Turchia-Ue, un patto pagato dai profughi. E dai curdi

Società | 16 ottobre 2019

L’Unione Europea ha arginato l’arrivo di rifugiati delegando i controlli di frontiera ai paesi di transito, prima alla Turchia e poi alla Libia. Ora le minacce di Erdogan dimostrano la fragilità di questi accordi. E i costi umani e politici che nascondono.

Il ricatto della Turchia

Dopo aver lanciato l’operazione Primavera di pace contro i curdi siriani, il presidente turco Recep Erdogan ha dichiarato: “Paesi dell’Unione Europea, se provate a chiamare la nostra operazione un’invasione allora la risposta è semplice: apriremo i nostri confini e vi manderemo 3,6 milioni di rifugiati!”. In effetti, la Turchia è il paese che ospita il maggior numero di rifugiati al mondo, un record che detiene da cinque anni. E ne ospita un numero così elevato perché il 18 marzo 2016 ha firmato un accordo con l’Unione Europea, a seguito del quale si è impegnata a chiudere la rotta del Mediterraneo Orientale (dalla Turchia alla Grecia) in cambio di 6 miliardi di euro di trasferimenti dalla Ue.

Esternalizzare i controlli di frontiera

Questo si chiama “esternalizzazione dei controlli di frontiera” e la dichiarazione di Erdogan esprime con immediatezza tutta la fragilità e l’instabilità di questo tipo di accordi. Le sue parole ricordano minacce simili espresse da Mu’ammar Gheddafi contro l’Italia in passato. Niente di nuovo sotto il sole, dunque.

Nonostante il numero mondiale di profughi continui a salire, l’Unione Europea è riuscita ad arginare la cosiddetta crisi dei rifugiati in Europa – culminata nel 2015 con oltre 1,3 milioni di domande di asilo presentate in paesi Ue – proprio delegando i controlli di frontiera ai paesi di transito: alla Turchia nel 2016 e alla Libia nel corso del 2017.

Così, nel 2018 e 2019 i paesi europei hanno vissuto un periodo di relativa calma nell’arrivo di migranti. La figura 1 riporta il numero di sbarchi mensili da gennaio 2018 a settembre 2019 lungo le tre principali rotte di ingresso in Europa: Mediterraneo Orientale (Grecia), Centrale (Italia) e Occidentale (Spagna). Nel pieno della crisi dell’autunno del 2015, le tre rotte ricevevano in totale tra i 130 e i 220 mila ingressi di immigrati irregolari ogni mese (la maggior parte dei quali in Grecia). Dall’inizio del 2018, invece, non si raggiungono i 20 mila mensili. Ci sono differenze importanti tra le tre rotte: la Spagna non registrava numeri così alti da anni, mentre per le altre due siamo ritornati ai valori pre-crisi. In particolare, per l’Italia la linea è piatta e ben al di sotto delle altre due per quasi tutto il periodo.

Figura 1 – Arrivi di migranti in Italia, Grecia e Spagna (dati mensili)

Fonte: Unhcr – United Nations High Commissioner for Refugees

Nel corso del 2019, però, c’è una novità importante. Gli sbarchi crescono su tutte le tre rotte. Cosa sta succedendo? Erdogan ha già “riaperto i cancelli”? Difficile dirlo. Nonostante gli allarmismi nostrani, il numero di sbarchi in Italia è comunque inferiore rispetto agli altri due paesi. A settembre 2019 ci sono stati 2.350 arrivi sulle coste italiane, contro i 3.427 della Spagna e i 12.017 della Grecia.

Il coinvolgimento della Libia nel controllo del Mediterraneo

Ma come e quando si sono ridotti gli sbarchi in Italia? Per rispondere, guardiamo ai dati sugli arrivi giornalieri sulle coste italiane a partire dal 1° gennaio 2016 (figura 2). La riduzione più drastica si è verificata sotto il governo Gentiloni. Nei primi sei mesi di quell’esecutivo (dicembre 2016-giugno 2017) si registrava una media di 460 sbarchi al giorno, scesa a 190 nel semestre successivo (luglio-dicembre 2017) e a 90 nel suo ultimo semestre. La diminuzione è frutto di un intenso lavoro condotto dal governo Gentiloni sul coinvolgimento della Libia nel presidio delle sue acque territoriali fatto di accordi più o meno espliciti: dal Memorandum d’intesa firmato dallo stesso presidente del Consiglio con al-Sarraj nel febbraio del 2017 al “summit riservato” del ministro dell’Interno Marco Minniti con il generale Haftar a fine agosto 2017. Ma è anche frutto di fornitura di motovedette, supporto logistico alle operazioni in mare e formazione (nel doppio senso di creazione e addestramento) della cosiddetta guardia costiera libica. Tutto questo accompagnato da un intervento europeo che, con la missione Sophia, ha iniziato ad addestrare la guardia costiera libica già dall’ottobre 2016.

Figura 2 – Arrivi di migranti in Italia (dati giornalieri)

Fonte: Unhcr – United Nations High Commissioner for Refugees

L’ulteriore riduzione dei flussi in arrivo in Italia dalle coste nordafricane durante il periodo del governo Conte 1 – con una media di circa 30 sbarchi al giorno tra giugno 2018 e agosto 2019 – sembra invece inserirsi nella tendenza decrescente impostata durante l’amministrazione precedente. La politica dei “porti chiusi”, di fatto, si è caratterizzata soprattutto per aver complicato l’attracco nei porti italiani alle navi delle Ong, che però contribuiscono solo in piccola parte agli sbarchi totali.

Cosa aspettarsi?

Se l’accordo con la Turchia ha rivelato dopo tre anni tutta la sua instabilità, quello con la Libia è nato fragile. Difficile immaginare un partner meno affidabile di un paese immerso nel caos di una guerra civile. Quanto tempo passerà prima che la Libia metta in atto minacce e ricatti sulla falsariga di Erdogan? Nel frattempo, l’Italia – e l’Europa tutta – sostengono costi umani e politici drammatici, permettendo la sistematica violazione di diritti umani e la negazione di quello d’asilo, e trattando con soggetti indifendibili. Ancora una volta, però, i costi più alti – abusi, violenze, stupri, morte – vengono pagati dai migranti stessi.(info.lavoce)
 di Francesco Fasani e Tommaso Frattini

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