Turandot mai vista: il futuro colorato dell’opera pucciniana

Cultura | 16 gennaio 2019

Dal 19 al 27 gennaio al Teatro Massimo di Palermo va in scena Turandot di Giacomo Puccini, con la direzione di Gabriele Ferro e la regia di Fabio Cherstich, autore anche del concept dello spettacolo insieme ai videoartisti russi AES+F, che hanno creato video, scene e costumi dello spettacolo. Si tratta di un nuovo allestimento del Teatro Massimo che viene presentato a Palermo per la prima volta, realizzato in coproduzione con il Teatro Comunale di Bologna e il Badisches Staatstheater di Karlsruhe e in partnership con il Lakhta Center di San Pietroburgo, mentre partner tecnico per i costumi è Alcantara.

L’opera sarà ambientata non al tempo delle favole, ma nel futuro delle prossime generazioni: un futuro coloratissimo dove i complessi paesaggi urbani fanno da sfondo a un popolo in abiti che ricordano le epoche dei totaliritasmi europei. Il regno di Turandot è un matriarcato che punisce gli uomini per lo stupro subìto dall’ava della principessa: lattei robot dalle sembianze vagamente femminili torturano gli sfortunati pretendenti e il palazzo di Turandot è un gigantesco drago che sorvola i cieli della città proiettando immagini tridimensionali che rappresentano i diversi aspetti della personalità della principessa. La fiaba di Turandot ha origine in Persia, si sposta poi in Cina, trasformata in commedia da Carlo Gozzi a Venezia, tradotta infine in tedesco da Schiller, la fonte cui attingono Puccini e i suoi librettisti: come nota il regista Fabio Cherstich, «Turandot è una favola "globalizzata" ante litteram, in cui etnie e nazionalità perdono di significato nella raffigurazione di un mondo fantasioso e astrattamente lontano. Oggi – che la Cina e la Russia sono a un volo o a un tweet di distanza – questo mondo lontano è il futuro della società globale».

In scena nel ruolo della principessa di ghiaccio che si sciolge al primo bacio d’amore si alterneranno il soprano ucraino Tatiana Melnychenko, al debutto nel ruolo, e Astrik Khanamiryan. Debutto europeo nel ruolo di Calaf anche per il tenore americano Brian Jagde, che si alterna con Carlo Ventre. Liù sarà interpretata da Valeria Sepe, dopo il grande successo ottenuto come protagonista de La bohème a dicembre, e da Alexandra Grigoras, e i bassi Simon Orfila e Yuri Vorobiev sosterranno a giorni alterni il ruolo di Timur; negli altri ruoli Antonello Ceron (Altoum e Principe di Persia), Vincenzo Taormina e Federico Longhi (Ping), Francesco Marsiglia (Pang), Manuel Pierattelli (Pong) e Luciano Roberti (Mandarino). Gabriele Ferro salirà sul podio dell’Orchestra del Teatro Massimo, il Coro del Teatro Massimo sarà diretto da Piero Monti, il Coro di voci bianche da Salvatore Punturo.

In occasione della prima una sessantina di negozi della città, in collaborazione con Confcommercio, hanno realizzato delle vetrine che espongono il manifesto dell’opera. "Il Teatro Massimo è un simbolo identitario della nostra città - afferma Patrizia Di Dio, presidente di Confcommercio Palermo - così come lo sono i negozi per il gusto, lo stile, la moda e il design che esprimono. Abbiamo abbracciato un evento così importante come la prima della Turandot perché crediamo nella cultura e nell'arte. Tante declinazioni della grandezza e della bellezza della nostra Palermo e del nostro Paese". Il sovrintendente Francesco Giambrone sottolinea come quello dell’inaugurazione di stagione sia “un momento fondamentale in cui il tessuto imprenditoriale si stringe intorno al Teatro Massimo; è un percorso che negli ultimi anni ci ha visti sempre più vicini”.

Turandot sarà trasmessa in diretta su Radio3 RAI e in streaming sul sito web del Teatro Massimo.



Repliche fino al 27 gennaio. Biglietti da 140 a 15 euro. La biglietteria è aperta dal martedì alla domenica dalle ore 9.30 alle ore 18.00 e nei giorni di spettacolo a partire da un’ora prima e fino a mezz’ora dopo l’inizio.


Note di regia

di Fabio Cherstich

Alla prima assoluta di Turandot, nel 1926, la bomba atomica non esisteva, per andare in

Cina occorreva un viaggio di settimane e le donne italiane non avevano diritto di voto. Il

mondo era diverso; e riallestire quell'opera oggi vuol dire scavalcare un divario temporale.

La musica, le parole, le immagini e i gesti concepiti da Puccini e dai librettisti assumeranno

spesso un significato diverso per un pubblico di cento anni dopo. I formalismi della

tradizione, la patina di antichità, la superficie da dramma in costume rischiano di

ostacolare la comprensione immediata del significato profondo, senza tempo, del testo

originale. Questo divario risulta ancora più marcato nel caso di un titolo come Turandot,

che nei temi e nell'ambientazione è caratterizzato da un orientalismo che oggi risulta

problematico, al centro di una discussione etica e politica globale.

Sono convinto che il compito del regista sia anche di accompagnare il pubblico in questo

viaggio nel tempo. Per farlo ho avuto la fortuna di lavorare con AES+F, un collettivo

artistico le cui visioni radicalmente contemporanee e anticonformiste mi hanno aiutato a

scardinare alcuni luoghi comuni su cosa sia o possa essere un'opera, quest'opera, per

provare a restituire all'originale una forza che altrimenti rischierebbe di diluirsi nel tempo.

Questo ci ha condotti a reimmaginare la superficie della storia, per riavvicinarci alla sua

profondità. Originariamente nata in Persia con ambientazione russa, poi riscritta in Italia da

Gozzi per svolgersi in Cina, Turandot è una favola "globalizzata" ante litteram, in cui etnie

e nazionalità perdono di significato nella raffigurazione di un mondo fantasioso e

astrattamente lontano. Oggi –- che la Cina e la Russia sono a un volo o a un tweet di

distanza –- questo mondo lontano è il futuro della società globale. La nostra Turandot,

quindi, è ambientata nel terzo millennio.

Nessuno poteva essere più adatto a visualizzare questo futuro di AES+F, che nelle loro

videoinstallazioni creano un mondo ibrido e multiforme, caratterizzato da uno sguardo

sulla contemporaneità e una visione del futuro che rispetta e reinventa forme e motivi

antichi, ispirati alla tradizione pittorica e scultorea della storia dell’arte. Ad AES+F è

affidata la cura della parte visiva dello spettacolo: video, scene e costumi, un complesso di

tableaux e composizioni sceniche in cui video e azioni reali possano coesistere e

interagire in una forma che rispetti e amplifichi le atmosfere musicali di Puccini, per una

Turandot del terzo millennio.

Nella nostra lettura la principessa Turandot è a capo di un nuovo impero gigantesco e

multietnico in cui Pechino è una megalopoli organizzatissima dove convivono uomini,

macchine e androidi. Gli elementi dell'architettura orientale tradizionale si sovrappongono

a nuovi edifici tecnologici. Passato, presente e futuro si uniscono in un melting pot in cui

non è chiaro quale sia l'originale e quale l’innesto.

In questa città, la “massa” è specchio di una società vulnerabile e spaesata, abituata alla

violenza, che si manifesta in forme che rasentano l'allucinazione collettiva l'idolatria nei

confronti del potere. Turandot esercita un cyber-matriarcato radicale, servendosi di

immagini video, schermi e proiezioni per incantare i suoi sudditi.

La violenza di cui è portatrice nasce da una doppia ferita psicologica della protagonista. La

sua ava Lo-u-Ling è stata vittima di un invasore straniero in un’epoca che corrisponde alla

nostra contemporaneità, in cui le donne sono vittime di violenza e sottomissione e la

separazione tra maschile e femminile è maggiore rispetto alla società di Turandot: questo

trauma ha quindi le sue radici sia nel passato familiare di Turandot che nella storia

trascorsa della sua società – il mondo di oggi.

Già nell'originale, Turandot è un personaggio multiforme e contraddittorio: fragile e

violenta, ferita e dominante, fredda e sensuale. Questa molteplicità – che è alla radice del

fascino che esercita su Calaf, inducendolo ad idealizzarla – sarà resa in video mostrando

molteplici alter ego digitali della principessa visibile in scena, figure ibride e metamorfiche,

liquide, dolci, mostruose.

Al suo servizio la principessa ha un esercito di figure dall'aspetto ambiguo, quasi

androgino: robot addetti alla tortura, presenti in video nel suo palazzo volante simile a un

drago, e sorveglianti che gestiscono la massa sulla scena nella città rappresentata da

gradoni color rosso laccato, estensione del palazzo imperiale.

Timur è un dittatore cacciato dal suo paese proprio dall'esercito di Turandot – il costume

richiama esplicitamente un'uniforme militare; lo accompagna Liù, la cui divisa da

infermiera suggerisce dedizione e purezza. Anche Calaf è in fuga. Complessivamente,

questi tre personaggi sono dei rifugiati, rappresentano l'elemento estraneo e perturbante.

Al contrario, Ping Pong e Pang sono un prolungamento del palazzo – rossi come l'aereo di

Turandot e come la scenografia. Sono personaggi kafkiani, dei burocrati intercambiabili

che amano stordire e confondere col linguaggio. Amano anestetizzarsi con delle sostanze

che alterano la loro percezione, per ricordare un passato imperiale da cartolina, un mondo

evocato solo dalle parole che nella realtà non esiste più.

La recitazione e il linguaggio teatrale utilizzati in quest'opera dovranno essere antirealistici

e procedere per contrasti e stilizzazioni. Il movimento delle masse – coro e

figuranti – dovrà servirsi di tecniche che suggeriscano le convenzioni del video: movimenti

al rallentatore, accelerazione o ripetizioni dei gesti, freeze aiuteranno a raccontare una

società schiacciata dal potere e rigidamente organizzata. Al contrario, la recitazione di chi

a quella società non appartiene – Timur, Liù e Calaf – dovrà invece mantenere un forte

grado di verosimiglianza, per permettere al pubblico un'empatia nei loro confronti e

fungere da contrappunto all'artificialità del mondo di Turandot.

Nell'artificiosità del futuro – e della rappresentazione stessa – la forza che ancora risuona

in questa favola è quella della verità dei sentimenti e del rapporto tra la vita e la morte,

rapporto sul quale si gioca la partita tra i due protagonisti. Attraverso il sacrificio di Liù,

questo porterà al trionfo dell'amore utopico nel finale, il disgelo dei sentimenti non solo di

Turandot e di Calaf ma della società tutta.

Questa conclusione sembra rispondere a ogni domanda, come Calaf ha risposto alle tre

domande di Turandot. Ma risolti gli indovinelli, restano aperti degli enigmi. Perché Calaf si

innamora di Turandot? Perché solo lui riesce a superare le tre prove? Perché le offre

un'ultima chance? E perché, alla fine, Turandot accetta di ricambiarlo?

A questi problemi interni al testo se ne affiancano, un secolo dopo, altri legati alle

differenze fra il mondo in cui era stato scritto e quello in cui oggi viene rappresentato. Che

senso ha oggi la visione esotizzante del libretto originale? Che Cina è la Cina di

cartapesta in cui si svolge la storia? Come tenere conto del fatto che oggi i limiti di una

visione tanto eurocentrica e stereotipata sono insormontabili, ma al contempo una

semplice occidentalizzazione della trama e dei personaggi non farebbe che cancellare

ogni differenza? Che spazio ha, nel teatro di oggi, il mondo di Turandot?

Non esiste ancora una risposta univoca a queste domande. Le prime sono state lasciate

aperte dalla morte di Puccini; le seconde sono oggetto quotidiano di una discussione

collettiva che attraversa il teatro e la cultura contemporanea in tutto il mondo. Cercando in

un futuro globalizzato un equivalente dell'altrove posticciamente orientale dell'originale – e

rifiutando nel trucco e nel costume caratterizzazioni etniche necessariamente stereotipe e

riduttive a favore della visione di una società mista del futuro – questo allestimento non si

propone di trovare una risposta alla discussione in corso, ma di provare a parteciparvi.


19, 20, 22, 23, 24, 25, 26, 27 gennaio

TURANDOT

Opera in tre atti

Libretto di Giuseppe Adami e Renato Simoni

Musica di Giacomo Puccini


Direttore Gabriele Ferro

Concept Fabio Cherstich e AES+F

Regia Fabio Cherstich

Video, scene e costumi AES+F

Luci Marco Giusti

Videomaker Georgy Arzamasov

Coach movimenti Alessio Maria Romano

Assistente alla regia Fabio Condemi

Assistente alle scene e ai costumi Marina Busygina


PERSONAGGI E INTERPRETI

Turandot Tatiana Melnychenko (19, 23, 25, 27) / Astrik Khanamiryan (20, 22, 24, 26)

Altoum e Principe di Persia Antonello Ceron

Timur Simon Orfila (19, 23, 25, 27) / Yuri Vorobiev (20, 22, 24, 26)

Calaf Brian Jagde (19, 23, 25, 27) / Carlo Ventre (20, 22, 24, 26)

Liù Valeria Sepe (19, 22, 23, 24, 25, 27) / Alexandra Grigoras (20, 26)

Ping Vincenzo Taormina (19, 22, 23, 25, 27) / Federico Longhi (20, 24, 26)

Pang Francesco Marsiglia

Pong Manuel Pierattelli

Mandarino Luciano Roberti

Orchestra, Coro e Coro di voci bianche del Teatro Massimo

Maestro del Coro Piero Monti

Maestro del Coro di voci bianche Salvatore Punturo


Nuovo allestimento del Teatro Massimo

In coproduzione con Teatro Comunale di Bologna e

Badisches Staatstheater Karlsruhe

In partnership con Lakhta Center - San Pietroburgo

Partner tecnico per i costumi Alcantara






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