Emanuele Modica, la tenda dell'arte antimafia di nuovo a Palermo
Era il 1961 e, in una notte d’estate, la mafia della terra regalò al venticinquenne allora contadino, il dolore di una vita: il padre stramazzato a terra, ammazzato a colpi di lupara. Per Modica è uno shock. Sbanda tra incertezze, rancore e tormenti. Ma alla fine decide. E decide di brandire l’arma dei colori e imbracciare pennelli, tavolozze e tele. La vendetta avrebbe viaggiato sulle gambe della pittura, nell’assai poco convenzionale atelier (la tenda) con il quale, per decenni, è andato in giro per le piazze d’Italia. Portando, con il suo animo da vagabondo della pace, il suo urlo, la sua sofferenza, la sua malinconia. E assieme, il suo anelito di giustizia, la sua arte. E la sua personalissima denuncia della mafia e di ogni forma di sopraffazione mafiosa. È per questo che don Luigi Ciotti lo ha definito “un precursore dell’idea di Libera”. E lo ha affiancato. Anche in questi ultimi anni durante i quali Modica, ormai avanti nell’età, ha voluto dedicarsi all’organizzazione di uno spazio in cui raccogliere le sue pitture e le sue piccole creazioni, di legno per lo più. È nata così, in una vecchia canonica sui colli alle porte di Parma donatagli dalla chiesa del paesino in cui vive, la ‘Casa-museo La tenda’. Pochi ambienti, per un circuito che culmina nella stanza degli orrori: quella nella quale, aldilà di una porta sempre chiusa, c’è la scena del delitto, con il padre riverso a terra. E attraverso il circuito museale, vengono ripercorse le tappe della vita dell’artista: la sua testimonianza, la sua lotta vagabonda. La sua arte un po’ naif nella quale i toni cupi del dolore si mescolano con il celeste che apre alla speranza. E in cui croci che rievocano vite spezzate si affastellano a paesaggi di pietra, a cavalli immersi in corse senza fine. A maternità nelle quali amore e dolore si perdono nello spazio e nel tempo. E parlano di sofferenza. E di redenzione, assieme.
Modica torna, insomma. E torna con la sua ultima tenda nella Palermo che in questi anni lo ha un po’ dimenticato. Ma Palermo ha una chance, adesso, per farsi perdonare. E per dirgli grazie. Perché se la sensibilità e la cultura antimafia sono cresciute in questi decenni, nella società, si deve anche a lui. Al suo coraggio. Ai suoi pennelli. Alla sua vita. All’arte di quel singolare artista contadino che ha fatto della bellezza, sempre, il luogo della giustizia. E del desiderio di libertà.
di Umberto Ginestra