Proteggere i lavoratori, non i posti di lavoro

Economia | 1 dicembre 2017

La mobilità è oggi il tratto caratterizzante del mercato del lavoro. La soluzione non è un ritorno all’articolo 18, ma dare priorità alle politiche attive, alla formazione professionale e soprattutto cominciare a pensare a nuove forme di protezione.

L’occupazione sale, ma è a termine

I dati Istat del 30 novembre confermano la tendenza recente nel mercato del lavoro italiano: il grosso della crescita occupazionale è trainato dall’aumento dei contratti a termine: l’89 per cento dell’incremento degli occupati dipendenti nell’ultimo anno è composto da contratti a termine, l’11 per cento da permanenti. In un anno, gli occupati a tempo indeterminato sono cresciuti dello 0,26 per cento (+39mila), quelli a termine del 14 per cento (+347mila).

Guardando agli altri paesi europei il caso italiano resta abbastanza particolare. La figura 1 mostra come nella maggioranza dei paesi europei l’occupazione a tempo indeterminato sia la forza trainante della ripresa occupazionale. In Germania e Portogallo, per esempio, la quasi totalità della crescita occupazionale è a tempo indeterminato. In Francia e Spagna, metà è a tempo indeterminato, metà a tempo determinato. In Italia, invece, la quota di assunti a tempo determinato è diventata dominante con la riduzione della decontribuzione legata alle assunzioni con contratto a tutele crescenti.

Figura 1 – Crescita degli occupati permanenti e temporanei per trimestre



Fonte: Calcoli dell’autore basati sulla European Union Labour Force Survey (EU-LFS).

Il dibattito politico è tornato a invocare l’articolo 18, anche proponendone l’estensione alle piccole imprese.  Oppure a chiedere un aumento delle indennità di licenziamento. Tuttavia queste misure non servirebbero in nessun modo a chi è assunto a tempo determinato. Al massimo meriterebbe di essere studiato meglio il ruolo giocato dalle norme del decreto Poletti del marzo 2014 che hanno reso più facile l’uso dei contratti a tempo determinato, in qualche modo in contraddizione con lo spirito del Jobs act di far diventare il contratto a tutele crescenti la forma prevalente di occupazione subordinata. In ogni caso, al di là dei possibili fattori istituzionali ci sono anche ragioni più profonde che i dati aggregati nascondono, come mostrato da Giulia Bovini, Fabrizio Colonna e Eliana Viviano hanno mostrato su queste pagine. In particolare, la diminuzione degli adulti tra i 25 e i 44 anni, confermata anche dagli ultimi dati Istat, incide sulla quota di lavoratori permanenti e temporanei perché è in questa fascia di età che con maggior probabilità si passa dal tempo determinato all’indeterminato.

Le nuove priorità

Lasciando da parte le diatribe mensili sui dati, una politica che guarda al mercato del lavoro del futuro deve partire dal fatto che le carriere lavorative non sono più necessariamente quelle degli anni Settanta. Voluta o subita, la mobilità è il tratto caratterizzante del mercato del lavoro attuale. La figura 2 mostra come nella sola prima metà del 2017, 579mila persone tra i 16 e 74 anni siano diventate disoccupate, 924mila abbiano trovato un lavoro. Un milione circa di persone hanno smesso di lavorare diventando (statisticamente) inattive, mentre un altro milione ha trovato un’occupazione smettendo di essere (statisticamente) inattive.

Per il momento non sono facilmente reperibili dati più dettagliati per comparare l’evoluzione di questi trend nel lungo periodo né i movimenti da un lavoro all’altro e da uno status all’altro (per esempio da temporaneo a permanente, da tempo parziale a tempo pieno, da dipendente ad autonomo e viceversa). Ma il quadro è chiaro: la mobilità non è (più) un’eccezione.

Figura 2 – Transizioni tra occupazione, disoccupazione e inattività in Italia – dati in migliaia

Fonte: Elaborazione de lavoce.info a partire dai dati Eurostat.

Continuando a parlare (solo) di articolo 18 non contribuiamo a pensare il lavoro al futuro. È vero che le riforme dagli anni Novanta a oggi hanno soprattutto privilegiato la flessibilità. È quindi comprensibile (e giusto) che ora si metta più l’accento sulla protezione del lavoratore. Tuttavia, la priorità non è impedire che un lavoratore sia licenziato (escludendo ovviamente i casi di discriminazione), ma rendere più sicure e protette le transizioni.

Concretamente significa dare massima priorità (anche in termini finanziari) alle politiche attive del mercato del lavoro, alla formazione professionale e soprattutto cominciare a immaginare le nuove forme di protezione in un mondo che cambia.

In Francia dal 1° gennaio 2017 il “Conto personale d’attività” permette a ogni lavoratore di accumulare diritti in termini di formazione, supporto in un progetto di start-up, valutazione delle competenze, part-time o prepensionamento per chi ha avuto lavori usuranti. Si tratta di un primo esempio di protezione sociale orientata al futuro, in cui i diritti sono legati alla persona e non al posto di lavoro. Sempre in Francia, il governo sta discutendo di estendere il sussidio di disoccupazione anche a chi si licenzia e agli autonomi. L’idea è di permettere a coloro che desiderano lanciarsi in un’impresa imprenditoriale indipendente o semplicemente lasciare la propria azienda per cercare migliori orizzonti, di farlo senza temere le difficoltà economiche che ne potrebbero derivare. È una sfida non priva di problemi (finanziari e di possibile azzardo morale), ma è uno dei temi da prendere sul serio se si vuole declinare il lavoro al futuro.

* Le idee e le opinioni espresse in questo articolo sono da attribuire esclusivamente all’autore e non riflettono necessariamente quelle dell’OCSE o degli Stati membri.

 di Andrea Garnero

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