Contro gli incendiari serve la legge antimafia

Imprimere un cambio di passo al contrasto a chi appicca il fuoco, distrugge la natura, provoca vittime, costringe a spendere ingenti risorse finanziarie per spegnere incendi che devastano migliaia di ettari di territorio. E mutuare e trapiantare in questa lotta se non la legge Rognoni-La Torre alcuni suoi principi e profili.
Che siano governi di centro-sinistra o destra-centro o di qualsiasi altra formula rimangono inadeguati i risultati del contrasto e, prima ancora, della prevenzione. Nel Meridione e non solo si inceneriscono boschi, macchia mediterranea, terreni agricoli. Complice la nostra sottovalutazione giuridica di questo tipo di reati. È terrorismo? No. È strage o tentata strage? Ma no. È mafia o associazione mafiosa? No, sì, forse, qualche volta. E se invece incardinassimo nelle nostre teste prima che nelle leggi che, sì, bruciare la natura è un atto insieme di terrorismo, mafia, strage di piante, animali, spesso anche uomini ossia di esseri viventi? Cambiamo prospettiva di analisi e giudizi. Quella contro i piromani è una guerra. Essenziale ed esiziale. Ma – attenzione – già la definizione che vede il nemico nel “piromane” deve considerarsi errata, fuorviante. Facciamo chiarezza. Piromani sono coloro che soffrono di un raro disturbo mentale del controllo degli impulsi e appiccano il fuoco per un bisogno irrefrenabile di provare piacere ed euforia. Provano una forte tensione prima di accendere il fuoco e una sensazione di euforia o sollievo dopo averlo fatto. Spesso restano a guardare l’incendio e nutrono una fissa curiosità per i vigili del fuoco e i mezzi di soccorso. Ma i veri casi clinici di piromani sono una piccolissima percentuale rispetto alla grande massa di incendi dolosi provocati da interessi illeciti.
La natura ha i suoi tempi
E allora bisogna guardare ad altri soggetti, ben più numerosi e pericolosi. Concentrarsi non sui piromani ma sugli incendiari dolosi. Coloro che agiscono per un secondo fine logico o criminale, come speculazione economica, vendetta, vandalismo o intimidazione. Animati da un movente economico o sociale. Si dividono in tre categorie. Speculatori: bruciano i boschi per liberare terreni, favorire la pastorizia o lucrare sui rimboschimenti e sugli appalti degli aiuti. Vendicativi o criminali: appiccano il fuoco per ritorsioni personali, contro datori di lavoro, rivali o la pubblica amministrazione. Vandali: gruppi o singoli che appiccano il fuoco per noia o distruttività giovanile senza un piano preciso. Capiamo bene che il nemico non è costituito dai pochi piromani psichicamente instabili e soggiogati dal disturbo del controllo degli impulsi – che comunque vanno isolati, tenuti sotto sorveglianza, curati – ma va individuato nella ben più vasta e ramificata categoria degli incendiari guidati dal movente economico e sociale.
Facciamo chiarezza anche sulle norme del Codice penale in vigore. Per chi appicca un incendio le pene variano a seconda che il fuoco colpisca boschi o edifici e che il gesto sia volontario o colposo. Per incendio boschivo doloso (volontario): reclusione da 6 a 10 anni (articolo 423 bis). Per incendio boschivo colposo (per colpa o negligenza): reclusione da 2 a 5 anni. Per incendio generico (per esempio, edifici o beni altrui): reclusione da 3 a 7 anni (articolo 423).
Pene su cui possono incidere tre aggravanti. Danno ambientale: aumento di pena fino alla metà se deriva un danno grave, esteso e persistente all'ambiente. Profitto o abuso di potere: aumento da un terzo alla metà se commesso per profitto o da persone incaricate della tutela del territorio. Pericolo pubblico: le pene aumentano se l'incendio minaccia edifici, aree protette o animali.
Sono pene proporzionate? Forse sì se per sconti, buone condotte, uscite per lavoro e regimi alleggeriti di carcerazione o addirittura comoda detenzione domiciliare non si riducessero alla fine a qualche anno se non appena mesi di carcere effettivo. Quando invece chi distrugge la natura, brucia ettari di terreni, case di campagna, manda in rovina operatori agricoli e zootecnici meriterebbe il 41 bis per la gravità del suo reato! Una sproporzione sconvolgente. Occorrono 50-100 anni perché un bosco torni a come era prima dell’incendio che lo ha incenerito. La natura sa riappropriarsi della natura ma occorre tempo, generazioni. Peraltro l’innalzamento cataclismatico delle temperature in corso, specie nel nostro continente, rende tutto più complicato e al contempo vitale: più alberi bruciano più si avvicina il tempo in cui i nostri figli e nipoti dovranno rassegnarsi ad abbandonare i nostri territori ormai desertificati, inabitabili.
E, tutto ciò considerato, stiamo ancora pensando che il reato di incendio boschivo o agricolo sia meno grave dell’omicidio di mafia, dell’attacco terroristico, della strage? Invece è un compendio di mafia, terrorismo, strage. Sta distruggendo – ora – il futuro. Contribuisce non poco a rendere sempre più invivibili luoghi abitati da millenni.
A cosa può servire la legge Rognoni-La Torre
Nel 1982 la legge 646, nota come legge Rognoni-La Torre, introduce in Italia il reato di associazione mafiosa e prevede la confisca dei beni. L’articolo 416 bis istituisce il reato di associazione a delinquere di tipo mafioso, punendo chi fa parte di un gruppo di stampo mafioso. La 646 contempla l’aggressione ai patrimoni. Permette il sequestro e la confisca dei beni illecitamente accumulati o sproporzionati rispetto ai redditi dichiarati. Prevede infine la decadenza da cariche e l'incapacità di ottenere licenze, appalti pubblici o cariche elettive per i soggetti colpiti da misure di prevenzione.
Visti i modestissimi risultati del contrasto e il numero risibile di arresti effettuati, con la necessità di indubbi adattamenti, due profili della 646 si dovrebbero mutuare e trapiantare in nuove e più efficaci norme per la lotta agli incendiari: l’articolo 416 bis e l’aggressione ai patrimoni. Si tratta, lo riconosciamo, di adattamenti arditi, che faranno storcere il muso a molti giuristi. Ma sono necessari per ridurre la portata sempre più epocale degli incenerimenti dolosi del patrimonio naturale.
Prendiamo in considerazione una fattispecie. Tra le più ricorrenti e, in qualche modo, persino scusata. Sono un anziano contadino che non ha mai avuto contatti o frequentazioni mafiose. Per convinzione – malgrado le annuali ordinanze lo vietino – sono cresciuto nella inveterata certezza che non è un delitto ripulire un mio terreno dando fuoco alle sterpaglie. A luglio o agosto! Che c’entra il mio comportamento con mafia e associazione mafiosa? Verissimo. Non c’entra nulla. Ma, così operando, divento più pericoloso e letale di un boss mafioso. Il mio reiterato comportamento – che non ho mai voluto accantonare malgrado la pericolosità, convinto di controllare e circoscrivere sempre quel fuoco – è andato invece fuori controllo distruggendo intere contrade, centinaia di case rurali e aziende agricole. Muoiono persone nello spegnimento o a causa delle fiamme. Ho messo a rischio vite di persone, ho distrutto generazioni di lavoro, ucciso centinaia di animali di allevamento e selvatici. Con imprudenza, testardaggine, infischiandomene di leggi e ordinanze. Mi sono trasformato in assassino, virtuale o effettivo, ho attentato a vite, ho creato condizioni per una strage. Possibile che non debba pagare praticamente nulla per tutto questo? Non sono stato pericoloso come un criminale associato a Cosa nostra?
Per il secondo profilo – l’attacco al patrimonio – l’adattamento è più lineare. A cominciare da una certezza. Non deve avere dubbi su una conseguenza certa chi al corpo di un sacrificato gatto o coniglio lega un innesco che brucerà un bosco in più punti moltiplicando le probabilità che l’incendio si propaghi e vada fuori controllo. Processato e condannato, andrà in galera per molti anni, senza benefici e sconti di pena. Ma gli dovranno essere anche confiscati la casa, che sia un tugurio o un appartamento signorile, l’auto, tutti i beni mobili e immobili. E deve sapere che sua moglie e i suoi figli saranno costretti a lasciare quell’abitazione. Perde tutto: la libertà, i beni, la famiglia messa sulla strada, costretta a mendicare alloggio e sostentamento. Scelga lui se prestarsi ad essere un terrorista e un assassino di uomini, animali e ambiente o un padre di famiglia che evita ai familiari, alle persone più care, di finire, letteralmente, sul lastrico. Adattamento del principio di attacco al patrimonio in questo caso significa non sequestro e confisca di beni illecitamente accumulati o sproporzionati rispetto ai redditi dichiarati quanto piuttosto, con un approccio più draconiano, perdere quello che si possiede anche se costruito o accumulato senza ruberie e sopraffazioni. Significa perdere per sempre la casa.
In Cisgiordania l’esercito israeliano, maestro di eccessi, radeva addirittura al suolo le case di palestinesi che sparavano o accoltellavano cittadini israeliani in attentati alla fermata dell’autobus o per strada. Efferatezze che non hanno motivo di essere prese a modello. Con tanta gente che ha bisogno di case che motivo c’è di radere al suolo l’abitazione del nostro caro amico che si diletta a bruciare boschi, terreni, riserve e macchia mediterranea? Nella sua ex casa andrà ad abitare qualche famiglia bisognosa. O servirà per scopi pubblici e sociali.
In campo anche l'intelligence
Queste misure scoraggerebbero l’incendio estivo facile diventato ciclico hobby o passatempo nelle nostre regioni, culle nei decenni di eserciti di forestali e bacini di spesa di miliardi di euro destinati all’antincendio? Può darsi non sarebbero risolutive però una buona mano la darebbero. E urgono anche altri strumenti. Soprattutto uno, non normativo ma d’ordine organizzativo e funzionale. Finora i nostri servizi segreti, l’antiterrorismo, la Digos, i Ros hanno dato buoni risultati nella prevenzione e nel contrasto del terrorismo internazionale di matrice jihadista. In Italia non si sono registrati terribili attentati come quelli avvenuti in Francia, Germania, Spagna, Belgio, Regno Unito. Siamo stati solo fortunati o lo dobbiamo piuttosto ad attenzione e risultati nella prevenzione? Propendiamo per la seconda ipotesi. Purtroppo non altrettanto si può affermare dell’efficienza dei servizi e degli organi di polizia quanto a prevenzione degli incendi. Occorre non raddoppiare ma decuplicare agenti infiltrati negli ambienti sensibili ai temi e alle enormi risorse destinate all’antincendio così come nei contesti sensibili alle speculazioni ambientali ed edilizie. Occorre decuplicare le intercettazioni – mentre il governo in carica, al contrario, ha fatto di tutto per svilirne la portata! Occorre dare sempre più peso non solo ai ritrovati tecnici, a sistemi di segnalazione che allertano al minimo focolaio, alle nuove app per ogni esigenza e per tutte le stagioni. Per carità, importantissime e utili. Ma l’epicentro delle indagini va spostato a monte. A prima, a quando qualcuno, da qualche parte, ordina e decide di innescare un incendio – ben alimentato dallo scirocco e dalle temperature sempre più infernali – in un’area o in quell’altra. Le videocamere sugli alberi o con gli infrarossi non allertano sulla “stagionale” pianificazione a tavolino degli incendi. Sui decisori e sulla pianificazione può fare moltissimo invece in termini di prevenzione il fattore umano. Cioè infiltrati in gamba dei servizi e delle forze dell’ordine. Che conoscono uomini e cose. E che indagano coraggiosamente, nella dovuta riservatezza, sul territorio e nel territorio.
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