Testimoni di pace, la guerra non รจ mai inevitabile
È assordante il nostro silenzio su tutto ciò che non riguarda Gaza. Più precisamente: che non riguarda i massacri dell’IdF, l’esercito israeliano, dei 75.000 palestinesi di Gaza dall’8 ottobre 2023 al 10 ottobre 2025, data della più violata delle tregue. Nemesi della storia: i metodi, oggi super-tecnologicizzati e guidati dall’Intelligenza Artificiale, non differiscono poi tanto dallo sterminio e dalle sistematiche distruzioni casa per casa delle SS nei confronti degli ebrei europei. Nel Ghetto ebraico di Varsavia le vittime della furia tedesca furono 400.000 in poco meno di tre anni, dal 1940 al 1943, di cui 100.000 morti per stenti, 287.000 nei campi di concentramento, 13.000 nella disperata rivolta dal 13 aprile 1943 al 19 maggio stroncata dalle SS. Alla fine della rivolta il Ghetto fu completamente raso al suolo. Come Gaza.
Chi scrive era a Genova il 22 settembre 2025 per la presentazione di un suo libro intitolato, in tema, “Gocce di pace. Manualetto pratico per aiutarci a essere artigiani della pace”. La manifestazione per Gaza fu quel giorno imponente per numero di partecipanti. Colpivano l’eterogeneità e la compostezza dei dimostranti: studenti, operai, immigrati, giovani genitori con bambini nel passeggino, anziane signore, coppie di nonni, gente di ogni condizione sociale. Corteo esemplarmente pacifico.
Poche settimane fa abbiamo sfilato da noi in Sicilia. In centinaia a reggere – con commozione e compenetrazione: questo lo stato d’animo mio e penso di tutti – il “Sudario della memoria viva”. Lenzuolo di 70 metri sul quale sono stati scritti nome, cognome, età di 18.500 dei 22.000 bambini massacrati dagli israeliani a Gaza. L’hanno realizzato con paziente lavoro gli studenti dell’Istituto di istruzione secondaria superiore “Giorgio La Pira” di Pozzallo guidati dal professore Giovanni Susino. Meriterebbero un premio.
Così come, oltre al Premio speciale della giuria del “Festival di Venezia 2026”, meriterebbe l’Oscar 2027 per il miglior film straniero il lavoro dei registi israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor “Naza”, acronimo di “danni collaterali”, che in tanti abbiamo visto e che lascia sconvolti. Si documenta, attraverso interviste a ufficiali dell’intelligence militare e dell’esercito di Tel Aviv, la metodologia ipertecnologica supportata dall’Intelligenza Artificiale adottata per sterminare la popolazione e radere al suolo Gaza. Decine, centinaia di “danni collaterali” – bambini, donne, uomini innocenti – uccisi per fare fuori i terroristi di Hamas macchiatisi del massacro di 1.200 israeliani, due terzi dei quali civili, il 7 ottobre 2023. Beninteso, con buona pace di chi lo interpreta come un atto di resistenza, il massacro animalesco di cui si sono macchiati i palestinesi di Hamas resta un’altra pagina abominevole della storia. Come ormai assodato, il proposito era stato anticipato un mese prima al premier israeliano Netanyahu da due “soffiate” del presidente degli Emirati Arabi Uniti Mohammed ibn Zayed e dei servizi segreti dell’Egitto. Ignorate colpevolmente e consapevolmente per possibili calcoli politici e strategici. Ad esempio: per volerle come casus belli e così scatenare una volta per tutte la distruzione di Gaza che con i suoi razzi tiene da anni sotto tiro e in scacco il territorio israeliano.
Il fallimento dell’ordine internazionale
Gaza. E poi? Studenti, razziatori e “casseurs” minorenni e maggiorenni incappucciati e di nero vestiti continuano a saccheggiare, rubare, devastare, fracassare vetrine, distruggere auto e arredo urbano, cercare il corpo a corpo con le forze dell’ordine che li fronteggiano. Ma dove sono i “non professionisti” delle manifestazioni e delle distruzioni? Dove sono le espressioni della società civile, le famiglie, le associazioni, la gente che non ti aspetteresti mai ad un corteo di protesta e che invece ha sfilato pacificamente per Gaza?
Perché se è vero che Gaza è l’epicentro del fallimento dell’ordine internazionale e di quel che resta della dignità delle nazioni, è altrettanto vero che le crisi contro le quali battersi pacificamente come opinioni pubbliche sono tante. Troppe. Non le risolveremo ricordandole o sfilando. Ma non possiamo ignorarle, ne va del nostro essere cittadini democratici, liberi, coscienti, che sanno pensare con la testa e non sono eterodiretti come pecoroni da social, media, manipolatori dell’informazione, specialisti della propaganda e delle fake news. Non siamo ideologicizzati o addomesticati da centrali asservite a Putin o a Trump, maestri nello stravolgimento della realtà dei fatti. Putin tiene in pugno e manipola Trump a suo piacimento. Propone un incontro a tre tra lui, Xi Jinping e Trump (sì, proprio loro, i tre superpotenti che vengono definiti gli “artefici del caos”!) il 18 e 19 novembre in Cina al summit dell’Asia-Pacific Economic Cooperation (Apec) per decidere sulla pace in Ucraina e non solo. Una specie di Yalta 2 del XXI secolo alla quale non deve sedere né il paese da lui aggredito né l’Europa. Non stupiamoci: i peggiori nemici dell’Unione europea e dei suoi valori costitutivi sono proprio Putin e Trump.
Alcune domande
Ebbene, appunto perché noi non pensiamo come vorrebbero che pensassimo ci porremo ora alcune domande. E non a tutte risponderemo o sapremo rispondere.
Perché nessun grido di dolore si è levato contro il massacro di civili che i generali di Putin hanno incrementato nella “guerra di distruzione di condomini” a cui si è ridotta la bloccata aggressione russa all’Ucraina? In otto mesi, da gennaio ad agosto 2026, 15.280 civili ucraini d’ogni età, molti i bambini, sono stati uccisi nelle loro case dai raid notturni e anche diurni con droni e missili russi. Non siamo ancora alle vette numeriche di Gaza. Però ci avviciniamo con una evidente accelerazione. Nessuno ne parla, nessuno si indigna, nessuno manifesta contro questi crimini di guerra del criminale di guerra padrone del Cremlino e della Russia, della sua corte e dei suoi pretoriani.
La sgangherata, fallimentare guerra mossa all’impresentabile regime iraniano da Trump – il presidente più inaffidabile, sgradevole, tornacontista che la Casa Bianca abbia mai ospitato – ha prodotto come risultato una crisi energetica ed economica senza precedenti che impoverisce tutti in tutti i continenti. E, come se non bastasse, ha consolidato la sanguinaria dittatura di Teheran. Dall‘inizio dell’anno ad ottobre 2026 ben 600 gli oppositori iraniani impiccati dai loro governanti “religiosi” e “pasdaran”. Chi ne è al corrente? Chi protesta da noi sfilando nelle vie o organizzando sit-in contro queste esecuzioni sommarie?
Isterica la reazione di Trump, servetti, sodali e MAGA vari negli Usa, così come a Gerusalemme e Tel Aviv, alla notizia dell’assegnazione del Nobel per la Pace 2026 alla giurista sudafricana Navi Pillay. È stata tra l’altro giudice della Cpi, la Corte Penale Internazionale con sede a L’Aia, in Olanda, uno degli ultimi baluardi rimasti (perciò l’assegnazione ha fatto imbufalire l’odioso e pericoloso Trump) nella tutela del bersagliatissimo diritto internazionale e della multilateralità. Ma qualcuno ha ritenuto di prendere pubblicamente le difese – nelle nostre città, nelle piazze, nelle università – della Pillay e della Cpi?
Perché non ci siamo neppure accorti e tantomeno abbiamo mai sfilato per protestare contro la guerra civile in Sudan? Conflitto tra le Forze armate sudanesi (Saf) del generale Abdel Fattah al-Burhan e le paramilitari Forze di Supporto Rapido (Rsf) del generale Mohamed Hamdan "Hemedti" Dagalo. Eppure i numeri sono da catastrofe. La più sanguinosa crisi in corso nell’intero pianeta: dal 15 aprile 2023 si stimano tra i 150.000 e i 200.000 morti (c’è chi si spinge a 400.000) e 14 milioni di sfollati e profughi, un terzo della popolazione del Sudan. Scontro feroce come e più di tutte le guerre civili. Con gli stupri divenuti “normali” e “sistematici”.
Cuba affamata e al buio
Perché non un grido di dolore si leva per Cuba? Per la sua popolazione umiliata, affamata, ridotta al buio per carenza di tutto, dagli alimenti ai carburanti, a seguito dell’assedio economico-militare americano che sta strangolando l’isola? Manifestiamo pacificamente per Cuba. Mettiamo mano al portafoglio, aiutiamo in ogni modo i cubani (che peraltro ci hanno aiutato mandando i loro medici in tempo di covid e poi anche in aree carenti di personale sanitario come la Calabria). Usciamo dalle gabbie ideologiche. Chi scrive non ha mai avuto simpatie o fascinazioni per ogni genere di dittatura e quindi neppure per la dittatura comunista di Fidel Castro e poi di suo fratello Raul. Ma che c’entrano i 9 milioni e mezzo di abitanti di Cuba, anziani e anziane, bambini e bambine, con la propaganda e il regime? Concentriamoci ed uniamoci nell’aiuto e nella difesa della dignità umana dei cubani. Manifestiamo per loro e contro il proposito trumpiano di (ri)fare dell’isola nulla più d’una colonia americana, di conquistarla con metodi da assedio di dieci o venti secoli fa. Perché niente – se non una ben più potente disponibilità di armi e potenza distruttiva – è cambiato nella testa del genere umano. Da mille o diecimila anni a questa parte.
Se proprio ci teniamo a restare nel Medio Oriente rendiamoci conto che se Gaza piange – altroché se piange! – la Cisgiordania non ride. In Cisgiordania nella distrazione e nell’indifferenza del mondo dal 10 ottobre 2025 sono stati uccisi oltre 1.000 palestinesi, 200 dei quali bambini. Ogni giorno più devastante si rivela l’azione aggressiva dei nuovi padroni del territorio, i violenti e fanatici ultraortodossi israeliani. Indisturbati, con il beneplacito del loro governo, a macchia di leopardo si installano sempre più numerosi con i loro “insediamenti” nell’area dove vivono i palestinesi. Li vessano, bruciano le case, distruggono i loro raccolti con lo scopo di sloggiarli e insediarsi in quella terra mettendo in atto la dottrina della “Grande Israele”. Alla Palestina manca tanto in fatto di indipendenza e piena statualità. Ora è compromessa persino la continuità territoriale. Ora in un fazzoletto di terra ai 3.500.000 residenti palestinesi si aggiungono ben 800.000 coloni israeliani. Questi scenari meritano il nostro silenzio, la nostra indifferenza o piuttosto la nostra protesta civile e non violenta? E, per quanto ci riguarda come Repubblica Italiana, cosa aspetta il governo di Roma a riconoscere lo Stato di Palestina?
Gaza, l’acqua arma di guerra
E ancora. Dalla violatissima tregua a Gaza scattata il 10 ottobre 2025 sono stati massacrati dall’esercito israeliano nei soliti attacchi mirati contro “terroristi” (definizione per tutti gli usi e tutte le stagioni) 1.400 abitanti della Striscia, di cui 350 bambini. I gazawi sono zombi ormai senza familiari, senza ricordi, senza casa, senza sostentamento. In una parola senza vita. Non ce ne stiamo rendendo conto ma la coventrizzazione, la cancellazione di Gaza e dei suoi abitanti non è finita. Continua in modo meno spettacolare ma sistematico da parte della macchina militare israeliana. Anche con altri mezzi e modalità.
Concludiamo questo appello ad essere testimoni e difensori della pace, ad indignarci, a riprendere la protesta sempre e solo non violenta contro guerre e guerrafondai con una testimonianza. Come sempre sconvolgente quando l’argomento è Gaza. Martina Marchiò, infermiera e vicepresidente di “Medici Senza Frontiere”, così scrive a proposito dell’acqua, una delle armi più micidiali a cui nella Striscia si ricorre, accanto ad aerei, carri armati, missili e droni. Ora e non solo nel triennio trascorso:
“A Gaza l’acqua non è più solo una risorsa che manca. L’acqua è stata intenzionalmente e sistematicamente trasformata in un’arma di guerra. Nel nostro ultimo rapporto, dal titolo “Water as a weapon”, documentiamo una realtà che fa accapponare la pelle: quasi il 90% delle infrastrutture idriche e dei servizi igienico-sanitari della Striscia è stato danneggiato o completamente distrutto dai bombardamenti. Con lo sfollamento forzato di oltre due milioni di persone, ammassate in tendopoli sovraffollate e prive di canali di scarico, i sistemi fognari sono totalmente collassati. Le famiglie sono costrette a scavare latrine di fortuna nella sabbia, a pochi metri dai propri materassi e, drammaticamente, accanto ai rari pozzi rimasti, contaminando la poca acqua disponibile.
In questa catastrofe artificiale, il corpo delle donne è diventato il vero, silenzioso campo d battaglia. Ci sono circa 700.000 donne e ragazze a Gaza che ogni mese affrontano le mestruazioni in queste condizioni disumane. Senza acqua. Senza sapone. Senza alcuna intimità. Le autorità israeliane bloccano sistematicamente l’ingresso di kit igienico-mestruali e le donne sono costrette a usare e riutilizzare stracci sporchi, esponendosi a infezioni del tratto urinario e dell’apparato riproduttivo, dolorosissime e pericolose. Non potendosi lavare, l’odore intimo diventa così forte che le donne provano una angoscia e una vergogna indescrivibili persino a stare sedute accanto agli altri. Alcune, spinte dalla disperazione, ci hanno detto che avrebbero preferito essere sterilizzate piuttosto che avere un’altra mestruazione in queste condizioni disumane.
Le donne offese nell’intimità
Questa privazione non è un effetto collaterale: è un’arma di disumanizzazione mirata. Colpire l’intimità di una donna, costringerla a sanguinare tra le macerie senza potersi pulire, privarla di un velo di plastica che le garantisca un minimo di privacy mentre si lava con pochi millilitri d’acqua, significa colpirla nella sua dignità più profonda. Lo vediamo anche nei reparti di maternità, dove le neo-mamme rifiutano di essere dimesse e di tornare nelle tende perché sanno che lì non avranno un posto privato per allattare, né l’acqua per detergere i propri corpi dopo il parto.
Nelle nostre cliniche – conclude l’operatrice di “Medici Senza Frontiere” – vediamo che oltre il 60% dei casi di dissenteria colpisce bambini sotto i 15 anni, mentre le infezioni della pelle come scabbia e impetigine devastano intere famiglie. Curiamo le piaghe dei neonati provocate da pannolini improvvisati con sacchetti di plastica, ma siamo costretti a rimandarli a vivere nelle stesse condizioni di deprivazione totale. Persino nei grandi ospedali c’è scarsità di acqua potabile a causa del blocco dei filtri e delle sostanze chimiche necessarie alla purificazione. Non possiamo accettare che la sete diventi una condanna a morte collettiva”. (Martina Marchiò “Quando l’acqua diventa un’arma di guerra” – Rapporto MSF, Ottobre 2026)
Vogliamo restare ancora indifferenti, in silenzio di fronte ai massacri e alla disumanità che sta travolgendo il mondo? Se stringiamo le spalle, muti e impotenti, siamo niente altro che complici.
Lasciamo cuocere nel loro brodo le voci di coloro che in Europa – leader nazionali, politici, generali, ufficiali dei servizi segreti, industriali fabbricanti di armi che negli ultimi lustri si stanno ricoprendo d’oro – ci dicono di “prepararci alla guerra”. La guerra non è mai inevitabile come non è mai risolutiva. A cominciare dalla sua prima fase, la cosiddetta “guerra ibrida”. La guerra è solo sofferenze, morte e distruzione. Facciamo sentire sempre più le nostre voci di non violenti. Ai tamburi di guerra contrapponiamo la nostra “Dottrina 4 A 2 P”: “Amare, Assistere, Aiutare, Accogliere, Pacificare, Perdonare”.
di Pino Scorciapino