Costa, diritto alla verità su interessi indicibili
Società | 4 agosto 2026

Il 6 agosto ricorre il 46esimo anniversario dell’omicidio del procuratore ccapo della Repubblica, Gaetano Costa, per mano mafiosa, ma non solo. Un omicidio, come altri con vittime “eccellenti“, su cui non v’è stata giustizia. Su questa, come su altre morti, è sceso l’oblio e queste vittime sono morte due volte: la prima quando si è verificato il decesso; la seconda quando si è negata loro la giustizia e la verità.
Per gli ebrei una persona muore oltre la morte quando il suo nome non viene più pronunziato. Orbene, raramente il procuratore Costa viene nominato o ricordato e questo la dice tutta sul tentativo di far calare la nebbia sulla sua vita e sul suo pensiero, su quello che sapeva e capì e trasferì nelle mani di Rocco Chinnici.
Questa non vuole essere una lamentazione dell’emarginato o il belato dell’agnello sacrificale, ma il ruggito di una comunità che chiede con forza il diritto alla verità che il coraggio di alcuni tra i migliori giuristi del nostro tempo ha portato da idea, da teoria a fatto concreto.
Mi riferisco alle due sentenze della Cassazione del 2025 che hanno affermato, grazie a una ispirata e dotta requisitoria del vice procuratore generale, il diritto alla verità collettiva. L’auspicio è che tale diritto alla verità possa rappresentare anche il punto di partenza per spiegare altri fatti di sangue e stragi gravissimi che dagli anni Ottanta ai primi anni Novanta hanno funestato la vita del Paese. Ma rinunciare al diritto alla verità determinerebbe una intollerabile forma di impunità. L’omicidio del procuratore capo Gaetano Costa è, per amore della verità, non un mero delitto di mafia ma frutto di una convergenza di interessi indicibili (mafia, loggia P2, Sindona, servizi deviati del nostro paese e di altri).
In quegli anni, macchiati dal sangue dei servitori dello Stato (e fra di essi maggiormente le forze dell’ordine alle quali non saremo mai abbastanza grati) e di vittime innocenti, le Istituzioni e la gente sostenevano che la mafia non esisteva, o che si ammazzavano “tra di loro”.
Oggi siamo giunti al “si commemorano tra di loro”. Il paradosso di non aver compreso o il tradimento di non aver voluto nascondere la reale ragione degli omicidi degli anni Ottanta ha condotto a tagliare le radici alle stragi degli anni Novanta, creando uno iato che in realtà non esiste.
Negli anni Ottanta, Palermo fu l’unica città d’Europa decapitata nell’establishment (presidente della Regione Piersanti Mattarella, prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa, sindaco Giuseppe Insalaco, segretario provinciale del partito di maggioranza, Michele Reina, senza parlare degli altri magistrati, e degli uomini delle forze dell’ordine e dei giornalisti che pagarono un prezzo altissimo. “Libera” conta 1186 vittime in servizio o innocenti); una sorta di colpo di Stato locale.
Oggi, qualcuno cerca, ancora una volta, di intorbidire le acque, di mischiare le carte e ricondurre l’origine di tutto a un misterioso quanto debole dossier mafia appalti.
Noi non ci stiamo alla mistificazione, né all’alterazione della narrazione storica e continueremo, insieme agli altri enti e associazioni che condividono il nostro pensiero, nella nostra opera, nelle scuole, all’Università, presso gli ordini professionali, nella società civile a trasmettere il messaggio del procuratore Gaetano Costa, che, insieme al compianto presidente Piersanti Mattarella, condivide la stessa triste sorte: non hanno avuto alcuna giustizia. La Fondazione, pertanto, chiede oggi a tutti gli enti e alle Istituzioni di unirsi per una delle radici più profonde della democrazia: la ricerca della giustizia.
Alcuni hanno detto che occorre trasformare la memoria in responsabilità collettiva, promuovendo tra le nuove generazioni la cultura della legalità, del coraggio e della partecipazione. Il titolo del nostro cammino è infatti “la memoria non è una terra straniera” ed il presidente della Repubblica ha sempre omaggiato “la grande esemplare figura di magistrato di Gaetano Costa e la sua azione coraggiosa contro la mafia”.
In realtà, noi abbiamo solo ereditato il suo pensiero. Egli sosteneva che “c’è chi ha il dovere di avere coraggio e chi ha tutto il diritto di avere paura”. Ebbene compito della Fondazione è quello di essere ponte tra i primi e i secondi, al servizio della comunità ed esortando le Istituzioni affinché si impegnino maggiormente nella lotta alla mafia, senza indebolire l’apparato investigativo né quello normativo, altrimenti la lotta diventa impari e l’impunità la regola.
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Perché la commemorazione del procuratore Gaetano Costa non è un “fatto nostro” di pochi ma appartiene a tutta la comunità cittadina, rinnovo l’invito alle persone di buona volontà di essere presenti alle 19 del 6 agosto, in via Cavour, davanti alla lapide in memoria del magistrato.
* L'autore è presidente della Fondazione Gaetano Costa
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