Quanto è lungo il nuovo Asse del Male
Società | 15 aprile 2026
L’espressione “Asse del Male” (Axis of Evil) indica un gruppo di nazioni accusate di sostenere il terrorismo e sviluppare armi di distruzione di massa. Venne usata la prima volta dal presidente George W. Bush nel discorso sullo stato dell’Unione del 2002, pochi mesi dopo gli attentati alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001. Identificava nazioni canaglia (rogue states) ostili agli Usa e all’Occidente. Paesi originariamente additati: Iraq, Iran, Corea del Nord, descritti come minacce alla sicurezza globale. Il tutto in preparazione del terreno per l’invasione dell’Iraq del 2003 (l’intervento in Afghanistan era scattato il 7 ottobre 2001).
Alla luce del principale criterio di individuazione – paesi considerati minacce alla sicurezza globale – il presidente russo Putin è venuto allo scoperto varcando una “data spartiacque”, cioè un giorno in cui il mondo del dopo non potrà mai essere uguale al mondo di prima. Il 24 febbraio 2022 l’invasione dell’Ucraina certifica l’entrata della Russia putiniana nell’ “Asse del Male”.
Anche la Cina ne fa parte. Intendiamoci, finora Pechino non ha aggredito nessuno, domina il mondo facendo affari, infilandosi in tutte le nazioni, in tutti i continenti, con prestiti che, non ripagabili nel terzo mondo da stati finanziariamente in ginocchio, si traducono nell’acquisizione di Pechino di lucrosi asset: porti, aeroporti, infrastrutture, giacimenti minerari. Neocolonialismo soft in salsa cinese: colossali lavori pubblici “made in China” da una parte modernizzano dall’altra legano il Dragone a tutti i paesi “amici” con una capillare penetrazione finanziaria, commerciale, economica e culturale. “È l’economia, bellezza”, direbbe qualcuno. E allora che motivo ci sarebbe di iscrivere Pechino nel club “Asse del Male”? Tre ragioni: 1) la Cina non fa mistero di puntare al ruolo di superpotenza dominante del globo nei prossimi anni scalzando da quel piedistallo gli Usa; 2) il riarmo cinese non può che definirsi colossale come tutto quello che avviene nello sterminato paese: in terra, in cielo, nel mare, nello spazio, nella tecnologia militare sempre più sofisticata e avveniristica le percentuali di crescita di investimenti e risultati (portaerei, aerei, missili, ordigni nucleari) della sedicente “pacifica” Cina sono impressionanti; 3) a costo di scatenare un conflitto convenzionale o nucleare con gli azzoppati - e assai meno potenti di quanto pensino - Usa di Trump e successori, la Cina si riprenderà Taiwan, obiettivo esistenziale.
L’“Asse del Male”, paesi che minacciano la sicurezza globale, così registra sul piano storico qualche uscita (l’Iraq, ormai ininfluente) e le new entry di Russia e Cina. Vanno a fare compagnia all’Iran debordante in Medio Oriente e allo stato-caserma della Corea del Nord, super armato di atomiche e potentissimi missili, anche intercontinentali.
Tutto qui l’“Asse del Male 2.0”? No. Annovera anche due presenze che si sono guadagnate prestigio sul campo, in passato e in particolare in questi ultimi anni: Stati Uniti e Israele. Il criminale, folle pogrom di Hamas del 7 ottobre 2023 in territorio israeliano ha consegnato su un piatto d’argento a Netanyahu il pretesto per le più mostruose nefandezze a Gaza. Il governo di Tel Aviv ha gettato la maschera: punta al “Grande Israele”, a colonizzare e riprendersi Cisgiordania e Gaza. Non sloggerà tanto facilmente dal Libano del sud ora che vi ha messo piede. Israele si espande territorialmente. Con Netanyahu è entrato in una condizione di guerra permanente. Consente al primo ministro – sotto processo per finanziamenti poco chiari a sue campagne elettorali e altri reati – di non andare a nuove elezioni, interdette in presenza di conflitti, e continuare a governare per anni. Anche se è probabile che le elezioni le rivincerebbe. Tragico pensarlo ma il governo di estrema destra a Tel Aviv ha finito per allontanare ogni residuo di simpatia e giustificazione per Israele. Di questo passo – con la furia distruttiva dei suoi aerei, missili, bombe, omicidi mirati con innocenti vittime collaterali a centinaia – finirà per dare fiato alle orribili opinioni di chi si rammarica che i nazisti nella Seconda guerra mondiale non abbiano portato a termine il genocidio degli ebrei. A tali livelli di odio reciproco siamo arrivati. Di tanta ripresa dell’odio nel mondo nei loro confronti gli israeliani non si rendono conto. O fanno finta di non rendersi conto.
Il loro Dio della Guerra
Quanto agli Stati Uniti, in particolare gli Usa modellati da Donald Trump, siamo stanchi di scriverne tutto il male possibile per quante volte l’abbiamo ripetuto. Se lo meritano ampiamente. Da decenni o da secoli gli Usa sono tutt’altro che un grande paese pacifico ma mai come con Trump l’intimidazione, la protervia, la violenza, il delirio, l’assenza di regole di condotta, l’aggressione fatta sistema, il dito sempre sul grilletto sono diventati quotidiani strumenti della prepotenza che gli Stati Uniti pretendono - ora dichiaratamente - di esercitare sul mondo. Su “amici” (ne hanno più gli Usa?) e “nemici”.
Genuflettendosi dinanzi all’unico loro vero Dio, il Dio della Guerra, Netanyahu e Trump hanno superato ogni limite: istituzionale, etico, morale, comportamentale, religioso (vedasi lo sguaiato attacco di Trump a Leone XIV).
L’America di Trump è né più né meno uno stato canaglia, un pericolo per la pace nel pianeta, una nazione che sta accelerando la disgregazione e la distruzione nel mondo, aprendolo come una scatoletta a crisi energetiche, finanziarie, economiche, sociali di imponderabile portata devastatrice. Lo stiamo vedendo con lo strangolamento energetico causato dal blocco di Hormuz sulle economie mondiali e, conseguentemente, sull’esistenza quotidiana di miliardi di individui. Comico se non fosse tragico. Come in un film del 1993 di Nanni Loy, “Pacco, doppio pacco e contropaccotto”: l’Iran blocca la navigazione nello Stretto di Hormuz alle navi “non amiche”? Gli Stati Uniti rispondono bloccando il transito nello Stretto a navi da e per l’Iran.
In un irrefrenabile impeto di misticismo scita e furbizia, anzi furbastreria, levantina, i pasdaran iraniani - che si portano sulla coscienza 40.000 oppositori fatti fuori in un paio di giorni nelle proteste popolari di gennaio - hanno imposto il blocco dello stretto di Hormuz alle navi da carico di stati ostili e l’imposizione di un pedaggio. Trump ha risposto imponendo il “suo” blocco. Hormuz – aorta del mondo: transita il 20 per cento del petrolio mondiale, fertilizzanti, l’imponente traffico commerciale da e per le monarchie sunnite del Golfo – non è proprietà privata del regime iraniano nel quale riscuotere pedaggi milionari dal transito delle superpetroliere. Non sta in piedi il paragone con Suez. Lo Stretto di Hormuz non taglia in due un paese, non è un istmo come Suez o Corinto o Panama. La genialata, ritorsiva, degli iraniani sarebbe come se l’Italia unilateralmente imponesse un pedaggio per attraversare lo Stretto di Otranto che immette nell’Adriatico. O un pedaggio alle navi che attraversano lo Stretto di Sicilia tra l’isola e la Tunisia. Ipotesi deliranti non solo per il Diritto della Navigazione o quel che resta del Diritto Internazionale ma per il più elementare buon senso. Chiudendo i mari, imponendo pedaggi, ci giocheremmo la vitale libertà di navigazione. Identico ragionamento per lo Stretto di Bab el Mandeb che dall’Oceano Indiano immette nel Mar Rosso tra estremità sud-occidentale della penisola arabica e Africa orientale. Gli Houti dello Yemen, succursale scita di Teheran, minacciano di bloccarlo. Nel mondo è scoppiata una epidemia di follia collettiva.
Quando il fanatismo va al potere
Il teorema è sempre lo stesso: quando estremismo e fanatismo vanno al potere le guerre sono certe. Automatiche e matematiche. L’Iran non intende rinunciare al criminale disegno di dotarsi di bomba nucleare. Lo farebbe salire di rango da potenza regionale a superpotenza militare globale. E il mondo intero paga le conseguenze del ricatto iraniano, bloccandosi. Con centinaia di milioni di nuovi disoccupati nel giro di pochi mesi e tutto quello che conseguirà di conflitto sociale all’interno degli stati.
Dunque il più ironico e tragico “grazie” all’“Asse del Male 2.0” del nostro tempo – Iran, Corea del Nord, Cina, Russia, Usa, Israele – un sestetto in cui, facciamoci caso, siedono (potremmo affermare di diritto) le tre superpotenze Usa, Cina, Russia.
Cosa possiamo fare? Ben poco. Per chi ci crede pregare. Putin dal Cremlino lo sloggerà solo “sorella morte”, per dirla alla San Francesco, visto che il suo potere è ormai a vita. Netanyahu di sicuro continuerà a sbriciolare ancora chissà quante città - come ha fatto con Gaza e ora con Teheran e Beirut nei malcapitati stati confinanti o nel raggio d’azione delle sue armi. Negli Stati Uniti uno strumento costituzionale esisterebbe per neutralizzare Trump. Il quale, per ammissione generale – a poco a poco anche dei suoi – è fuori controllo e va messo da parte per il bene di ogni paese e, innanzitutto, degli stessi Usa. Il XXV Emendamento della Costituzione in vigore dal 1789, aggiunto nel 1967, definisce la linea di successione presidenziale e affronta il protocollo da adottare nell'eventualità di un impedimento del Presidente per inabilità manifesta o malattia. In particolare la Sezione 4 del XXV Emendamento recita: «Nei casi in cui il Vice Presidente e una maggioranza o dei funzionari principali in ciascuno dei Dipartimenti dell'esecutivo o di un altro corpo che il Congresso può indicare con una legge, trasmettano al Presidente pro tempore del Senato ed allo Speaker della Camera dei Rappresentanti una loro dichiarazione scritta che il Presidente non è in grado di esercitare i poteri e i doveri del suo ufficio, il Vice Presidente assumerà immediatamente l'incarico quale Presidente facente funzioni.
Dopo di ciò, quando il Presidente trasmetta al Presidente pro tempore del Senato ed allo Speaker della Camera dei Rappresentanti una sua dichiarazione scritta che non vi è alcuna inabilitazione, egli riassumerà i poteri e i doveri del suo ufficio, a meno che il Vice Presidente e una maggioranza o dei funzionari principali in ciascuno dei Dipartimenti dell'esecutivo o di un altro corpo che il Congresso può indicare con una legge, trasmettano entro quattro giorni al Presidente pro tempore del Senato ed allo Speaker della Camera dei Rappresentanti una loro dichiarazione scritta che il Presidente non è in grado di esercitare i poteri e i doveri del suo ufficio. In base a ciò il Congresso deciderà la questione, riunendosi entro quarantotto ore a questo fine se non è in sessione. Se il Congresso, entro ventuno giorni dal ricevimento della dichiarazione scritta detta da ultimo o, se il Congresso non è in sessione, entro ventuno giorni da quando il Congresso viene richiesto di riunirsi, determina coi due terzi dei voti di entrambe le Camere che il Presidente non è in grado di esercitare i poteri e i doveri del suo ufficio, il Vice Presidente continuerà ad esercitare gli stessi come Presidente facente funzioni; altrimenti il Presidente riassumerà i poteri e i doveri del suo ufficio».
Il guaio di questa interdizione - intervento sostitutivo di fatto - è che dovrebbe vedere protagonista il vicepresidente J. D. Vance, pupillo dell’imperversante movimento MAGA, su alcuni temi ancora più estremista di Trump, simpatizzante del partito neonazista tedesco Afd. A parte che Vance non firmerebbe mai quella dichiarazione, passeremmo dalla padella alla brace? Proprio vero: non abbiamo speranze.
Come nel conflitto tra greci e persiani
Concludiamo con una richiamo storico: le guerre persiane nella Grecia di due millenni e mezzo fa. A più riprese per mezzo secolo la superpotenza Persia, progenitrice dell’Iran, attaccò la Grecia. Ricordate? Lo abbiamo studiato: Maratona, Termopili, battaglia navale di Salamina. I Re dei re persiani Dario I e Serse I riuscirono nell’intento di cementare la coesione delle sempre in lotta città-stato elleniche. I persiani subirono brucianti sconfitte malgrado lo strapotere numerico e militare. Ripassarono il Mare Egeo e se ne tornarono in Oriente con le pive nel sacco, bastonati. Nei nostri giorni i ruoli si sono invertiti: i persiani sono gli Usa, i greci sono gli iraniani. La potente “armada” aeronavale americana ha causato ingentissimi danni dal cielo all’Iran ma le guerre non si vincono solo con bombardamenti aerei e missili. Non ha vinto l’America alias Impero persiano. Hanno vinto gli iraniani come allora la piccola Grecia contro i loro antenati persiani. Parti invertite ma risultato identico. Ormai gli americani, con l’eccezione del facile “regime change” in Venezuela, vincono solo nei film, al cinema. Non ne azzeccano una. Dalla Seconda guerra mondiale hanno saputo imbroccare solo una lunghissima teoria di fallimenti: Corea, Vietnam, Afghanistan, Iraq, Iran. Ora, dopo il secondo attacco congiunto con Israele all’Iran, tutto il mondo paga le conseguenze del loro ennesimo disastro.
di Pino Scorciapino
Alla luce del principale criterio di individuazione – paesi considerati minacce alla sicurezza globale – il presidente russo Putin è venuto allo scoperto varcando una “data spartiacque”, cioè un giorno in cui il mondo del dopo non potrà mai essere uguale al mondo di prima. Il 24 febbraio 2022 l’invasione dell’Ucraina certifica l’entrata della Russia putiniana nell’ “Asse del Male”.
Anche la Cina ne fa parte. Intendiamoci, finora Pechino non ha aggredito nessuno, domina il mondo facendo affari, infilandosi in tutte le nazioni, in tutti i continenti, con prestiti che, non ripagabili nel terzo mondo da stati finanziariamente in ginocchio, si traducono nell’acquisizione di Pechino di lucrosi asset: porti, aeroporti, infrastrutture, giacimenti minerari. Neocolonialismo soft in salsa cinese: colossali lavori pubblici “made in China” da una parte modernizzano dall’altra legano il Dragone a tutti i paesi “amici” con una capillare penetrazione finanziaria, commerciale, economica e culturale. “È l’economia, bellezza”, direbbe qualcuno. E allora che motivo ci sarebbe di iscrivere Pechino nel club “Asse del Male”? Tre ragioni: 1) la Cina non fa mistero di puntare al ruolo di superpotenza dominante del globo nei prossimi anni scalzando da quel piedistallo gli Usa; 2) il riarmo cinese non può che definirsi colossale come tutto quello che avviene nello sterminato paese: in terra, in cielo, nel mare, nello spazio, nella tecnologia militare sempre più sofisticata e avveniristica le percentuali di crescita di investimenti e risultati (portaerei, aerei, missili, ordigni nucleari) della sedicente “pacifica” Cina sono impressionanti; 3) a costo di scatenare un conflitto convenzionale o nucleare con gli azzoppati - e assai meno potenti di quanto pensino - Usa di Trump e successori, la Cina si riprenderà Taiwan, obiettivo esistenziale.
L’“Asse del Male”, paesi che minacciano la sicurezza globale, così registra sul piano storico qualche uscita (l’Iraq, ormai ininfluente) e le new entry di Russia e Cina. Vanno a fare compagnia all’Iran debordante in Medio Oriente e allo stato-caserma della Corea del Nord, super armato di atomiche e potentissimi missili, anche intercontinentali.
Tutto qui l’“Asse del Male 2.0”? No. Annovera anche due presenze che si sono guadagnate prestigio sul campo, in passato e in particolare in questi ultimi anni: Stati Uniti e Israele. Il criminale, folle pogrom di Hamas del 7 ottobre 2023 in territorio israeliano ha consegnato su un piatto d’argento a Netanyahu il pretesto per le più mostruose nefandezze a Gaza. Il governo di Tel Aviv ha gettato la maschera: punta al “Grande Israele”, a colonizzare e riprendersi Cisgiordania e Gaza. Non sloggerà tanto facilmente dal Libano del sud ora che vi ha messo piede. Israele si espande territorialmente. Con Netanyahu è entrato in una condizione di guerra permanente. Consente al primo ministro – sotto processo per finanziamenti poco chiari a sue campagne elettorali e altri reati – di non andare a nuove elezioni, interdette in presenza di conflitti, e continuare a governare per anni. Anche se è probabile che le elezioni le rivincerebbe. Tragico pensarlo ma il governo di estrema destra a Tel Aviv ha finito per allontanare ogni residuo di simpatia e giustificazione per Israele. Di questo passo – con la furia distruttiva dei suoi aerei, missili, bombe, omicidi mirati con innocenti vittime collaterali a centinaia – finirà per dare fiato alle orribili opinioni di chi si rammarica che i nazisti nella Seconda guerra mondiale non abbiano portato a termine il genocidio degli ebrei. A tali livelli di odio reciproco siamo arrivati. Di tanta ripresa dell’odio nel mondo nei loro confronti gli israeliani non si rendono conto. O fanno finta di non rendersi conto.
Il loro Dio della Guerra
Quanto agli Stati Uniti, in particolare gli Usa modellati da Donald Trump, siamo stanchi di scriverne tutto il male possibile per quante volte l’abbiamo ripetuto. Se lo meritano ampiamente. Da decenni o da secoli gli Usa sono tutt’altro che un grande paese pacifico ma mai come con Trump l’intimidazione, la protervia, la violenza, il delirio, l’assenza di regole di condotta, l’aggressione fatta sistema, il dito sempre sul grilletto sono diventati quotidiani strumenti della prepotenza che gli Stati Uniti pretendono - ora dichiaratamente - di esercitare sul mondo. Su “amici” (ne hanno più gli Usa?) e “nemici”.
Genuflettendosi dinanzi all’unico loro vero Dio, il Dio della Guerra, Netanyahu e Trump hanno superato ogni limite: istituzionale, etico, morale, comportamentale, religioso (vedasi lo sguaiato attacco di Trump a Leone XIV).
L’America di Trump è né più né meno uno stato canaglia, un pericolo per la pace nel pianeta, una nazione che sta accelerando la disgregazione e la distruzione nel mondo, aprendolo come una scatoletta a crisi energetiche, finanziarie, economiche, sociali di imponderabile portata devastatrice. Lo stiamo vedendo con lo strangolamento energetico causato dal blocco di Hormuz sulle economie mondiali e, conseguentemente, sull’esistenza quotidiana di miliardi di individui. Comico se non fosse tragico. Come in un film del 1993 di Nanni Loy, “Pacco, doppio pacco e contropaccotto”: l’Iran blocca la navigazione nello Stretto di Hormuz alle navi “non amiche”? Gli Stati Uniti rispondono bloccando il transito nello Stretto a navi da e per l’Iran.
In un irrefrenabile impeto di misticismo scita e furbizia, anzi furbastreria, levantina, i pasdaran iraniani - che si portano sulla coscienza 40.000 oppositori fatti fuori in un paio di giorni nelle proteste popolari di gennaio - hanno imposto il blocco dello stretto di Hormuz alle navi da carico di stati ostili e l’imposizione di un pedaggio. Trump ha risposto imponendo il “suo” blocco. Hormuz – aorta del mondo: transita il 20 per cento del petrolio mondiale, fertilizzanti, l’imponente traffico commerciale da e per le monarchie sunnite del Golfo – non è proprietà privata del regime iraniano nel quale riscuotere pedaggi milionari dal transito delle superpetroliere. Non sta in piedi il paragone con Suez. Lo Stretto di Hormuz non taglia in due un paese, non è un istmo come Suez o Corinto o Panama. La genialata, ritorsiva, degli iraniani sarebbe come se l’Italia unilateralmente imponesse un pedaggio per attraversare lo Stretto di Otranto che immette nell’Adriatico. O un pedaggio alle navi che attraversano lo Stretto di Sicilia tra l’isola e la Tunisia. Ipotesi deliranti non solo per il Diritto della Navigazione o quel che resta del Diritto Internazionale ma per il più elementare buon senso. Chiudendo i mari, imponendo pedaggi, ci giocheremmo la vitale libertà di navigazione. Identico ragionamento per lo Stretto di Bab el Mandeb che dall’Oceano Indiano immette nel Mar Rosso tra estremità sud-occidentale della penisola arabica e Africa orientale. Gli Houti dello Yemen, succursale scita di Teheran, minacciano di bloccarlo. Nel mondo è scoppiata una epidemia di follia collettiva.
Quando il fanatismo va al potere
Il teorema è sempre lo stesso: quando estremismo e fanatismo vanno al potere le guerre sono certe. Automatiche e matematiche. L’Iran non intende rinunciare al criminale disegno di dotarsi di bomba nucleare. Lo farebbe salire di rango da potenza regionale a superpotenza militare globale. E il mondo intero paga le conseguenze del ricatto iraniano, bloccandosi. Con centinaia di milioni di nuovi disoccupati nel giro di pochi mesi e tutto quello che conseguirà di conflitto sociale all’interno degli stati.
Dunque il più ironico e tragico “grazie” all’“Asse del Male 2.0” del nostro tempo – Iran, Corea del Nord, Cina, Russia, Usa, Israele – un sestetto in cui, facciamoci caso, siedono (potremmo affermare di diritto) le tre superpotenze Usa, Cina, Russia.
Cosa possiamo fare? Ben poco. Per chi ci crede pregare. Putin dal Cremlino lo sloggerà solo “sorella morte”, per dirla alla San Francesco, visto che il suo potere è ormai a vita. Netanyahu di sicuro continuerà a sbriciolare ancora chissà quante città - come ha fatto con Gaza e ora con Teheran e Beirut nei malcapitati stati confinanti o nel raggio d’azione delle sue armi. Negli Stati Uniti uno strumento costituzionale esisterebbe per neutralizzare Trump. Il quale, per ammissione generale – a poco a poco anche dei suoi – è fuori controllo e va messo da parte per il bene di ogni paese e, innanzitutto, degli stessi Usa. Il XXV Emendamento della Costituzione in vigore dal 1789, aggiunto nel 1967, definisce la linea di successione presidenziale e affronta il protocollo da adottare nell'eventualità di un impedimento del Presidente per inabilità manifesta o malattia. In particolare la Sezione 4 del XXV Emendamento recita: «Nei casi in cui il Vice Presidente e una maggioranza o dei funzionari principali in ciascuno dei Dipartimenti dell'esecutivo o di un altro corpo che il Congresso può indicare con una legge, trasmettano al Presidente pro tempore del Senato ed allo Speaker della Camera dei Rappresentanti una loro dichiarazione scritta che il Presidente non è in grado di esercitare i poteri e i doveri del suo ufficio, il Vice Presidente assumerà immediatamente l'incarico quale Presidente facente funzioni.
Dopo di ciò, quando il Presidente trasmetta al Presidente pro tempore del Senato ed allo Speaker della Camera dei Rappresentanti una sua dichiarazione scritta che non vi è alcuna inabilitazione, egli riassumerà i poteri e i doveri del suo ufficio, a meno che il Vice Presidente e una maggioranza o dei funzionari principali in ciascuno dei Dipartimenti dell'esecutivo o di un altro corpo che il Congresso può indicare con una legge, trasmettano entro quattro giorni al Presidente pro tempore del Senato ed allo Speaker della Camera dei Rappresentanti una loro dichiarazione scritta che il Presidente non è in grado di esercitare i poteri e i doveri del suo ufficio. In base a ciò il Congresso deciderà la questione, riunendosi entro quarantotto ore a questo fine se non è in sessione. Se il Congresso, entro ventuno giorni dal ricevimento della dichiarazione scritta detta da ultimo o, se il Congresso non è in sessione, entro ventuno giorni da quando il Congresso viene richiesto di riunirsi, determina coi due terzi dei voti di entrambe le Camere che il Presidente non è in grado di esercitare i poteri e i doveri del suo ufficio, il Vice Presidente continuerà ad esercitare gli stessi come Presidente facente funzioni; altrimenti il Presidente riassumerà i poteri e i doveri del suo ufficio».
Il guaio di questa interdizione - intervento sostitutivo di fatto - è che dovrebbe vedere protagonista il vicepresidente J. D. Vance, pupillo dell’imperversante movimento MAGA, su alcuni temi ancora più estremista di Trump, simpatizzante del partito neonazista tedesco Afd. A parte che Vance non firmerebbe mai quella dichiarazione, passeremmo dalla padella alla brace? Proprio vero: non abbiamo speranze.
Come nel conflitto tra greci e persiani
Concludiamo con una richiamo storico: le guerre persiane nella Grecia di due millenni e mezzo fa. A più riprese per mezzo secolo la superpotenza Persia, progenitrice dell’Iran, attaccò la Grecia. Ricordate? Lo abbiamo studiato: Maratona, Termopili, battaglia navale di Salamina. I Re dei re persiani Dario I e Serse I riuscirono nell’intento di cementare la coesione delle sempre in lotta città-stato elleniche. I persiani subirono brucianti sconfitte malgrado lo strapotere numerico e militare. Ripassarono il Mare Egeo e se ne tornarono in Oriente con le pive nel sacco, bastonati. Nei nostri giorni i ruoli si sono invertiti: i persiani sono gli Usa, i greci sono gli iraniani. La potente “armada” aeronavale americana ha causato ingentissimi danni dal cielo all’Iran ma le guerre non si vincono solo con bombardamenti aerei e missili. Non ha vinto l’America alias Impero persiano. Hanno vinto gli iraniani come allora la piccola Grecia contro i loro antenati persiani. Parti invertite ma risultato identico. Ormai gli americani, con l’eccezione del facile “regime change” in Venezuela, vincono solo nei film, al cinema. Non ne azzeccano una. Dalla Seconda guerra mondiale hanno saputo imbroccare solo una lunghissima teoria di fallimenti: Corea, Vietnam, Afghanistan, Iraq, Iran. Ora, dopo il secondo attacco congiunto con Israele all’Iran, tutto il mondo paga le conseguenze del loro ennesimo disastro.
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