Tra popolarità e populismo sta la differenza di ogni fascismo

Cultura | 2 novembre 2018

Caro Angelo,
ti scrivo nella pausa di attesa in aeroporto, dopo aver letto sul "L'Espresso" un estratto del libro di Michela Murgia, "Così diventiamo fascisti". Mi scuserai, spero, se ti ho individuato come interlocutore, ormai ce ne sono pochi, non solo in Italia ma nel complesso del  Vecchio Continente, e confido in un tuo pensiero al riguardo, se ti andrà di esprimerti.
Mi ha colpito la capacità della Murgia di guardare oltre lo stillicidio della quotidianità con l'acutezza, tipica degli intellettuali di razza.
Nel teorizzare "popolarità" e "populismo", attribuendo la prima all'esercizio e alla cointeressenza della democrazia, mentre la seconda, non necessariamente ma fondante nell'essenza del fascismo, ha sviluppato,"malgré elle", intendo, inconsapevolmente, il concetto di "società liquida" di Zygmunt Bauman, portandolo alle estreme conseguenze.
Con "popolarità" la Murgia intende la teorica possibilità dei cittadini di entrare nel novero del gruppo dirigente nazionale o sovranazionale, sostituendo e/o scalzando i titolari, senza mai riuscirvi, e, in questo individua il tallone d'Achille della democrazia, non solo degli assetti italiani ma globale. Infatti, la dose insufficiente di cultura del merito, non esclusivamente in Europa, altri continenti, compresa l'America, ne sono afflitti, rende familista la selezione.
Con il relegare i "migliori" e i "peggiori" ai margini dell'assetto sociale, è iniziato, da anni, il collasso dell'attuale forma di democrazia, almeno nell'unico e solo modello declinato negli ultimi due secoli. Così, dalla "società liquida" si è passati all'attuale "società delle assenze",  le cui morti, per usare il linguaggio di Nietzsche, già celebrate sono quelle delle ideologie e dei valori. Non quelli passatisti, lascia intendere la stessa Murgia, ma le forme faticosamente maturate in tempi recenti, riguardanti tolleranza, solidarietà, accoglienza, tutela dell'ambiente, ius soli, declinati negli ultimi decenni, rifiutate dai populisti  e pretestuosamente additate per indicare modelli autoritari, alternativi alla democrazia agonizzante.
Non avendo letto per intero il libro della Murgia, lo inizierò oggi stesso, dopo aver completato "Gli autunnali" di Luca Ricci, non so se la scrittrice sarda abbia sviluppato il concetto, difficile da rendere fruibile ai lettori del subliminale avvento della dittatura, mai palesemente imposto, almeno in epoca post-moderna, attraverso i carri armati, ma legittimato da un consenso consistente, mai della maggioranza assoluta della popolazione. Su questo versante si sono mossi e continuano a proliferare i movimenti sovranisti austriaco, ungherese, ceco, olandese, svedese e altri ancora. In questa prospettiva, mi pare di cogliere e condividere l'indicazione della Murgia di distinguere i fascismi di ritorno dai populismi imperanti, giacché la differenza sta nelle forme di libertà individuali e collettive, negate dai primi e usate dai secondi per imporre leggi e modi di pensare del loro elettorato.
Comunque sia, sta qui il nocciolo del mio apprezzamento per il libro di Michela Murgia, che, peraltro non conosco, a scanso di equivoci e per sfatare il rituale della cerchia chiusa di scrittori tra loro solidali e autoreferenti!, il suo è un appello agli intellettuali, non soltanto italiani, a impegnarsi nei modi e nelle forme più adatte in un indilazionabile ripensamento della società, sporcandosi le mani in politica, affermando la necessità di una nuova forma di democrazia, di vivere sociale, che abbia la radicalità necessaria dell'inclusione, della difesa dei poveri, qui e subito, che riproponga l'etica individuale e collettiva come presupposto per il primato della politica sulla finanza, dell'affermazione dei diritti ma anche quella dei doveri di un cittadino nei confronti dello stato, dell'ambiente, delle giovani generazioni.
Tra i meriti della pubblicazione anche l'interpretazione della parità tra uomo e donna, da perseguire e non da sbandierare a mo' di presa per i fondelli di donne, ormai rassegnate a un ruolo di subordine rispetto al maschio. Insomma, sembra dire la Murgia, dobbiamo coltivare la differenza e le peculiarità tra i sessi, tra le culture, tra le provenienze, incrementando il pluralismo non omologando con le idee, i popoli.
Saluti.                                                                                                                        Angelo Mattone




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