L’uso dei beni confiscati
strumento di contrasto
del potere mafioso
Società | 9 marzo 2026

È stata una riflessione ampia e condivisa quella che ha tenuto banco all’istituto "Pio La Torre" di via Nina Siciliana 22, a Palermo, dove si è tenuta la conferenza della XX edizione del Progetto educativo antimafia, promosso dal Centro studi Pio La Torre, sull’ “associazionismo antimafia, strumento di crescita della società civile''.
Il tema chiama in causa i tanti attori della società che combattono le mafie attraverso progetti e percorsi di legalità, come quello che da due decenni, grazie proprio al Centro Pio La Torre si rivolge agli studenti di centinaia di scuole di tutta Italia.
“Per farvi capire cosa vuol dire associazionismo antimafia oggi – afferma Francesca Rispoli, presidente di Libera – necessita una riflessione un po' più ampia rispetto a quello che è il contesto siciliano. Lo dico anche in virtù del fatto che abbiamo scuole collegate anche da altrove. Se guardiamo alla storia dello scorso secolo, nella quale si è mossa anche l'azione di Pio Torre, vediamo che per tutta la storia del Novecento e sicuramente fino agli anni Novanta, la mafia è stata a lungo percepita come un potere chiaro, come un soggetto che aveva una sorta di funzione sociale. Il controllo della terra, l'intermediazione violenta, la sottomissione e il controllo del mercato del lavoro in alcuni territori funzionava così, un sistema che in qualche modo impediva l'emancipazione, lo sviluppo e i diritti. E quindi chi si opponeva? In tutta questa fase storica in cui la mafia era un soggetto che controllava determinati mercati, coloro che erano maggiormente attivi e si opponevano a questa forza sono stati i sindacati, i movimenti contadini, alcuni amministratori che facevano parte di alcuni partiti. L'esempio di Pio La Torre rappresenta questo principio di opposizione alla mafia come sistema di potere e di diseguaglianze. Perché abbiamo iniziato a declinare questa parola al plurale? Parliamo di mafie perché, nel frattempo, soprattutto dagli anni ‘90 in avanti, hanno iniziato a gestire nuovi mercati, a garantirsi nuove alleanze, ad avere forme nuove che in qualche modo hanno cavalcato anche un rapporto con l'economia legale in una dimensione che non solo territoriale ma internazionale. È un principio che sta nel Dna di queste organizzazioni e le rende in qualche modo camaleontiche, quindi capaci di cambiare e di rendersi in qualche modo inafferrabili. Ecco perché è necessario stare insieme per generare una riflessione più comune e più trasversale, sposando l'idea con la quale Libera è nata nel 1995, dopo le stragi del ‘92 e del ’93”.
“Io abito a Ballarò, sono palermitano come voi – dice Fausto Melluso, presidente di Libera Palermo – e, per prepararmi a questa mattinata, ho chiesto all'intelligenza artificiale dove sarete tra dieci anni, voi studenti e studentesse del Pio La Torre. Gliel’ho chiesto nella convinzione che è complicato parlare di mafia, perfino i progetti nelle scuole hanno avuto dei limiti. Sapete qual è stata la risposta? Il 30 o 40% di voi lavorerà fuori, una cosa buona se frutto di scelta e non di costrizione, tra il 35 e il 45% resterà nella sua città ma guadagnando il 30% circa in meno che nelle parti più ricche del Paese, mentre il 15 o 20% sarà completamente disoccupato. Perché l'intelligenza artificiale vi preannuncia questo destino che sicuramente dovremmo provare a cambiare? Quello che vi posso dire è che, qualunque possa essere oggi la presenza mafiosa nel territorio e in qualunque modo abbia condizionato lo sviluppo di Palermo e della Sicilia, questa cosa c'entra con le opportunità che in qualche modo vi vengono sottratte”.
Importante, a proposito di associazionismo antimafia, parlare anche dei risultati ottenuti sul fronte della confisca dei beni mafiosi.
“Due giorni fa ricorrevano i 30 anni dall’approvazione della legge sull’utilizzo dei beni confiscati. Da 30 anni – sottolinea il presidente del centro studio Pio La Torre, Emilio Miceli - le associazioni gestiscono un patrimonio considerevole fatto di tante cose. Patrimoni enormi sarebbero diventati buchi neri dispersi nel territorio, inutilizzati, sequestrati sì alla mafia ma inutili per tutti. Libera ci ha consentito di fare un percorso diverso, di batterci per riavere questi patrimoni. Un atto non secondario, non oggi ma venti anni fa, quando ancora i processi non erano stati celebrati. Così abbiamo restituito alle comunità beni che prima erano privati e che funzionavano soltanto per loro, per poi diventare dei beni comuni. Provate a immaginare tutta quella parte di agricoltura che sarebbe stata dispersa e che, invece, è stata recuperata attraverso le esperienze di cooperative e di associazioni che hanno continuato a gestire il patrimonio che era dei mafiosi, indirizzandolo verso le persone per un uso più serio. Pensate a tutto il patrimonio abitativo che è stato sequestrato a Palermo, città nella quale ci sono, credo, 1.300 beni confiscati. Provate a immaginare che cosa avrebbe significato se nessuno si fosse preoccupato di tutto questo. Ecco, quindi, quanto hanno fatto non solo le leggi contro la mafia, ma quel motore rappresentato dall'associazionismo che ha deciso di provare a non perdere questo patrimonio perché il segnale che si può dare è importante. Se dopo la mafia c'è vita, abbiamo una prospettiva, abbiamo un futuro. Ogni anno, il 21 di marzo, in tanti posti, luoghi importanti e sperduti di questo Paese, si leggono i nomi di coloro uccisi dalle mafie. Quando c'erano le stragi a Palermo, nessuno di voi era nato. Ma farlo significa non solo fare testimonianza, ma segnalare a chi è invece mafioso che la gente non è disponibile a tornare indietro”.
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la lettura di Garufi