Contro la mafia dei pascoli che ha depredato i Nebrodi
Il processo dei Nebrodi è uno specchio delle nuove mafie del XXI secolo che sanno adattarsi e che riescono, senza sparare, a pascolare anche sui prati verdi dei contributi europei.
Il Centro studi Pio La Torre è stato ammesso come parte civile nel processo iniziato ieri nell’aula bunker di Messina contro oltre 100 tra sedicenti allevatori dei Nebrodi, professionisti e funzionari pubblici, accusati di aver truffato con metodo mafioso corruttivo milioni di euro di contributi europei destinati agli agricoltori e agli allevatori siciliani. Il danno procurato all’economia della zona è notevole. Un’analisi della Guardia di Finanza relativa agli anni 2016-2017, riportata nell’ultima relazione semestrale della Dia al Parlamento, documenta che nel biennio sono stati distribuiti circa 270 milioni di euro a una platea di 15494 beneficiari, senza un apprezzabile riscontro positivo negli indicatori produttivi e innovativi delle imprese agricole e zootecniche siciliane.
La tregua tra i clan mafiosi di Tortorici, antico centro dedito all’agricoltura montana e alla zootecnia dei Nebrodi, zona contraddistinta da una storia di lotte democratiche risorgimentali e moderne del movimento contadino, ha permesso, senza tanto clamore e con l’indifferenza o la protezione della Politica malsana, con l’intimidazione mafiosa e corruttiva, di appropriarsi illecitamente dei contributi europei con la complicità d’insospettabili professionisti e funzionari pubblici. Il sistema truffaldino prevedeva l’intestazione fittizia di terreni agricoli e di pascoli, privati e demaniali, ubicati in Sicilia e anche in Italia, certificati dai funzionari corrotti. Investigatori e inquirenti onesti e capaci, grazie anche alla certificazione antimafia prevista dai protocolli di legalità, hanno portato alla luce il sistema mafioso su cui si tiene il processo che, come tanti altri contemporanei in Sicilia e in Italia, conferma che la mafia degli anni 80 e 90 è stata sconfitta, ma le sue propaggini contemporanee hanno saputo adattarsi e ampliare la loro rete relazionale con le istituzioni, l’economia,i professionisti. Ha imparato a sfruttare le tecnologie digitali, a usare la corruzione al posto della lupara e ad applicare l’antico detto siciliano “calati giunco quando passa la piena”. Il risultato di questo sistema politico-mafioso-corruttivo è che in questi anni la vera zootecnia dei Nebrodi si è ridotta ai minimi termini per numero di capi e capacità produttiva e commerciale, mentre quella cartacea del imprese mafiose si è moltiplicata e ingrassata. Il sistema non riguarda solo la zootecnia, esso è attivo nei settori della sanità, degli appalti edilizi, dei rifiuti, del settore dei giochi come provano i tanti processi che contemporaneamente sono in corso in Sicilia e in Italia. Le mafie hanno scoperto, dice l’allarme dei giudici, che i sodi pubblici sono i nuovi tesori sottratti ai cittadini e al benessere sociale che si ritrovano più impoveriti.
Senza una consapevolezza della Politica e l’impegno concreto della classe dirigente, gli stessi fondi europei anticovid e per la ripresa economica corrono il rischio di essere sfruttati dalle mafie. Non bastano le dichiarazioni antimafia a uso mediatico, ma un impegno concreto e costante della Politica e della società.
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