Tradire è un po' morire, ma anche capire
La credibilità che ha questo romanzo, tradotto da Vincenzo Barca, non sta nella storia raccontata – una solida (apparentemente) trentennale relazione della classe media messo a rischio da un adulterio del marito con una donna più giovane di vent'anni – ma nel modo esplicito in cui è narrato (immerso non in uno scenario esotico, non nei luoghi comuni di Rio e San Paolo, quanto nella contemporaneità delle mail, degli sms, di Skype), un crollo in prima persona, la ridefinizione della vita e delle abitudini, il mettersi in discussione fra illusioni e disillusioni, senza perdere di vista umorismo e lucidità. Il triangolo è composto dalla narratrice senza nome, dal marito Paulo (coppia di traduttori, di certe lotte e certi ideali, vissuti insieme nel passato, e di siderale distanza nel presente) e dall'amante di lui, N, antagonista che della narratrice è perfetta antitesi, prorompente quanto la donna tradita è il prototipo di un'intellettuale impegnata. Si affastellano domande sulla vita di coppia e sulla libertà, su ciò che viene meno quando si tradisce: un inventario dell’amore nella mezza età e del dolore di spietata contemporaneità è “Niente da dire”, che scorre crudo e onesto fino in fondo. Ne vien fuori che tradire è un po' morire, ma è anche capire, maledettamente, gli altri e se stessi.
di Salvatore Lo Iacono