La cronaca di quel 30 aprile, lacrime e parole per Pio e Rosario

Reportage | 25 aprile 2024
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Vincenzo Vasile ha scritto per il sito strisciarossa.it nel centenario dell’Unità questo ricordo di una sua “giornata particolare” di lavoro nel giornale, il 30 aprile 1982: la corrispondenza che mandò al giornale da Palermo sull’assassinio di Pio La Torre e Rosario Di Salvo 


“Il taccuino vuoto di appunti virgola perché quel che vedi virgola quel che senti virgola vorresti non fosse vero punto Pio Palermo Imola Otranto La Torre Livorno Ancona spazio Torino Otranto doppia Roma Empoli è lì virgola una gamba stesa in un estremo sussulto fuori dalla 131 grigio trattino azzurra virgola il sangue virgola i finestrini in frantumi virgola la testa come poggiata sul grembo di Rosario che ha il viso macchiato di sangue punto…”
Il pezzo più difficile dei miei trentacinque anni all’Unità lo scrissi con rabbia e dolore quel pomeriggio di venerdì 30 aprile 1982. In dieci minuti. Ma ci vollero assai più tempo, tante pause, tanti singhiozzi per dettarlo allo stenografo-dimafonista Giorgio Ciocchetti, che ogni tanto dalla sua cabina del seminterrato di via dei Taurini a Roma mi interpellava: “Vincenzo, vuoi fare un’interruzione? ti richiamo e riprendiamo?”, però anche la sua voce capitò che si spezzasse. Tutto questo perché ne avrò visti tanti, e tanti altri ancora poi ne avrei visti e raccontati, di morti ammazzati in guerre locali o lontane. Ma quelli erano due miei, due nostri fratelli maggiori, per me c’era uno scarto di vent’anni con Pio, di appena due con Rosario. E perché con Giorgio, oltre che colleghi di lavoro, prim’ancora e più che altro, eravamo compagni. Compagni, come titolammo – me ne accorgo adesso - sebbene nei titoli dell’Unità quella parola evitavamo ormai di scriverla (e di lì a poco sparirà anche dai testi) - ripetendola addirittura diverse volte, contro ogni regola giornalistica: sotto la riga di apertura a tutta pagina e sottolineata in nero, “Agguato omicida al compagno La Torre”, c’è il catenaccio (in gergo il sottotitolo) “Cade al suo fianco il compagno Di Salvo” e accanto scende il colonnino a destra del direttore, Emanuele Macaluso, che è un saluto-ritratto commosso e netto di “Questo compagno, questo fratello indomito”. 

Primo maggio insanguinato 

Questa prima pagina dell’Unità del primo maggio 1982 è un documento di archivio prezioso. Dove le norme non scritte dell’informazione, che vietano l’iterazione dello stesso vocabolo su una stessa pagina, furono sommerse e travolte, affogate in una pioggia di lacrime di ira e di afflizione, dal nostro essere un giornale/di/partito, un giornale di parte, la stessa parte delle due vittime. E la parte giusta: quella che mi appariva, e a tutt’oggi, svanite molte ideologie e passioni politiche, mi appare essere davvero per l’epoca la parte giusta. Una parte bersagliata per tale motivo, proprio alla vigilia di un “Primo maggio insanguinato da un barbaro delitto politico-mafioso”. Così scrivemmo nell’occhiellone di apertura. E questa mi appare, invece, a tutt’oggi una frase di vera informazione/informazione. Da giornale/giornale, non da giornale/di/partito. Ma che i giornali/giornali, grandi e piccoli, non scrissero. Essendo il nostro giornale (e in particolare a Palermo dalla nostra corrispondenza di frontiera) l’unico in grado in quel momento di comprendere – di là dalla generica riprovazione della barbarie stragista – la matrice del delitto.
Cercherò qui di seguito, a ciglio asciutto, di spiegarne il perché.
Intanto, c’è da dire che in trentacinque anni di vita e di lavoro all’Unità questo pezzo, così aspramente difficile e drammaticamente doloroso, per me sarebbe poi stato anche sicuramente quello più letto: ancora oggi sconosciuti ex-lettori della ex-Unità mi collegano a quella firma sotto a quell’articolo apparso in prima pagina, in un periodo in cui un popolo di “militanti” faceva casa per casa e piazza per piazza, come me da ragazzo, le diffusioni straordinarie. Tirature fino a un milione di copie con la palazzina di san Lorenzo che si metteva a tremare per la messa in moto – già alle sei, talvolta alle tre del pomeriggio – della rotativa nel sotterraneo, per stampare sufficienti copie del giornale best-seller della domenica o del primo maggio. 

Giornale di partito e di informazione 

Se leggi oggi quelle Unità domenicali e festive trovi solitamente, dunque, un tasso di informazione fresca e di cronaca assai più basso dei giorni feriali per effetto di quelle “chiusure anticipate”, però per paradosso proprio questi erano - almeno fino agli anni Settanta - i giornali più venduti, se non quelli più letti. (Convocato a Roma in un’assemblea di redazione che si teneva proprio la mattina della vigilia di un primo maggio, prima di imbarcarmi su un treno che mi doveva riportare a casa a Palermo ero passato dalla rotativa per prendere una copia fresca di stampa. Nello scompartimento mi sentii piombare dentro a un film di Frank Capra a sfogliare il giornale dell’indomani sotto gli occhi stupefatti degli altri passeggeri).
Questo cocktail di giornale di partito e di giornale di informazione, del “Corriere della sera dei lavoratori” che Palmiro Togliatti aveva incitato i redattori post-Liberazione a creare, aveva via via nel tempo cambiato i dosaggi. Ma in quel primo maggio 1982 la notizia dell’esecuzione politico-mafiosa di Pio La Torre e di Rosario Di Salvo faceva saltare ogni proporzione della nostra ricetta, e (non so se per la prima volta, ma ho il sospetto che fosse l’ultima) il massimo di passione e militanza politica e il massimo di informazione vennero a coincidere, e proprio in un giornale che fu acquistato e letto da diverse centinaia di migliaia di persone.
Quel che scrissi quel giorno, retrospettivamente può servire a misurare il grado di corretta informazione che l’Unità fino a quel momento aveva offerto ai suoi lettori in merito a vicende di mafia e al loro permanente, e sempre più soffocante, intreccio con la peggiore politica. Ma è importante anche quello che non scrissi: vale a dire ciò che mi passava per la mente quando con il cuore in tumulto per la scena maledetta che avevo appena visto, mi ero messo a girare per la città, per capire come la notizia si propagasse, quanti animi scuotesse, quanta gente scendesse in piazza, e furono in molti, moltissimi.
Pio era stato il segretario della federazione di Palermo del Pci negli anni Sessanta. Avevo i calzoni corti quando ci aveva appioppato il soprannome di Vietcong per le manifestazioni a getto continuo che organizzavamo sotto al consolato americano. In una di queste fu arrestato con false accuse il segretario della Fgci, Franco Padrut, che passò un anno e mezzo in quello stesso Ucciardone dentro al quale con analoghe e altrettanto false accuse era stato rinchiuso Pio negli anni Cinquanta per l’occupazione delle terre.
E quella tragica mattina dentro alla mia testa scorrevano le immagini della “bicchierata tra ex-galeotti” con la quale i due – al momento della liberazione di Padrut - si salutarono e confrontarono i racconti delle loro carceri democristiane, a distanza di trent’anni sempre quasi uguali. Per esempio: l’uno e l’altro avevano convissuto dietro le sbarre con detenuti mafiosi. Franco era “dentro” tra il ’67 e il ‘69 in un momento in cui retate e maxiprocessi ante litteram avevano riempito le celle di boss altolocati; Pio quando negli anni Cinquanta vi si trovavano provvisoriamente soprattutto rinchiusi alcuni gregari. E concordarono duettando davanti a noi raccolti in una festosa bicchierata sull’importanza delle confidenze e degli indizi da loro raccolti in due diverse epoche riguardo alla continuità di “potenza” “attitudine” e “cultura politica” di Cosa nostra, mostrate dai loro compagni di detenzione. 

Un lungo periodo di dialogo e trattativa 

Essi avevano pronunciato nell’ora d’aria nomi e soprattutto cognomi degli stessi uomini politici e di boss, di affaristi e imprenditori, un rapporto costante di amorosi e interessati sensi con membri e settori dell’apparato dello stato, rimasto saldo persino in giorni o epoche segnati dalla apparente caduta in disgrazia dei mafiosi: Pio ricordava di avere parlato all’Ucciardone con un boss che portava lo stesso cognome di uno che aveva condiviso la cella di Franco. Ed entrambi, padre e figlio o forse la stessa persona, vantavano gli stessi santi in paradiso: ancora disponibili in questura o al ministero di Grazia e giustizia, al tribunale o dai carabinieri.
Insomma, la tattica delle singole battaglie giudiziarie via via perse o vinte dai mafiosi non metteva in ombra una strategia di lungo periodo di dialogo e di trattativa. E le sfide dei delitti e delle stragi erano da intendere come rappresaglie parziali, avvertimenti e ricatti, e preludevano a nuovi patti (non era ancora in voga l’eufemismo “trattativa”, e dire “patti” era forse anche più preciso). Patti da stipulare con lo Stato, o pezzi di Stato, con le cattive o con le buone: “Loro, i democristiani, negano di averci conosciuto, ma io ero diventato pure consigliere provinciale, banchettavo con sottosegretari e ministri. Adesso tu falli parlare, parlare, ma quando esco li vado a trovare uno e per uno, e mi presento: ecco il vostro amico sconosciuto, del quale ti eri scordato, e se quell’onorevole sarà morto, io vado dal figlio, dal nipote. O ci mando mio figlio, mio nipote…”. Pio aveva commentato: “Li metti in galera, ma loro pensano già al futuro, non basta la magistratura, occorre la politica, una nuova politica”.
Vicende di mafia si ripresentavano negli anni Sessanta come un fiume carsico, dopo periodi di apparente quiete, ma sempre confinate nel retropalco dell’informazione, soprattutto nazionale, ancora per chissà quanto tempo destinata a rimanere in superficie, assegnando tutt’al più un registro folcloristico a tali nostre narrazioni. Poi ero diventato giornalista, mi ero fatto le ossa in un anno e mezzo di apprendistato a tempo pieno in un glorioso giornale di cronaca e di battaglia politica come L’Ora, e infine proprio all’Unità. Inizi professionali che avevano coinciso con una pax mafiosa (su per giù intatta dal 1970 al 1975) che m’aveva fatto illudere di potermi professionalmente occupar d’altro, di temi più alti, colti e politici-politici. 

Collusioni politiche e apparati di mafia 

La Torre aveva fatto una sua strada, a Roma in Parlamento e in Direzione, aveva soprattutto preso in mano la stanca routine cui si era ormai ridotta la Commissione parlamentare antimafia (che noi chiamavamo Antimafia, per brevità e per assenza di altre Antimafie sociali) imponendo nel 1976, anno di convergenze e di intese, un voto separato. Un voto sulla relazione - appunto – “di minoranza”, conclusiva di 13 anni di attività, redatta proprio da lui per il gruppo Pci e dall’indipendente di sinistra giudice Cesare Terranova: uno che da magistrato era stato l’autore di quelle isolate sentenze-ordinanze che in precedenza avevano messo a fuoco l’ancora innominabile legame tra sistema di potere politico e mafioso; uno che sarebbe tornato dopo le elezioni del 1979 al Tribunale di Palermo. In quel testo una denuncia serrata e stringente sulle collusioni politiche e degli apparati con la mafia, nome per nome, città per città attraverso i resoconti delle dieci federazioni del Pci siciliane, tartassate da Pio con furiose e insistenti telefonate di fuoco, a tutte le ore del giorno e della notte.
Sei anni dopo, di ritorno in Sicilia Pio era rimasto lo stesso. L’ultimo squillo di telefono mattutino qualche giorno prima: “Allora (avverbio che in Siciliano funziona da premessa anziché da conclusione, nda) che fa l’Unità per le manifestazioni del primo maggio? Io vado a parlare a Comiso, e ho chiesto a Zangheri di venire a Portella”; “I giornali non escono il 2 maggio… non penso che l’Unità possa prevedere grandi spazi per tutt’e due le manifestazioni…”; “Allora (stavolta avverbio con valore conclusivo, nda) facciamo così: ti faccio parlare con Renato Zangheri (sindaco di Bologna, grande storico del socialismo e del movimento contadino, nda) che vado a prendere all’aeroporto di Punta Raisi, vieni in macchina con noi e tu cuci assieme i due testi, il suo e quello che io pronuncio a Comiso. Perché con questa accoppiata di manifestazioni voglio che Zangheri spieghi che la strage di Portella nel dopoguerra fu fatta dal bandito Giuliano assieme alla mafia e ad avventurieri reazionari, e contemporaneamente io a Comiso spiego come la lotta per la pace si colleghi strettamente con quella contro la mafia”.
Quella mattina del 30 aprile, dunque, aspettavo che Rosario Di Salvo (che era molto più che l’autista e la scorta di Pio) mi chiamasse dal comitato regionale per caricarmi sull’auto, sì proprio su quell’auto “semiblindata” che la Direzione del partito aveva mandato in Sicilia dopo l’elezione di La Torre a segretario regionale, per andare assieme all’aeroporto. Il frenetico Pio aveva fissato – per non farsi mancare niente, avevo scherzato con lui – nelle prime ore della mattina una riunione di sindacalisti del settore bancario al “regionale”. Se non avesse fatto quella tappa intermedia prima dell’aeroporto, avrei potuto dunque stare a bordo di quella macchina… 

La sagoma del missile di cartone 

Anche a questo pensavo, anzi cercavo di non pensare mentre annotavo il testo di un bigliettino che trovai scritto a mano su un foglio di quaderno a quadretti affisso con lo scotch su una delle quattro statue dei Quattro Canti, cuore del centro storico di Palermo: “Hanno assassinato Pio La Torre e il compagno Di Salvo. Manifestazione subito a piazza Massimo”. In una Palermo dell’ ‘82 senza telefonini una gran folla si radunò così – appunto “subito” col passa parola – per onorare, piangere e urlare il nome di Pio e Rosario. Che quel giorno erano diretti in macchina verso la sede del comitato regionale, da casa di Pio al Partito - casa e Partito - con Pio che avrà incitato Rosario a far presto, perché lui si sentiva sempre in ritardo: il Pci (e anche la redazione dell’Unità) si trovavano in un palazzo nobiliare in corso Calatafimi, costruito nel Settecento in una zona dove il cemento non aveva troppo dilagato sulla direttrice dello stradone che sale verso Monreale e che lambisce la borgata agricola di Altarello. Proprio qui Pio, figlio di contadini poveri, era nato 57 anni prima, presto era “diventato comunista”. Aveva fondato in pochi giorni quattro o cinque sezioni e camere del lavoro in zona. Aveva dovuto cambiar casa per non coinvolgere il padre nelle minacce mafiose e in un attentato alla stalla, originati da quel figlio ribelle. Era andato a costruire la Cgil a Corleone, dopo che Liggio Riina e Provenzano avevano ucciso il sindacalista ex partigiano Placido Rizzotto. E aveva fatto tante altre cose che mi frullavano in mente.
Tra tutte, scelsi un ricordo che ancora oggi mi convince del legame del delitto con la campagna che La Torre, tornato a Palermo proprio nell’’81, aveva rilanciato contro l’istallazione dei missili a Comiso e la battaglia contro la mafia. In diversi discorsi pubblici, ma anche in una conversazione privata a quattr’occhi, di quelle che ti rimangono addosso. Cito a memoria, ma il mio ricordo è preciso: “… come nel dopoguerra la mafia rialzò la testa in mezzo a un folto gruppo di avventurieri che infestavano la Sicilia dopo lo sbarco degli Alleati, la scelta di farla ridiventare un avamposto di guerra diventa pericolosa non solo per le prospettive di guerra atomica, ma per la convivenza civile, l’ordine pubblico”.
Era questo l’argomento con il quale La Torre aveva coinvolto tre mesi prima il cardinale Salvatore Pappalardo - già impegnato da prima del ritorno di Pio in Sicilia in una predicazione antimafia che aveva gettato lo scompiglio nelle file Dc - nella campagna pacifista. Rapporto personale riservato quanto stretto, che avrebbe procurato l’appoggio alla battaglia per Comiso di centinaia di sacerdoti e laici: il mondo cattolico siciliano è sceso in piazza, ha partecipato alla raccolta delle firme ( che dopo l’assassinio di Pio diverranno un milione). E da Palermo con qualche fatica ne ho avevo dato conto sul giornale: in ogni caso il nostro era stato l’unico giornale ad “accorgersene”. E a pubblicare la foto (di Letizia Battaglia) di una delle manifestazioni svoltesi a Palermo, nella quale in primo piano risaltava la sagoma di un missile nucleare di cartone che non portava la scritta Cruise, dei vettori Usa, ma quella degli armamenti sovietici SS-20, a dimostrazione che il movimento della pace era contro tutt’e due i blocchi. 

La visita “segreta” al cardinale 

Tutto era partito da una “visita segreta” di La Torre al palazzo della Curia arcivescovile, della quale ero stato per caso testimone, essendomi procurato in quell’occasione un passaggio verso il centro città da Di Salvo: “…sto portando Pio dal cardinale, la notizia deve rimanere riservata, arrivati davanti alla Curia, ti lascio all’angolo”. L’indomani: “Com’è andata col cardinale?” “Bene, bene, al di là di ogni aspettativa”, aveva sorriso Pio, raccomandandomi il silenzio con l’indice sul naso.
Proprio La Torre tre anni prima era stato il più ostinato dei dirigenti comunisti a indicare nella presenza a Palermo del bancarottiere piduista Michele Sindona in compagnia di mafiosi (che avevano simulato un sequestro) e noti cospiratori di destra, la pista “politica” da battere per capire la matrice dell’assassinio, avvenuto proprio in quei giorni, di Cesare Terranova.
Il giudice stava per tornare con il ruolo di consigliere istruttore in una Palermo dove continuavano a comandare al Comune e alla Regione i gruppi di potere che in gioventù aveva inquisito per il sacco urbanistico della città e per i rapporti stretti con i boss, e nello stesso tempo continuavano a comandare nelle gerarchie di Cosa nostra proprio i capi che aveva mandato alla sbarra. Così come l’assassinio del presidente della Regione Piersanti Mattarella nel 1979 non avrebbe dovuto spiegarsi – aveva sostenuto Pio con qualche forzatura rispetto alla piega delle indagini – con i traffici sull’appalto di sei scuole che erano stati messi timidamente a fuoco dalla Procura, ma come un anello della stessa catena, di trame ed eversione. La catena di delitti politici della mafia – il vicequestore Boris Giuliano, il comandante dei carabinieri Nene Russo, il procuratore della Repubblica Gaetano Costa, Terranova, Mattarella – chiudeva (per ora) la sua escalation colpendo l’uomo che in maniera più incisiva e incalzante ne aveva denunciato la gravità e gli intenti.

Il terrorismo politico-mafioso contro Chinnici 

L’ultima persona che avevo incrociato a piazza Generale Turba davanti a quei due corpi senza vita prima di mettermi in giro per la città per capirne la risposta e il grado di dolore e di sdegno era un vero amico che mi ero fatto in questi anni infocati al palazzo di giustizia: il consigliere istruttore Rocco Chinnici. Nel pezzo attribuii a un anonimo investigatore le cose che Chinnici, commosso e teso, mi spiegò della dinamica del delitto, la moto che aveva stretto l’auto, il killer con il mitra, i colpi con i quali Rosario aveva invano tentato di rispondere agli assassini… Emozionato come mai, gli ricordai che avevo fatto qualche anno prima da tramite tra lui e Pio per portargli una sua relazione sulla necessità di introdurre nel codice il reato di associazione mafiosa, (che diverrà l’articolo uno della “legge La Torre”, un testo che il Parlamento approverà solo quando in un’altra strada di Palermo, cento giorni dopo , il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa lasciato senza poteri dal governo che l’aveva nominato prefetto e capo dell’intelligence antimafia, sarà massacrato in un'altra tappa del “terrorismo politico mafioso”). Non l’ultima, perché nel 1983 in via Giuseppe Pipitone Federico, di nuovo nella zona della “Palermo bene” dove erano caduti Giuliano Terranova Mattarella, anche Chinnici avrebbe fatto la stessa fine, e avrei visto brandelli del suo corpo sull’albero di Jacaranda davanti alla casa del magistrato, dove qualche volta ero andato a trovarlo, fatto a pezzi da un’auto bomba. Riguardo la foto dell’Ansa degli astanti sulla scena del delitto La Torre e riconosco accanto a Rocco, due altri “morti che camminavano”: il giudice Giovanni Falcone (m. 1992) e il vicequestore Ninni Cassarà (m. 1985) (non so perché non li citai nel pezzo, so soltanto che dopo il delitto Chinnici pensai che tutto fosse finito, e accettai il trasferimento a Roma da tempo rinviato. Sarei tornato come inviato per il maxiprocesso istruito da Falcone e Borsellino, gli allievi ed eredi di Chinnici, che aveva ideato e formato il pool di Palermo, e ancora dopo. Falcone nei suoi appunti avrebbe citato proprio Gladio, il dopo Comiso e le trame eversive nel programma di lavoro che non gli avevano fatto completare).
Ma quella giornata di Primo Maggio insanguinato mi rimase sempre in un angolo della mente con tutti i dettagli di un film al “ralenti”. Forse perché quando decisi di diventare un “giornalista” fu da ragazzino, che mi interrogavo - passando ogni domenica davanti a un bivio per Portella della Ginestra, episodio della storia siciliana che era una “fissazione” di La Torre - su come mai povera gente potesse massacrare altra povera gente: era il Primo Maggio 1947, e non ero nato. Non mi spiegavo perché la politica dei lavoratori di cui in famiglia assorbivo avidamente nozioni e miti trovasse schierati contro di sé piccoli e grandi eserciti di “avventurieri” con le armi spianate. Gli stessi che un figlio della terra appassionato e intelligente come Pio La Torre aveva invano accusato fino alla vigilia del suo sacrificio.
Quel giornale non poteva che essere un giornale di sinistra, un giornale di parte, ma doveva essere un giornale. Finché rimase tale, l’Unità, ci vissi dentro 35 di questi 100 anni. Che almeno per me furono importanti, ma adesso mi appaiono irripetibili e conclusi.

 di Vincenzo Vasile

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