Il voto di fiducia come strumento di inganno

Politica | 28 febbraio 2026
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C’è uno strumento costituzionale di cui nessuno, o pochi, parlano: è il voto di fiducia, cioè quel voto che la maggioranza parlamentare concede a occhi chiusi. È quel voto con cui il Parlamento sostiene il Governo confermando che l’esecutivo ha l’appoggio della maggioranza per operare.
In molte occasioni ho provato a considerare lo stato d’animo di un comune cittadino che non conosce la Costituzione – o magari ne ha una conoscenza superficiale - nell’ascoltare gli sproloqui di molti rappresentanti del popolo in Parlamento in occasione di quella che, senza dubbio, può definirsi attività di propaganda elettorale già iniziata precocemente in vista delle prossime elezioni politiche della primavera 2027 ancorché vieppiù stimolata dalla campagna referendaria del 22 e 23 marzo.
Discorsi, interviste, partecipazioni a talk show, e quant’altro possibile per affrontare eventi delicatissimi che potrebbero cambiare le carte in tavola o comunque modificare gli attuali assetti istituzionali.
Ma il cittadino comune non capisce nulla; non può capire alcunché sia per la complessità della materia, ma anche per le difficoltà di esposizione mostrata da molta parte della nostra beneamata classe politica. Con ciò non possiamo negare che molta parte dei cittadini elettori si presenterà ai seggi per mettere una croce su una casella indicata da qualcuno, magari un po’ più addottrinato di lui.
Molti lettori sicuramente ricorderanno che in tempi ormai andati, nelle scuole medie superiori si studiava “educazione civica”. Ed era sicuramente un supporto minimo ma sorprendentemente valido.
Ma tant’è!
Non è facile immaginare lo stato confusionale di quel povero cittadino inesperto, ancor più se si tratta di dover fare una scelta referendaria, come nel nostro caso, considerando che l’interpretazione dei quesiti, il più delle volte, impone sforzi cerebrali non indifferenti.
Quindi il mio contributo di oggi, offerto alla collettività meno preparata, senza alcuna presunzione ma in nome di una indignazione generale nei confronti di un Governo che non fa nulla per aiutare i cittadini a capire quanto vale quell’atto politico che si concretizza dentro la cabina elettorale. Sarà forse una mia impressione – forse sopravalutata – ma ho il forte sospetto che il Governo gradisca l’insufficienza culturale del cittadino: meglio un cittadino confuso che porta voti piuttosto che un cittadino preparato ma che distoglie il proprio voto verso altre parti politiche.
Si vota ma non si discute
E allora cominciamo da qui: dalla Costituzione italiana che è la più bella del mondo, perché studiata e partorita dalla volontà e dalla saggezza dei nostri padri costituenti (trasversalmente appartenenti a tutte le culture politiche), al termine di un conflitto bellico che aveva lasciato forti segni di distruzione in senso fisico (le città attaccate furono totalmente rase al suolo), sia anche sotto il profilo socio-culturale.
D'altronde, se facciamo un salto in avanti, fino ai nostri giorni, non ci sfuggirà di rilevare, con estrema amarezza, che l’attuale esecutivo con la sua correlata maggioranza parlamentare, sta eseguendo un disegno politico di riforma costituzionale che inevitabilmente vedrà l’Italia trasformata in uno Stato illiberale (nella migliore delle ipotesi) i cui poteri saranno concentrati totalmente nelle mani del presidente del Consiglio dei ministri o di tutti i ministri.
Farò un solo esempio – ma ne potrei fare tantissimi – in forza del quale appare, con palmare evidenza, l’attitudine di tanti uomini di governo ad ingannare la popolazione, utilizzando strumenti sicuramente legittimi. Ma il vero problema non riguarda l’uso di tale strumento giuridico – voto di fiducia – bensì l’abuso che ne fa il legislatore tanto da generare, in tal caso una chiara violazione delle regole costituzionali.
Né la maggioranza parlamentare, né tanto meno alcun membro del Governo, ha inteso affrontare quest’argomento che è ormai divenuto molto spigoloso per quel sospetto sufficientemente fondato che vede il voto di fiducia trasformato in uno strumento strategico per accorciare i tempi di approvazione delle proposte di legge in Parlamento. Questo vuol dire che la proposta di legge, nella forma scelta dal Governo, arriva in Parlamento, già pronta e infiocchettata, con richiesta di votarla ponendo la questione di fiducia. A questo punto si deroga dall’iter comunemente previsto per cui vengono ritirati tutti gli emendamenti che sarebbero stati approvati a seguito della discussione e della dichiarazione di voto. In sostanza la legge passa per l’approvazione senza che alcun deputato o senatore abbia avuto la possibilità di conoscere il provvedimento e di dibatterlo, anche al fine di potere presentare proposte di variazione o integrazione mediante appositi emendamenti. Ovviamente, con una maggioranza schiacciante, la legge viene approvata immantinente e il programma verso il “premierato”, tanto agognato da Giorgia Meloni, è più facilmente raggiungibile in breve tempo mentre l’elettorato attivo – ignaro perché impreparato e sprovveduto – non saprà mai che ii suo voto è stato inutile perché il candidato di riferimento non ha rappresentato la sua volontà, come prescrive la nostra carta costituzionale.
Ma la storia non finisce qui. E così ho avuto modo di osservare – come testimone attento e privilegiato – che in qualunque messaggio televisivo, o sui social, ma anche nella carta stampata, ci sono due locuzioni che non vengono mai pronunciate se non in rarissime occasioni: sono: decreto legge e voto di fiducia.
Mi sono chiesto il motivo di questa omissione e, dopo avere analizzato tutti gli strumenti documentali appositi, sono arrivato a una conclusione.
Il voto di fiducia in effetti costituisce la chiave di lettura determinante e risolutiva per il raggiungimento di quel traguardo che sta tanto a cuore a Giorgia Meloni e company e peraltro frutto di una promessa fatta a Silvio Berlusconi in punto di morte. Una sorta di eredità rovinosa che la capa del Governo vuole portare a termine a ogni costo: uno Stato autoritario che limita drasticamente le libertà civili e la partecipazione democratica. Le basterà il resto della legislatura per completare l’opera? Proviamo ad entrare nel merito dei temi trattati.
L’abuso che aggira la Costituzione
La Costituzione così recita: “Il Governo deve avere la fiducia delle due Camere. Ciascuna Camera accorda o revoca la fiducia mediante mozione motivata e votata per appello nominale”.
Dunque, quando il Governo propone alle Camere un disegno di legge, un decreto o altri strumenti legislativi, le Camere approvano o non approvano non prima però di averne messo in discussione il merito. Questa è la regola. Credo che non sfugga ad alcuno che la discussione abbia la funzione di mettere a disposizione dei deputati e dei senatori quel testo di legge, al fine di poterlo eventualmente emendare per essere integrato, corretto, secondo le volontà espresse e approvate dai parlamentari che (teoricamente) dovrebbero, in questa fase, rappresentare la volontà popolare.
E non è tutto. In alcune occasioni, il Consiglio dei ministri rassegna al Parlamento le proprie proposte mediante lo strumento del decreto legge. In effetti si può inoltrare il decreto soltanto nei casi di urgenza. Recita la Costituzione: “Il Governo non può, senza delegazione delle Camere, emanare decreti che abbiano valore di legge ordinaria. Quando in casi straordinari di necessità ed urgenza, il Governo adotta, sotto la responsabilità, provvedimenti provvisori con forza di legge, deve il giorno stesso presentarli per la conversione alle Camere che, anche se sciolte, sono appositamente convocate e si riuniscono entro cinque giorni. I decreti perdono efficacia sin dall’inizio se non sono convertiti in legge entro sessanta giorni dalla loro pubblicazione”.
Anche su questo punto la Costituzione è chiara.
Orbene, nel caso specifico che ci coinvolge, si rileva che durante le varie legislature, gli esecutivi in carica hanno fatto un uso smodato del decreto legge, utilizzandolo anche nei casi in cui non si ravvisava alcuna urgenza o necessità. Tuttavia, pur ammettendo che di questo strumento straordinario hanno abusato tutti gli esecutivi in carica (di qualsivoglia area politica) nel corso dei tempi, non possiamo non rilevare come, nell’attuale legislatura, il Governo retto da Giorgia Meloni ne abbia fatto un uso anche oltre l’abuso; cioè eccessivo, tanto – a mio giudizio – da violare la Costituzione.
Al pari di tale eccesso, si posiziona un ulteriore abuso che incide notevolmente sull’esercizio della democrazia e sul consenso che la collettività ha concesso ai parlamentari nel momento della loro candidatura.
L’Italia è una Repubblica parlamentare nella quale i deputati e i senatori rappresentano la volontà popolare, agendo come membri eletti a suffragio universale.
Io credo che l’argomento sia molto importante in primo luogo con riguardo al cattivo funzionamento delle istituzioni democratiche ma anche per la salvaguardia della Costituzione.
L’attuale Governo ha molta fretta e intende portare a termine il proprio progetto prima della scadenza della legislatura. Per questo non vuole farsi trovare impreparato alle prossime elezioni in modo da potersi presentare con strumenti elettorali nuovi che possano permettere alla nuova maggioranza una vittoria utile a formare governi con pieni poteri; tutti concentrati nelle mani di un unico soggetto politico.
Poiché l’iter legislativo previsto dalla nostra Costituzione è prudentemente lungo (e ciò è insopportabile per la maggioranza di destra), l’attuale esecutivo ha studiato una serie di legittimi marchingegni legislativi che consentono di accorciare pesantemente i tempi per l’approvazione dei disegni di legge presentati alle Camere dal Governo. In buona sostanza si verifica che il Governo, dopo avere scritto i rispettivi testi delle proposte di legge, li invia alle Camere per l’approvazione.
A questo punto dobbiamo inevitabilmente fare alcune osservazioni (rectius: critiche). Non possiamo sottovalutare la circostanza che se il Governo dovesse utilizzare il voto di fiducia per bypassare il dibattito democratico, si potrebbero sollevare questioni di legittimità costituzionale. Questo perché è la stessa Costituzione che garantisce il diritto di discussione e approvazione delle leggi da parte del Parlamento. Presentare alle Camere leggi già approvate dal Consiglio dei ministri senza un adeguato dibattito parlamentare, può limitare la trasparenza e il coinvolgimento dei rappresentanti eletti. Gli elettori potrebbero avere una percezione di scarsa fiducia nelle istituzioni e nella partecipazione politica.
L’iniqua concentrazione di poteri
Qualcuno potrebbe obiettare che il nostro garante della Costituzione è il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.
È vero! Tuttavia le sue azioni sono limitate, molto spesso dalla situazione politica del Paese quando si manifesta uno stato di crisi del Governo o di altri delicati passaggi burocratici, di cui non si può fare a meno.
Insomma, la questione dell’uso eccessivo del voto di fiducia e del decreto legge, è talmente di vitale importanza che bisognerebbe spiegarlo agli elettori. E invece nessuno ne parla; il silenzio più assoluto dell’area del governo rafforza quel sospetto che avevo sollevato poco sopra con riguardo all’uso dei due istituti, che sono utilizzati come strumento strategico dell’esecutivo che inganna il cittadino e esautora il Parlamento dai propri compiti e funzioni.
I limiti posti al dibattito parlamentare, l’impossibilità dei parlamentari di fare sentire la propria voce; la pericolosità della cancellazione del confronto; la concentrazione del potere (rectius: dei poteri) nelle mani del Governo, sono tutti elementi iniqui che conducono inevitabilmente alla promulgazione di leggi poco rappresentative, all’errato esercizio del potere legislativo; persino all’errato funzionamento dei pesi e contrappesi.
Utilizzando questi modi di gestione della res publica, le forze politiche si arroccano in posizioni rigide che aggravano ancor più il dibattito ed escludono ogni tipo di collaborazione. E non solo. In questo scorcio di legislatura abbiamo avuto modo di constatare la presenza di un’aggressività inaudita, non solo verbale ma anche fisica, nelle aule parlamentari, sfociata in attacchi personali tanto oltraggiosi, volgari e provocatori, da generare vergognose “pantomime”.
Quindi la crisi politica non può che rispondere ad una forte presenza di conflittualità fra i parlamentari che sono causa di erosione della fiducia nelle istituzioni.
Ebbene, io ho osservato tutto questo e rimango stupito dalla stoltezza dei politici che non riescono a gestire una nazione nell’interesse della collettività mentre, di contro, in tante altre occasioni siamo stati costretti ad apprendere l’apertura di inchieste, indagini e accertamenti nei confronti di parlamentari accusati di reati molto gravi che però occupano serenamente posti di prestigio.
Soluzioni? Non ne ho.
Aspettiamo che questo governo si redima e che riprenda un percorso più irreprensibile, incorruttibile e inattaccabile.
Ma forse sarà meglio aspettare la fine di questa legislatura e affrontare le prossime elezioni con onestà e trasparenza.
Intanto, nell’attesa, non dimentichiamo di votare “NO” al prossimo incontro referendario del 22 e 23 marzo. Perché è proprio da questa ravvicinata prossima occasione che si manifesteranno i primi timidi accenni del futuro politico del Paese Italia.
 di Elio Collovà

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