Dagli oratori agli olifici, così rinascono i beni sottratti ai boss
A Gioiosa Ionica, in Calabria, 130 ragazzi frequentano l'oratorio in quella che fu la villa a due piani di Antonio Femia, broker della droga per conto delle famiglie della 'ndrangheta. Non è stato semplice: dopo l’assegnazione alla diocesi di Locri-Gerace un incendio doloso aveva reso quasi inservibile la villa; ma il vescovo, mons. Franco Oliva, è andato avanti, l’ha fatta riparare e a giugno del 2017 la struttura è stata inaugurata.
A Castelvetrano, in provincia di Palermo, alcuni terreni confiscati alla famiglia di Matteo Messina Denaro sono stati affidati alla comunità di recupero 'Casa dei giovanì, fondata da don Salvatore Lo Bue nel 1983. E’ qui che sono gli ulivi dai quali si produce l’olio santo utilizzato nelle celebrazioni di tante chiese della diocesi di Palermo.
Tra queste esperienze c'è anche una vera e propria chiesa sorta su un terreno confiscato. Al momento è l’unica ed è la parrocchia di San Gaetano Catanoso a Gioia Tauro. Lo scorso giugno vi ha celebrato messa anche il Segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin, in occasione del Congresso Eucaristico della diocesi di Oppido Mamertina-Palmi. "Là dove doveva sorgere un palazzo della 'ndrangheta - sottolineano Mira e Turrisi nel loro saggio - ora c'è la 'casa del Signorè. Una storia bella ma lunghissima, esemplare nei ritardi nel'utilizzo dei beni confiscati, ma anche di come, perfino una chiesa, possa 'disturbarè i mafiosi». Sempre in Calabria, a Siderno, un immobile della 'famiglià Macrì è diventata la base degli scout e di altre associazioni cattoliche che si occupano di minori a rischio.