Isabell Allende e i migranti: una storia che non riesce ad aver fine
Se oltre 2000 spagnoli riuscirono a fuggire alla repressione franchista dopo la fine della guerra civile, nel 1939, fu grazie - come ricostruisce Allende attraverso la lunga storia del medico Victor Dalmau e di sua moglie Roser - a Pablo Neruda, che organizzò il viaggio noleggiando il piroscafo Winnipeg, che al suo arrivo a Valparaiso fu accolto da una folla festante e da una banda che suonava l’Internazionale. Guardando all’esempio di Neruda, Allende riflette sul ruolo dell’intellettuale oggi: "quando hai una piattaforma pubblica e hai l’opportunità di intervenire per far prendere coscienza di un problema a chi non lo conosce, devi farlo, ma il lavoro dello scrittore non è far politica, bensì raccontare storie, e se queste storie incontrano la sensibilità del lettore, il messaggio arriva a destinazione». Nel raccontare la storia di Victor, medico sempre al servizio dei più deboli, dalla Spagna in guerra al Cile di Allende, imprigionato due volte e due volte costretto all’esilio, 'Lungo petalo di marè «è un libro politico, ma non in senso stretto: lo è perché è la realtà stessa a essere politica». Ed è vera la storia di Victor, che ricalca fedelmente quella raccontata all’autrice, durante il comune esilio venezuelano, da Victor Bey, passeggero del Winnipeg, amico personale di Salvador Allende, con cui giocava a scacchi, e di Pablo Neruda, che nascose a casa sua quando iniziò la caccia all’uomo della giunta militare di Pinochet.
«Non esiste anticorpo alla dittatura che non sia la memoria, oggi in Cile - nota amaramente la 77enne - ci sono molti disordini e i militari sono in strada come avvenne 40 anni fa. Molti ricordano quei giorni ma i giovani no e non hanno gli anticorpi per sapere che qualsiasi cosa è preferibile alla dittatura». Ed è impressionante notare come la storia si ripeta, a decenni di distanza: mentre il Cile scende in strada, lo stesso accade a Barcellona, dove inizia il romanzo: «sto seguendo la situazione catalana - dice la scrittrice - perché la prossima settimana andrò a Barcellona, e ho la sensazione che anche lì non si chiuderà presto il cerchio della storia». Lei stessa ha subito di persona la violenza dell’esilio: «sono figlia di un diplomatico, sono abituata fin da piccola a dire addio al posto che chiamo casa, ora sono un’immigrata in America ma sono una privilegiata. Lavorando con la mia fondazione - racconta - vedo in che situazioni terribili arrivano i migranti. Tutto ciò che accade alla frontiera tra Messico e Stati Uniti è una sistematica violazione dei diritti umani». Lo sguardo sui migranti non è diverso da questa parte dell’oceano: «quando parliamo di rifugiati, pensiamo ai numeri, non diamo loro un volto, non pensiamo alle loro storie». E le parole della politica sono sempre le stesse: «la reazione della destra cilena all’arrivo del Winnipeg fu la stessa che ha Trump oggi, per questo - conclude - bisogna guardare alla storia, per capire cosa è successo e cercare di non ripeterlo».