Il carcere non frena
la rinascita mafiosa,
ora si vigili sul 41 bis
Società | 1 agosto 2026

In questi mesi abbiamo visto in azione kalashnikov ed intimidazioni di vario genere; ci siamo interrogati sulla riorganizzazione di Cosa nostra e sulle gang giovanili; tanti operatori commerciali hanno conosciuto la paura di diventare bersaglio; la città si è a lungo interrogata sulla qualità di questo attacco mentre scopriamo che le uniche parole spese dal ministro della Giustizia sono contro il procuratore di Palermo, cioè contro chi ha scoperto questa trama e forse l’ha interrotta e chiede, giustamente, conto e ragione della assoluta permeabilità delle carceri italiane alle relazioni con l’esterno.
Sono questi i casi in cui è giusto interrogarsi sulla efficacia delle politiche di sicurezza di questo paese. Insomma, mai la produzione di leggi e provvedimenti è stata come ora inversamente proporzionale alla loro reale efficacia. Muso duro in tv ed immobilismo nella pratica quotidiana. Mi domando se questa cultura di governo avrebbe mai avuto il coraggio di istituire il “carcere duro” per i mafiosi. Dico questo perché Palermo è dentro una fase delicata, in bilico tra la normalità ed il ritorno alla tragedia dell’attacco mafioso. Tanti di noi ricordano “l’hotel Ucciardone” e quanti omicidi sono stati commissionati dall’interno di quel carcere. Non è forse il caso di riflettere sul ritorno di una antica prassi che è costata cara a Palermo ed al paese?
Nordio dovrebbe rassicurarci, impegnarsi con alcune azioni concrete, disporre ispezioni e ricercare soluzioni per l’affollamento carcerario. Invece tenta di scansare il tema del sovraffollamento e dell’allentamento della vigilanza. Difende il corpo della polizia penitenziaria come se il problema non fosse assai più vasto e complesso. Bassa cucina.
Palermo è in apprensione perché ha memoria, ricorda le strade insanguinate, i morti per terra e le stragi. Nessun paese europeo ha conosciuto tanto sangue e tanti morti. Pretendiamo il diritto ad essere ascoltati, a esplicitare le nostre ansie e le nostre paure. Inutile presentarsi il 19 luglio ad onorare Paolo Borsellino e la sua scorta e poi non assumersi la responsabilità del governo delle istituzioni carcerarie e della sicurezza dei cittadini.
Un carcerato, attraverso il suo (illegale) smartphone, impartiva ordini all’esterno. Si trovino le falle anziché autoassolversi. Ci aspettavamo una riflessione più preoccupata, l’impegno ad una azione puntuale e rigorosa; a verificare eventuali falle oppure l’adozione di accorgimenti in grado di scongiurarne per il futuro. Questo ci si aspetta da un ministro. Una cosa è certa: Palermo è riconoscente nei confronti del procuratore De Lucia e non ha apprezzato la reazione sopra le righe del ministro Nordio. Ci sono tre temi, intangibili, che fanno parte della strategia antimafia di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e vanno rispettati puntigliosamente se si vuole onorare la loro memoria e quella dei tanti caduti: il reato di associazione mafiosa, le confische di prevenzione ed il cosiddetto “carcere duro”, il 41 bis. Vigili, il ministro, affinché le basi della normativa antimafia vengano rispettate. Rimuova gli ostacoli, si occupi della lotta alle cosche. Non è De Lucia il problema, è il progressivo venire meno della attenzione dello Stato sulla più grande tragedia del paese: la mafia.
Repubblica / Palermo del 28 luglio 2026
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