Violenza domestica tra le mura del lockdown

Società | 22 maggio 2020

Nel periodo di lockdown le segnalazioni ai centri contro la violenza sulle donne sono aumentate. Mentre il Codice rosso ha mostrato tutti i suoi limiti. Le vittime si tutelano attraverso prevenzione, protezione e sostegno. E i colpevoli vanno perseguiti.

L’allarme dell’Oms

È giunto anche da noi il grido d’allarme dell’Organizzazione mondiale della sanità “profondamente turbata dalle segnalazioni di molti paesi di un aumento delle violenze contro donne e uomini, da parte del partner, e contro i bambini, collegate a Covid-19”. È Hans Kluge, direttore regionale per l’Europa, a denunciare il preoccupante aumento del numero di chiamate di donne aggredite dal partner, in alcuni paesi addirittura del 60 per cento rispetto all’anno precedente. In particolare, dallo scoppio della pandemia le richieste online alle linee anti-violenza sarebbero aumentate fino a cinque volte, sempre tenuto conto che “solo una frazione dei casi di violenza vengono denunciati”.

I dati italiani sono in linea: sebbene alcune procure della Repubblica abbiano registrato, dall’inizio del lockdown, una diminuzione di delitti (maltrattamenti, stalking e violenza sessuale), secondo quanto raccolto da D.i.Re (Donne in Rete contro la violenza) tra il 2 marzo e il 5 aprile sono arrivate 2.867 segnalazioni ai centri del network, 1.224 in più (un incremento del 74,5 per cento) rispetto alla media mensile registrata nel 2019. Simili i numeri riportati dal dipartimento di Pari opportunità, secondo cui, da inizio marzo al 18 aprile, c’è stato un aumento di chiamate di oltre il 64 per cento rispetto allo stesso periodo del 2019.

I numeri dimostrano dunque che la convivenza forzata dovuta all’emergenza sanitaria non ha contribuito a diminuire le violenze, anzi. Del resto, il contesto familiare è allo stesso tempo quello in cui si verifica la maggior parte degli episodi di violenza, ma anche quello in cui è più difficile, per le vittime, denunciare. Non deve quindi stupire il fatto che le donne, “rinchiuse” sotto lo stesso tetto con chi alza le mani contro di loro, preferiscano rivolgersi ai centri territoriali anti-violenza più che alle autorità pubbliche.

I numeri sulle donne uccise non lasciano scampo a interpretazioni: secondo quanto raccolto dalla banca dati Eures – e pubblicato nel recente rapporto “Femminicidio e violenza di genere in Italia” -, l’85,1 per cento dei casi nel 2018 (+6,3 per cento rispetto all’anno precedente) è avvenuto in famiglia, il 65 per cento dei quali all’interno della coppia (+16,4 per cento rispetto all’anno precedente) a opera di coniugi o conviventi (il 75,6 per cento) o di ex partner (il 24,4 per cento). In altre parole, in Italia una donna ha una maggior probabilità di morire per mano di una persona conosciuta, spesso parte della propria cerchia familiare, rispetto a una persona sconosciuta.

Grafico 1 – Vittime di omicidio in relazione con l’omicida per sesso. Anni 2004, 2009, 2014, 2018 (a) (composizioni percentuali).

I molti limiti del “Codice rosso”

Negli ultimi anni, il Parlamento è intervenuto a più riprese per cercare di porre un freno agli episodi di violenza di genere. Con l’ultima iniziativa, la legge n. 69/2019 (il cosiddetto “Codice rosso”), ha introdotto quattro nuove figure di reato, ha previsto un inasprimento delle sanzioni ed è intervenuto sull’omicidio aggravato dalle relazioni personali, estendendo il campo di applicazione delle aggravanti. Si tratta di un generale aumento della severità, con cui spesso si imbandiera chi promuove simili interventi, ma che di rado è la soluzione del problema. Problema che in questo caso, a differenza di altre proclamate emergenze, esiste davvero, come i numeri implacabilmente ci ricordano.

È stata anche introdotta una procedura standardizzata e dai tempi accelerati: il pubblico ministero deve ascoltare la persona offesa o chi ha effettuato la denuncia entro 3 giorni dall’iscrizione della notizia di reato e la polizia giudiziaria deve indagare senza ritardo. L’auspicio era quello di assistere, e farlo subito, chi denuncia, per evitare che si confermi nel tempo il terribile dato secondo cui il 28 per cento delle donne vittime di omicidio in ambito familiare nel 2018 aveva già denunciato – evidentemente invano – il proprio compagno.

Per il momento, i dati sono pochi per tentare un giudizio sulla efficacia della nuova legge. Di certo, la scelta di operare un inasprimento delle sanzioni penali senza sostanziali investimenti nella formazione degli operatori giudiziari, nell’incremento del personale e nel rafforzamento delle strutture competenti ad assistere le donne prima e dopo la denuncia non lasciano ben sperare.

Di fronte alla scia di sangue lasciata da un fenomeno che affonda le proprie radici nelle profondità della più retriva cultura del nostro paese, il giurista che osserva la normativa fatica a scacciare una certa insoddisfazione. Il sospetto è che sia stato fatto, ancora una volta, un uso simbolico del diritto penale: si pretende di far scomparire un problema, come per incanto, limitandosi a vietare la condotta che lo genera o a inasprire le pene. In più, qui, abbiamo il timore che, nel lodevole intento di velocizzare la reazione delle procure, l’introduzione di un protocollo obbligatorio, che impone di trattare tutti i casi con urgenza, rischi, al contrario, di ingessarne l’azione fin dai primi “passi”, impedendo di selezionare, nella marea delle denunce e di fronte alla carenza di personale, i casi che più di altri meritano una tutela immediata. Senza contare che una simile imposizione manifesta una sfiducia nei confronti delle capacità di analisi e intervento di magistrati e forze dell’ordine, da un lato poco rassicurante per il cittadino e dall’altro deresponsabilizzante per i pubblici funzionari.

L’emergenza sanitaria richiede uno sforzo di cambiamento in tutti i settori della società, anche nella risposta ai reati contro le donne: si pensi solo alle difficoltà che sorgono in merito all’applicazione degli arresti domiciliari.

A nostro parere, oggi più che mai, è necessario un ripensamento dell’intero percorso di tutela delle donne vittime di violenza, a livello sia culturale che giuridico, tenendo come punto di riferimento le linee guida della Convenzione di Istanbul, ratificata dall’Italia nel 2013: prevenzione, protezione e sostegno delle vittime, perseguimento dei colpevoli e politiche integrate.

D’altra parte, le ripercussioni che l’odierna crisi ha sulla condizione delle donne rappresenta una delle tematiche più serie, ma anche meno affrontate nel dibattito pubblico. Che ciò derivi da un’impostazione culturale è fin troppo evidente. Temiamo siano ancora attuali le parole della scrittrice Diane Russel: “quando parliamo di femminicidio non stiamo semplicemente indicando che è morta una donna, ma che quella donna è morta per mano di un uomo in un contesto sociale che permette e avalla la violenza degli uomini contro le donne”. Teniamole sempre a mente, finché, speriamo presto, potremo dimenticarle.(lavoce.info)

 di Simone Lonati e Carlo Melzi d'Eril

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