Tre pillole e un placebo

Società | 16 marzo 2020

La scorsa settimana Pietro Ichino ha pubblicato sul suo blog alcune interessanti riflessioni sullo smart-working. Da allora sembra sia trascorsa un’era … digitale. Ciò perché, ed è quello che mi ha più colpito, vi è stato (o almeno a me è sembrato che ci sia stato) un radicale cambiamento di approccio alla tecnologia informatica, proprio da parte di chi non vi aveva familiarità né propensione.

Partirò dall’esempio virtuoso della reazione mia Università (Palermo) alla sospensione della didattica, per svolgere a partire da essa qualche riflessione sulla reazione al cataclisma economico che il SARS-COVID-2 ha innescato; innescato, perché, purtroppo, la spoletta la ha poi improvvidamente tirata via la sig.ra Lagarde.

Dopo il primo decreto che disponeva la chiusura di tutte le istituzioni educative del Paese, in un primo tempo da 22 febbraio al 15 marzo, siamo riusciti a posticipare l’inizio del semestre didattico (stabilito al 2 marzo) di una sola settimana e abbiamo iniziato regolarmente le lezioni e i ricevimenti in tele-didattica già il 9 marzo. Non era facile. E non era impossibile. Era amaro? Si. Abbiamo ingoiato. Tanto che, pur con strumenti improvvisati (e che a molti di quali avvezzi a tali tecnologie ha fatto storcere non poco il naso e non ci ha fatto lesinare critiche), tutti siamo riusciti in un modo o nell’altro a “fare le lezioni”. E i ricevimenti. E a celebrare le sedute laurea. E con la sorpresa di molti perfino ad apprezzare i vantaggi che tale strumento potrà avere a regime. Nessuno ha detto no. Nessuno ha detto io no, non posso, non ce la faccio. Non posso imparare: sono vecchio. No. Nessuno. C’è stato anzi un fiorire di mail e di chat in cui sono stati condivisi, per dirla in “gechese”, i bugs; ma anche i tips and triks scoperti da ciascuno per risolvere i vari problemi. Abbiano fatto da noi. Tutto dentro la comunità universitaria. E giù una seconda pillola. Non c’erano apparati. Non quello umano non quello tecnologico; eppure ce la stiamo facendo. Con strumenti di fortuna: terza pillola. Una settimana. Una sola. Tutti poi abbiamo preso il placebo della transitorietà. Ma eravamo ieri (e oggi siamo) consapevoli che tutto il semestre accademico passerà così.

Ora, è a partire da questa consapevolezza, esorcizzata con silenzio, consapevolezza che “la cosa” sarà lunga e molto, posto che non aveva molto senso mettere in piedi cotale ambaradan per una sola settimana (o anche un mese solo, si sarebbe potuto pensare di recuperarlo in seguito se avessimo avuto certezza del fine contenimento, me non ce la avevano e non la abbiamo), vorrei dire la mia sulla tempestività della reazione politica all’emergenza economica. Sulla sua necessità. E doverosità.

Ecco, vorrei solo proporre sommessamente che lo Stato ci imitasse e prendesse tre pillole e un placebo.

Una pillola di Viagra. C’è una parte dell’Italia, il sud, che (almeno fin ora) è meno colpita dall’epidemia di Covid19. Ma che sarà molto più devastata dal virus economico. Eppure la migliore condizione sanitaria dovrebbe essere usata come condizione di riscatto. Non dico, come accade in queste ore, mentre scrivo, ricevendo i malati lombardi negli ospedali della depressa Sicilia; questo è scontato malgrado la scellerata regionalizzazione della sanità. Dico che le migliori condizioni sanitarie dovrebbero essere usate per una ripartenza anticipata. Ma occorre subito, oggi stesso, preparare i presupposti di domani. Con metafora calcistica al sud devono essere assicurate le condizioni tattiche per lanciare un contropiede nel match contro questo corona-virus. E la tattica la stabilisce il mister. Il mister. Se qualcuno pensasse che sto per proporre le solite misure straordinarie, il denaro a pioggia, il  chiudere un occhio (meglio due) si sbaglierebbe di grosso. E non perché di misure straordinarie e di denaro a cateratte aperte (altro che pioggia) e di, se non  occhi chiusi, almeno di occhiali adeguati, non ci sia bisogno. Altro che. Perché lo straordinario richiede tempo e non ne abbiamo. Anche se la BCE non sembra accorgersene e l’Europa fa lo struzzo o al più nicchia. L’emergenza sanitaria unita all’emergenza economica fa l’emergenza sociale. E l’Europa è, come causticamente disse decenni fa Giuseppe Federico Mancini, affetta da frigidità sociale.  E dunque, in attesa che l’Europa “si faccia di Viagra” e così ami di incontrollata e indistinta passione tutti i suoi europei, io penso all’ordinario. Perché l’ordinario si può fare subito.  Perché qui anche l’ordinario è già straordinario. Talora è perfino prodigioso. Che lo Stato si comporti dunque con i suoi creditori come pretende dai suoi debitori. Ecco allora la seconda pillola. 

Una pillola di dopamina. Pare che la dopamina, che si usa nella cura del parkinsonismo, possa provare prodigalità. Ora, la p.a., in ogni sua articolazione, è notoriamente un “cattivo pagatore”. E come tutti i cattivi pagatori riesce a trovare mille e una scusa per … pagare domani: come il barone Ottone Spinelli degli Ulivi detto Zazà: – «ma oggi se è oggi e domani è domani sono due cose differenti, domani ho detto domani ti pago e domani ti pago non rompere le scatole» (Signori si nasce, Mario Mattoli 1960). Tutta la p.a. paghi i suoi debiti e li paghi tutti e subito. Siano essi corrispettivi siano essi rimborsi. E per una volta, il solve et repete, lo applichi a sé stessa. Se non ce la fa? Ecco acquisti un quintale di dopamina e lo distribuisca ai suoi funzionari. Vieppiù dove e quando l’economia è basata su di un grande committente. Quel committente è la p.a. Anche molto del privato è para-privato. È in realtà un surrogato del pubblico è un privato che ha un solo cliente e quel cliente è la p.a. Così la p.a. non paga i suoi clienti, i suoi clienti non pagano i loro. I loro non possono pagare i loro dipendenti, i loro dipendenti non comprano i servizi e così via in una spirale  viziosa e sempre più vorticosa. Non c’è tempo. La p.a. fornisca la provvista di liquidità che ci serve, come l’ossigeno. Intanto paghi – per una volta – oggi; domani è troppo tardi. Domani, se necessario, restituiremo. Paghi e non chieda. Terza pillola.

Una pillola di riconoscenza. Per lustri oltre le imposte sono stati pagati gli anticipi sulle imposte future. Abbiamo pagato sul guadagnato e su quello che avremmo guadagnato. Se l’economia cresce il guaio è piccolo, anche sopportabile; paghiamo prima e aiutiamo lo Stato indebitato. Se l’economia arranca il guaio è grosso, ma nel breve periodo resistibile. Se l’economia arretra il guaio è serio. Perché le imposte diventano maggiori del ricavo effettivo. Allora anche qui è necessario Stato di comporti da cittadino. Come i cittadini di cui è fatto: elimini (e non solo sospenda) il pagamento degli anticipi sulle imposte. Li scomputi dal dovuto e se di imposte da pagare ne rimangono allora attenda. Paziente. Aspetti domani.

Domani pagheremo. Ci creda. Accetti questo  placebo. A volte funziona.

 di Calogero Massimo Cammalleri

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