Referendum, c’è sempre un domani

Società | 24 marzo 2026
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C’è un dato dei risultati del referendum che, a mio giudizio, è meritevole di qualche considerazione: il no ha stravinto nelle regioni meridionali e nelle grandi città. Oltre il 60 per cento in Sicilia, regione di grandi plebisciti (ricordate il 61-0 dell’Era Micciché?), il 65 per cento in Campania: un risultato che dice innanzitutto che questi del governo non possono fare quello che vogliono perché a un certo punto c’è chi, dopo anni di “sonno elettorale” si sveglia e gli dice NO. Ottimo. Ma sarebbe un errore che l’opposizione ci mettesse l’intero cappello considerando questo risultato come un viatico per una prossima vittoria elettorale. Hanno votato i ragazzi che a votare non ci andavano, magari facilitati dal fatto che stavolta bastava stare da una parte o dall’altra. Ma le politiche… troppo complicato: chiedete a un ragazzo che differenza c’è tra Bonelli e Fratoianni, che ormai sembrano Gianni e Pinotto. Elly e Conte? Ma se passano il tempo a litigare? Ripeto: troppo complicato per l’istintivo manicheismo giovanile capace di "fluid” solo quando si tratta di “gender”. L’analisi dei flussi dice che gli over 55 si sono divisi praticamente a metà con un pelo a favore del SI.
È un’Italia che va a fare la spesa all’Iper il sabato e si sfoga in curva allo stadio. Ma di tre importanti guerre in corso alle porte di casa sa poco o niente. Figuriamoci se deve pronunciarsi sulla separazioni di carriere, i Csm sorteggiati e il controllo politico dei pm.
Ma la gente è scontenta, aumenta la benzina, aumentano le tasse, le liste d’attesa per una radiografia puntano all’estinzione della specie, il lavoro non si trova, la scuola è un diritto intermittente, vecchi e bambini sono in fondo all’agenda di governo. E allora se c’è un’occasione facile (SI o NO) per dargli una timpulata, eccola qui. Ma quando ci saranno dieci, dodici partiti nella scheda, se dentro ognuno di questi partiti ce ne saranno due o tre, se ci sono le primaria di centro sinistra e, magari, le primarie di centro destra e c’è lo sbarramento, e c’è la quota proporzionale. Di nuovo troppo complicato e così il civile popolo del 60 per cento referendario se ne torna a casa a meditare se conviene andare a dormire dalla suocera e affittare l’abitazione di famiglia come casa vacanze per i giapponesi.
Ho visto i magistrati napoletani ballare e cantare Bella Ciao e, ve lo confesso, ho avuto un brivido. Sono vecchio io e non me la sento ancora di consegnare all’oblio decenni di storia della magistratura italiana per anni considerata dalla sinistra un “corpo separato”. Era la magistratura che spalleggiava la Celere del ministro Scelba, era quella delle Procure sonnifero che preferivano gli stagni ai torrenti, erano le infinite sentenze di assoluzione per insufficienza di prove ai primi grandi processi per mafia, erano i giudici dei veleni di Palermo, del dito puntato di alcuni sostituiti nei confronti del loro capo “reo” di avere firmato una lista di ordini di cattura contro clan mafiosi, l’epoca della “talpa”, l’opposizione alla promozione di Falcone a capo dell’Ufficio istruzione, l’ammazzasentenze Carnevale alla prima sezione penale della Cassazione. Certo, ci sono state Mani Pulite, c’è stato Chinnici e la “Compagnia degli Eroi” i cui nomi restano scolpiti nella lapide delle nostre cose migliori.
I principi scritti nella Costituzione vanno applicati e difesi. Ma la categoria va trattata senza diffidenza pregiudiziale ma con sguardo laico perché (cit.) “Guai al popolo che ha bisogno di eroi”. Insomma, come titolò brillantemente Mario Genco su L’Ora dopo la vittoria del Pci alle Europee: “Calma compagni”. Perché il Referendum è vinto ed è il tempo della soddisfazione. Ma attenzione: c’è ancora un domani.
 di Daniele Billitteri

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