Tempi di nuova mafia, droga e triangolazioni all'ombra di don Matteo
Società | 30 maggio 2026

Le notizia sull’inchiesta della Dda e della Guardia di Finanza sugli affari del variegato “impero” di Matteo Messina Denaro si intrecciano con la recrudescenza degli atti intimidatori tra Sferracavallo e Carini. C’è una relazione tra tutti questi accadimenti? E che ci dice sugli ultimi sviluppi di Cosa nostra? Vediamo.
L’inchiesta della Dda riguarda gli affari di Giacomo Tamburello, di sua moglie Maria Antonina Bruno e del figlio Luca. Tamburello, originario di Campobello di Mazara (dove si nascondeva Messina Denaro), viene considerato al centro di attività imprenditoriali e finanziarie in mezzo mondo che, secondo l’accusa, erano rese possibili dall’impiego di capitali provenienti dal narcotraffico. L’indagine non ha riguardato questo traffico (nessun trafficante coinvolto, nessun sequestro di droga) ma una sofisticata tecnica di occultamento di capitali e di riciclaggio nei più diversi sistemi: conti bancari nei paradisi fiscali, acquisto di immobili di lusso, partecipazioni azionarie in una banca libanese, conti alle Cayman, triangolazioni di depositi e trasferimenti, perfino di 12 chili d’oro a Bruxelles. Mente delle strategie di questa finanza criminale, a quanto pare, era il figlio di Tamburello, Luca, con una laurea in economia e un’esperienza in una delle principali agenzie di “rating”. Ma dietro tutte queste operazioni, dicono gli inquirenti, c’era lui, il boss imprendibile, l’uomo sopravvissuto alla feroce guerra di mafia, seduttore di donne e di collaboratori. E non certo nuovo al fascino dell’imprenditoria se è vero che aveva forti interessi nel settore dell’eolico e della grande distribuzione alimentare. Ma dietro di lui?
Quello che manca, forse, in questa inchiesta è il passaggio dimostrato della provenienza di queste risorse dal traffico di stupefacenti, la fonte del denaro, i contatti col narcotraffico internazionale nel quale, ed è importante ricordarlo, primeggia non Cosa nostra ma la ‘Ndrangheta calabrese, la stessa attualmente protagonista di una sorta di “colonizzazione” di territori dove ha preso il posto di altri sistemi criminali come in Lombardia, Piemonte e in molte altre zone del Nord. È dunque al momento ipotizzato ma non dimostrato che Messina Denaro fosse concretamente il pilastro operativo di un così imponente traffico di stupefacenti. È più credibile che, al servizio di questo traffico, avesse messo la sua sapienza imprenditoriale e quella di alcuni dei suoi sodali. Come i Tamburello.
Ma che c’entra questo con le intimidazioni nel Palermitano?
Si ristabiliscono le “regole”
Si dice che una nazione è identificabile come tale se ha un governo, una lingua e un territorio. Al momento non è certo che Cosa nostra abbia un governo indiscusso e tra i boss sopravvissuti non tutti parlano la stessa lingua e hanno dovuto trascurare il siciliano per imparare il calabrese. Il rischio è che perdano anche il territorio se non riescono a controllarlo, se le richieste di pizzo non vengono rispettate.
Le intimidazioni degli ultimi mesi riguardano il territorio occidentale della città: Tommaso Natale, Sferracavallo, San Lorenzo, Carini. È una zona dove gli interessi di mafia sono antichi e considerati a lungo con rispetto dall’intera organizzazione, un sistema che riusciva perfino a tollerare la polveriera dello Zen 2 così importante in termini di controllo del territorio.
Evidentemente si sta avvertendo la necessità di ristabilire le regole di mafia laddove erano state messe in crisi dalle inchieste, dai collaboratori di giustizia, dalle guerre interne, dalla crisi economia. Ecco colpi di arma da guerra contro strutture imprenditoriali; la raffica contro un'autorimessa a Sferracavallo; l'attacco al deposito della società di autonoleggio Sicily By Car; il successivo incendio doloso di 26 vetture a Villagrazia di Carini, con tre persone riprese dalle telecamere mentre cospargono benzina sui mezzi. Lì dove sono state impiegate armi da fuoco si tratta di kalashnikov, non esattamente una scopetta.
Strategie di potere territoriale
Ora se i danneggiamenti mirano a punire ritardi nel pagamento del pizzo, resta sempre la sensazione che le azioni vadano oltre la protezione del profitto e facciano parte di una strategia per il potere territoriale. E per affermarlo i boss si rivolgono a una nuova manovalanza, quella dei bulli padroni delle scazzottate della movida, appassionati di coltelli dove i più “tochi” riescono a trovare una pistola. Figuriamoci se qualcuno gli mette in mano un iconico fucile mitragliatore.
Ecco perché io credo che tra l’operazione contro la finanza mafiosa e gli episodi delle intimidazioni di borgata ci sia un nesso che deve preoccuparci, meritevole com’è di analisi e di indagini approfondite, di fare in modo che vengano attivate tutte le risorse investigative e di intelligence. Perché se davvero Messina Denaro pilotava il movimento di 200 milioni di euro, non possiamo pensare che il nuovo capo fosse Tamburello o il figlio Luca che si apprestava a trasferirsi a Dubai. E non credo che a padre e figlio interessasse granché di esercitare il potere allo Zen o a Carini. I Tamburello, certo, se davvero colpevoli, potrebbero essere nelle condizioni di dovere spiegare a qualcuno com’è che si sono fatti soffiare 200 milioni da poliziotti e magistrati. E non mi meraviglierei se li sfiorasse il pensiero di sedersi e raccontare un po’ di cose. Nel frattempo, il traffico della droga continuerà ma a chi andrà il 10 per cento che pare spettasse a don Matteo? Mafia tempora currunt…
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