Società · 30 ottobre 2026

A che serve depotenziare la Corte dei conti

A che serve depotenziare la Corte dei conti

Si chiama democrazia ed è quell’insieme di principi e di regole che, per un verso consente ai cittadini di partecipare direttamente o indirettamente alle decisioni politiche e alle leggi e, per altro verso, garantisce la libertà di parola, l’uguaglianza di fronte alla legge e la separazione dei poteri dello Stato (legislativo, esecutivo e giudiziario). Ci sarebbe molto da dire sulla democrazia anche perché è attraverso il suo buon uso che nascono le varie forme di governo, le conquiste culturali e soprattutto la consapevolezza dei cittadini che la partecipazione attiva alla politica serve anche a controllare pericolose derive autoritarie.

Eppure oggi siamo costretti a registrare con amarezza come la politica, in generale, sia in mano a un manipolo di incompetenti che pensa solamente all’arricchimento personale mediante l’uso smodato (dicesi: abuso) di strumenti giuridici a loro disposizione. Ovviamente parliamo di quei politici che governano (l’onorevole Donzelli preferirebbe: che comandano), che hanno in mano le redini del Paese: manovratori senza ritegno che spudoratamente si prefiggono obiettivi improbabili al fine di conquistare il potere – un immenso potere – concentrato nelle mani di pochi. Vogliamo chiamarla oligarchia? Mi pare che non ci sia altra più idonea definizione.

Ma perché sto parlando di democrazia? Lo faccio perché l’attuale potere esecutivo è nelle mani di persone sprovvedute che, mediante l’uso spropositato di leggi, proposte, provvedimenti, decreti e quant’altro possa all’uopo servire a rifare la storia, a cominciare dalla distruzione della nostra carta costituzionale e, via via, di tutte le istituzioni; con ciò pervenendo alla completa devastazione della democrazia. E l’aspetto più singolare si manifesta nel fatto che la comunità sociale, molte volte non se ne accorge tanto da assumere posizioni di massima soggezione al momento di dovere esprimere la propria volontà dentro la cabina elettorale. Se no, come si spiegherebbe il fatto che gli attuali governanti e l’attuale maggioranza parlamentare, abbiano avuto la condivisione degli elettori. È un vero inganno, un imbroglio assoluto: Giorgia Meloni governa in nome di una improbabile maggioranza rifocillata con un premio che le ha dato la possibilità di divenire il premier di questo martoriato Paese.

In effetti il gioco è fatto – e speriamo tutti che non si replichi – tutti pronti (familiari, parenti, amici e conoscenti – tutti di comprovata fiducia – ad occupare i posti più strategici delle istituzioni pubbliche e private. Bene, adesso si può “comandare” perché il puzzle è completo e il territorio è tutto sotto controllo. Ma resta ancora una cosa da fare. L’esecutivo è ben schierato: gli uomini di governo e sottogoverno sono stati scelti accuratamente; il potere legislativo è in mano ad un Parlamento bicamerale esautorato dei propri poteri, visto che le leggi arrivano ben pronte alla Camera dei deputati per l’approvazione. Il Parlamento è ormai svuotato di qualsiasi significato simbolico o concreto che sia e non potrà che approvare senza discussione alcuna legge perché la maggioranza pone la fiducia e, per di più, frequentemente chiede addirittura il voto segreto. Questo vuol dire che non c’è discussione in aula, non ci sono dichiarazioni di voto e spesso i votanti non conoscono neanche l’oggetto della votazione. E così via facendo, portano alla rottamazione l’abuso d’ufficio, la separazione delle carriere dei magistrati, l’uso delle intercettazioni e tanto altro.

Obiettivo: un’Italia senza regole

Nel dicembre dello scorso anno ho scritto un pezzo dal quale emergeva il fatto che la Corte dei conti era considerata un impiccio per il governo e quindi si pensò di mandarla in pensione. Ma come!  abbiamo pensato: il massimo ordine di controllo sugli atti di spesa della pubblica amministrazione? Proprio in questo Paese la cui storia di tangenti, pizzo, corruzione e quant’altro ha riempito pagine di centinaia di libri? Tutte le proposte di legge sono davvero impensabili che nessun politico prima d’ora aveva mai provato a presentare.           

Si tratta di proposte di legge pesanti; di quelle che scarniscono la nostra Costituzione, fino a farla divenire uno strumento inutile, secco e privo di funzioni specifiche che non siano quelle che l’attuale ceto politico al governo del Paese ritiene necessarie per raggiungere l’agognata meta. Ecco, la meta. La meta è un’Italia senza regole, se non quelle assolutamente  necessarie per fare muovere la macchina del governo; un’Italia priva di quei principi costituzionali su cui avevano puntato i nostri padri costituenti  per la rinascita del Paese; un’Italia che restituisce a burocrati e imprenditori corrotti e concussi l’onore della propria  firma in calce a provvedimenti ed atti improbabili o addirittura illegittimi – senza dover temere la scure giudiziaria delle responsabilità personali e d’ufficio , senza rischiare alcunché ed a tutto beneficio di una buona parte  dell’imprenditoria che naviga incontrastata all’interno di quel mondo criminoso che costituisce il vero vulnus della macchina pubblica quale elemento costitutivo di un reato.

Detto questo, la storia non finisce qui; perché il governo vuole andare oltre per porre dei paletti alle funzioni istituzionali della Corte dei conti. Sembra che sia proprio questo il motivo basilare di quest’ultima riforma: l’abolizione di controlli e vigilanza in modo da lasciare libere le mani al governo. In sostanza la riforma della Corte dei conti consiste in un potere che non vuole incontrare limiti o ostacoli.

La Corte dei conti depotenziata

Intendiamoci, la Corte dei conti esiste ancora, ma le sue prerogative operative sono profondamente modificate.  Oggi l’istituzione opera con funzioni sanzionatorie fortemente depotenziate e viene spinta dal Governo a svolgere un ruolo più consulenziale e preventivo a supporto delle amministrazioni pubbliche piuttosto che di contrasto ex post agli sprechi e alla mala gestio finanziaria.

Ecco perché nell’incipit ho parlato di democrazia; perché oggi è proprio la democrazia che viene aggredita fino a decretarne la fine.

Dunque sarà la fine della democrazia, alla quale Giorgia Meloni arriverà con l’approvazione di singoli provvedimenti, leggi e disposizioni, proposte al Parlamento per l’approvazione delle leggi di pertinenza.

Ma quali proposte? E a chi? Al Parlamento? Che, come già accennato, ormai è svuotato di qualsiasi significato simbolico o concreto che non potrà che approvare senza discussione alcuna? In questo ultimo scorcio di legislatura abbiamo assistito allo scempio della carta costituzionale. Abbiamo cantato il de profundis a parecchi provvedimenti, norme codicistiche e leggi dello Stato che invero, avevano svolto correttamente il loro ruolo e che adesso verranno smembrate, parcellizzate e buttate via per essere sostituite da altre leggi ad beneficium del cerchio magico del capo dell’esecutivo nonché delle classi dirigenti e dei colletti bianchi. La lettura di quelle leggi - stupefacente e preoccupante - non potrà che manifestare quel programma di gestione assolutista che l’attuale maggioranza ha ereditato dal perpetuo Silvio Berlusconi.

Ebbene, nei giorni scorsi, questo pezzo di riforma è diventata legge; e sapete qual è la questione più sconvolgente? Il fattore tempo. Quel fattore che permetterà alla pubblica amministrazione di bypassare qualsiasi ostacolo, nel campo dei lavori pubblici, senza perdite di tempo da dedicare ai controlli, ispezioni, contenziosi vari.

Facciamo un semplice esempio che ci propone il giurista, Leonardo Cucchi: “Il sig. Mario, assessore un po’ disinibito, si mette in testa di far prendere più soldi ai suoi amici in Comune, ma di farlo tramite una società in house, così da aggirare tutti i tetti imposti per legge. Prepara un bel parere, si siede sulla sua poltrona, accende il pc e manda richiesta di parere preventivo alla Corte dei conti. Grazie a Giorgia Meloni, se la sparuta pattuglia di 477 magistrati della Corte dei conti non risponderà entro 30 giorni al sig. Mario scatterà il silenzio-assenso e Mario verrà sollevato da responsabilità. Via libera!!!.”

Ora, se analizziamo la questione, non possiamo negare che con l’entrata in vigore della novella legge, non solo il sig. Mario ricorrerà alle istanze di parere, ma sicuramente centinaia di assessori, sindaci, ed altri burocrati o enti interessati, i quali non rinunceranno ad approfittare della ghiotta occasione. Cosicché la sezione di controllo della Corte – che già con l’attuale organico a disposizione non riesce a smaltire il lavoro ordinario – non avrà il tempo di rispondere a tutte le richieste di parere tanto da fare scadere, senza esiti, i 30 giorni di tempo previsti dalla legge.

A questo punto è chiaro che per il sig. Mario, non ci saranno più ostacoli da superare perché – in forza del silenzio-assenso – ha già in mano l’autorizzazione per costruire anche il ponte di Messina, se lo vorrà.

È per questi motivi che la legge in argomento è stata definita la “fiera dell’illegalità”. E allora, considerato tutto quanto superiormente narrato, la curiosità mi spinge a leggere gli altri contenuti della riforma.

In buona sostanza vengono modificate le funzioni della Corte dei conti con particolare riguardo al controllo preventivo di atti amministrativi, mediante il metodo (assai sbrigativo) del silenzio-assenso. L’esempio sopra adottato per meglio intendere l’intenzione del legislatore, è la dimostrazione palmare della pericolosità della norma che rischia di essere il vero passe-partout  per ottenere, senza controlli o pareri, la convalida degli atti; ma ciò che stupisce ancor più è che, in tali casi di convalida con il silenzio-assenso, il funzionario o dirigente sarà esente da qualsiasi tipo di responsabilità.

Così si scaccia la “paura della firma”

Ecco dunque svelata la vera ragione del varo della legge di riforma in parola: è la salvezza dei burocrati della pubblica amministrazione che finalmente – senza la cosiddetta “paura della firma” - potranno favorire i propri amici nelle pratiche non dovendo rischiare alcun provvedimento disciplinare o giudiziario.

Adesso, anche se la Corte continuerà ad esistere, non potrà però garantire la comunità dai rischi derivanti dai possibili ed eventuali imbrogli amministrativi, stante che la Corte verrà ridotta ad uno stato di confusione ed inutilità di cui solo i colletti bianchi potranno avvantaggiarsi impunemente.

La riduzione dei poteri di controllo e la possibilità di potere ricorrere al metodo del silenzio-assenso, rendono più debole i poteri e le funzioni della Corte dei conti che non avranno più la possibilità di esercitare la vigilanza sulla legalità e sulla correttezza della spesa pubblica.

La Corte rimarrà un’istituzione amorfa che viene privata del controllo di trasparenza e che non potrebbe più vantare la propria identità di presidio costituzionale fondamentale per la tutela dei cittadini e dello Stato di diritto.   

Se volessi esprimere il mio punto di vista critico personale, non potrei negare che fino ad ora la Corte dei conti è stato un pilastro del sistema di controllo dello Stato; un’autorità giurisdizionale con poteri di controllo, accertamento di responsabilità e garanzia della corretta spesa pubblica.

Ma non è tutto. Perché questa riforma è invero il completamento di quella precedente che ha abolito l’abuso d’ufficio. Peraltro è palese che lo “snellimento” delle funzioni della Corte dei conti arriva in un momento in cui già il reato originario era stato eliminato. D’altronde, se non c’è più l’illecito, la Corte dei conti non avrebbe più cosa controllare; in assenza dell’abuso di ufficio – che, ancorché compiuto, non è più reato – non c’è alcuna ragione di vigilare sui conti pubblici e sull’operato della pubblica amministrazione. In poche parole: se non c’è il misfatto non c’è più neanche la pena.

Non abbiamo ancora finito. Il Consiglio dei ministri ha anche approvato il disegno di legge che disciplina le responsabilità amministrative dell’impresa per i reati contabili commessi da dirigenti, funzionari, manager, sia pure in nome e nell’interesse della società per la quale ha operato. Si tratta del decreto legislativo 231/2001 che regola l’adozione di modelli organizzativi efficaci al fine di prevenire i reati. Ebbene, in questo caso è stata riformata la legge introducendo l’inversione dell’onere della prova, secondo il quale dovrà essere ora il pubblico ministero a dover dimostrare, prove alla mano, se l’azienda abbia effettivamente adottato modelli organizzativi d’impresa.

 

Siccome Giorgia Meloni vuole sempre di più, avanza una serie di proposte fra le quali l’introduzione di una norma secondo la quale il diritto al risarcimento si estingue dopo cinque anni dal compimento del fatto che ha procurato il danno. Ancora una volta siamo costretti a rilevare come la volontà dell’attuale legislatore, sia quella di alleggerire le responsabilità del reo, anzi, c’è addirittura la volontà di creare una serie di benefici in suo favore che lo tengano ben lontano dal rischio di azioni giudiziarie nei suoi confronti. Il funzionario, il dirigente o comunque chi si macchi di reato amministrativo, avendo operato per lo Stato, con le nuove norme della riforma viene assolutamente deresponsabilizzato e così, potrà vantarsi di avere apposto la fatidica firma in calce agli atti amministrativi, senza rischiare nulla.

Un plauso dunque alla Meloni e a tutti gli uomini del suo staff per avere attuato una tattica lenta ma efficace, cancellando, poco alla volta, tutte le norme fastidiose e le leggi che costituivano un impiccio. Anche Silvio Berlusconi mirava a questo programma.

di Elio Collovà