che vanno tenuti insieme. Il primo è l'emergenza, affidata soprattutto agli operatori del sistema sanitario che stanno lavorando in condizioni assolutamente straordinarie per impedire che il contagio si diffonda; ma anche a coloro che, nelle fabbriche e nei luoghi di lavoro, dalla filiera agroalimentare alle forze dell'ordine, agli addetti ai trasporti essenziali, ci consentono di non essere privati dei beni di consumo fondamentali. L'altro è l'economia che sta subendo contraccolpi pesantissimi e, verosimilmente, ne subirà ancora più gravi.

 Il governo ha messo in campo un intervento imponente, 25 miliardi di euro, che tuttavia basterà a coprire solo il mese in corso. La Gazzetta ufficiale ha appena pubblicato il decreto denominato “marzo”, un provvedimento di ben 127 articoli che si propone di fornire risposte immediate alle necessità dell'organizzazione sanitaria e delle pubbliche amministrazioni, ma tenta anche di assicurare una copertura economica a quanti, troppi, vedono il proprio reddito messo in forse dalla situazione di emergenza. Personalmente trovo assolutamente giusto che il decreto affronti anche il tema dello sfoltimento delle carceri: c'è stato un silenzio preoccupante su quanto è avvenuto nelle prigioni italiane nei giorni scorsi e non dobbiamo neanche per un attimo dimenticare che la civiltà di un paese si misura dal trattamento riservato a quanti sono ristretti negli istituti di pena. L'articolo 27 della Costituzione afferma che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato; un' affermazione ancor più pregnante nel momento in cui è immaginabile con quale velocità potrà diffondersi il virus nelle realtà penitenziarie. 

I 25 miliardi attivati dal Decreto non basteranno a risolvere tutti i problemi: è necessario un intervento dell'Europa capace di finanziare nell'immediato le emergenze e, in prospettiva, la ricostruzione dell'economia dopo la fine della pandemia. E' partita la campagna contro l'Unione Europea, si sta tentando di mettere l'uno contro l'altro i paese fondatori: l'Italia, la Francia , la Germania. E' un clima pericolosa al quale Bruxelles deve reagire superando ritardi e lentezze dell'Unione. Non ci sarà domani per l'Europa se oggi essa non sarà in grado di diventare davvero un punto di riferimento di cittadinanza e diritti., di proposte per un'uscita dalla crisi che faccia diminuire le diseguaglianze. Se la Commissione si ostinasse a perpetuare politiche di rigore finanziario, come ha fatto intendere con la sua incredibile dichiarazione Christine Lagarde, non ci sarebbe futuro per le istituzioni europee, che verrebbero travolte dalia loro incapacità di decidere. Già anni fa Romano Prodi lanciò l'idea degli eurobond, cioè uno strumento europeo di finanziamento dei grandi progetti: oggi si tratta di attuare trepidamente tali congegni come prima risposta all'esigenza di organizzare e gestire nella dimensione continentale la lotta contro la pandemia e la successiva ricostruzione. Innanzitutto è indispensabile la sospensione del patto di stabilità Infine una riflessione che guarda all'interno di ciascuno di noi.

 C'è stato un prima: è stata un'epoca di assoluta libertà di movimento, la più grande che il genere umano abbia mai conosciuto. Ebbene, siamo passati nel rapido volgere di un paio di settimane da quella condizione ad una simmetricamente opposta: la nostra libertà si è ridotta al minimo ed anche uscire di casa è sottoposto all'obbligo di di un'autorizzazione e di un controllo. Le misure di limitazione delle libertà personali oggi appaiono indispensabili e mostrano un livello alto di accettazione sociale. Ma cosa succederà se dovessero perdurare oltre la scadenza del 3 aprile? Quale diventerà il punto di equilibrio tra due diritti costituzionalmente protetti: il diritto alla salute ed il diritto alla libertà personale? A neanche dieci giorni dal decreto che ha trasformato tutta l'Italia in zona protetta e mentre altri paesi europei si avviano a misure simili, possono sembrare problematiche astratte, ma se si riflette, ci si accorgerà che si tratta esattamente di ciò che saremo costretti ad affrontare. 

E'stato ricordato che non è la prima pandemia cui facciamo fronte; per non citare la peste della metà del Trecento che uccise metà della popolazione e europea, appena cent'anni fa, subito dopo la prima guerra mondiale, l'epidemia di influenza “spagnola”, portò via cinque milioni di persone . Nella nostra memoria di specie, ma anche nelle nostre culture, esiste una sorta di imprinting che è all'origine della paura che viviamo. Ecco, non dobbiamo avere paura di ammettere che abbiamo paura, specialmente in una società come la nostra che ha coperto la morte come di un velo di negazione. Oggi, invece, la morte torna ad occupare le nostre giornate. I numeri dei defunti, le dichiarazioni dei sindaci dei centri più colpiti, le interviste angosciate dei sanitari, tutto richiama la presenza della morte nella nostra vita quotidiana. 

C'è il rischio che tutto ciò determini un incremento geometrico dell'angoscia che potrebbe diventare un nemico quasi altrettanto insidioso del virus.

 Ci sarà un dopo. E non possiamo correre il rischio di assuefarci alla mancanza di libertà. C'è una seduzione nascosta (in qualcuno addirittura esplicita) negli articoli di qualche noto intellettuale: alla fine è meglio scambiare libertà personali con sicurezza. La Cina ha chiuso Wuhan ed introdotto la pena di morte per chi violava la quarantena: tutto sommato che danno può farci un po' di libertà in meno? Attenzione se questo virus entrasse nella testa della gente diverrebbe altrettanto pericoloso di quello che tutti insieme stiamo combattendo.

 di Franco Garufi

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