Il silenzio e le bugie sulla guerra all’Iran
Società | 7 marzo 2026
Lo sbriciolatore che pretendeva il Nobel per la Pace e lo sbriciolatore di Tel Aviv sono tornati all’opera il 28 febbraio. Non sanno fare altro che sbriciolare palazzi, città. Senza uno straccio di progetto politico per il “dopo”. Attacco al regime sciita iraniano che non solo non è imploso ma ha bersagliato con droni e missili ben dieci paesi vicini, da Israele alle monarchie sunnite del Golfo Persico, all’Azerbaigian, alla Turchia paese Nato, a Cipro membro, anzi presidente di turno, dell’Ue.
Né la storia né la politica sono scienze esatte. Ma esiste un principio nelle due discipline più che scientifico, matematico: se estremisti e fanatici sono al potere prima o poi provocano guerre. E chi è più estremista di Trump e Netanyahu? E chi è più fanatico degli ayatollah, ferocemente oppressori del loro popolo da quasi mezzo secolo? Il risultato di questi modi di intendere la leadership? Un conflitto regionale che travolge tutto e tutti, destinato ad allargarsi. A Teheran sembra prevalere la logica – ironia della sorte: ebraica – del “Muoia Sansone con tutti i Filistei”: contrattacchiamo, puniamo tutti, a cominciare dalle modernissime, opulente Abu Dhabi, Dubai, Doha, città arabe del Golfo Persico.
Pochi mesi fa, all’indomani dell’attacco israelo-americano nella “guerra dei dodici giorni” alle infrastrutture nucleari iraniane, Trump aveva trionfalmente fatto ricorso al verbo “obliterare” per certificare che gli Usa avevano spazzato via l’irrefrenabile voglia degli ayatollah di dotarsi di bombe nucleari. Ora dichiara che gli Usa sono dovuti intervenire assieme ai compagni di merenda israeliani perché Teheran era a due settimane dalla produzione di un primo lotto di una decina di bombe atomiche. Una delle due affermazioni non può che essere falsa.
Vero è che le trattative con la mediazione dell’Oman delle scorse settimane tra Usa e Iran sembravano più rituale pro-forma che animate da positiva volontà. I due interlocutori al tavolo sconoscono diplomazia e multilateralità. I primi bombardano. I secondi hanno un chiodo fisso: produrre missili a gittata sempre più lontana, se possibile intercontinentali, e armarli con ogive nucleari. Inoltre esportano la loro “rivoluzione” nei paesi vicini. Cioè finanziano e foraggiano con armi, tante armi, e indottrinano perché siano promotori di instabilità le componenti sciite. In Iraq, Libano, Yemen, Siria. Chissà se in Siria con il nuovo governo in carica l’“esportazione” della rivoluzione iraniana – teocratica e oscurantista e quindi negazione in termini di rivoluzione – sia finita o continui.
Se è vero che per nessun essere umano ucciso – anche i più malvagi – ci si deve compiacere, è anche vero che al di fuori dell’Iran e delle aree sciite del Medio Oriente non si troverà a cercarlo con il lanternino un solo individuo che piangerà per l’ayatollah Alì Khamenei – fatto fuori dagli israeliani con il ricorrente omicidio mirato – al potere assoluto per 34 anni, successore di Khomeini. Dittatori feroci, oppressori, massacratori di giovani e donne che chiedono pacificamente libertà.
E la “pontiera” non parla più
Mano al portafoglio, nuova crisi energetica, flusso di petrolio e gas sensibilmente ridotto dal Golfo Persico, dove alcuni impianti petroliferi sono stati colpiti dagli iraniani. Stretto di Hormuz di fatto bloccato. A cascata aumento dei prezzi dell’energia, delle materie prime, dei trasporti, dei servizi, della spesa alimentare. Mercati finanziari in affanno. Inflazione in rapida crescita. Aziende in difficoltà nella produzione e riverberi inevitabili sull’occupazione. Come se non bastavano gli scriteriati dazi di Trump. Brutti tempi. Anche se la guerra si fermasse oggi. Figuriamoci se proseguirà e si espanderà.
Ma in questo bailamme, su questi accadimenti tumultuosi chi guida il Governo italiano che dice, che pensa? Non lo sappiamo. Sempre disposta a “cinguettare” – come si diceva finché “Twitter” non ha cambiato nome – sui social su tutte le vicende, Sanremo compreso, la presidente del Consiglio diventa improvvisamente “siciliana” (“Nienti visti, nienti sacciu, nienti dicu”) quando c’è da prendere una posizione sulle eroiche gesta del suo amico Trump. Da sedicente “pontiera” tra Usa e Unione europea. Peccato che spesso Donald si scordi di lei, la consideri assai meno di quanto lei pensi.
Siamo più filoamericani degli americani. Tanti suoi colleghi europei invece – dalla danese Frederiksen, a Macron, all’inglese Starmer (che certo “non è Winston Churchill”, come lo ha deriso Trump, ma non si è accodato a Washington come si era accodato Tony Blair a Bush figlio perdendo posto e prestigio) – sempre più prendono le distanze dall’aspirante pacificatore (?!) della Casa Bianca. E ce ne è uno mai prono ai voleri di Trump: il premier spagnolo Pedro Sanchez. Ha detto tanti no al padrone dello Studio Ovale. Da ultimo ha detto no all’utilizzazione delle basi aeree americane in Spagna per le operazioni in Medio Oriente. Il 4 marzo ha pronunciato alla Moncloa (il Palazzo Chigi madrileno) un discorso memorabile, chiaro, esplicito. Va riportato integralmente. Ha un respiro storico. Vale ben più dei mille infingimenti, distinguo, sì però, avvitamenti che si colgono nelle prese di posizione dei politici nostrani. A cominciare dal buon Tajani e dal buon Crosetto – reduce senza conseguenze da Dubai dove non si è capito cosa fosse andato a fare solo soletto – a cui la silente presidente del Consiglio affida le dichiarazioni che negli altri paesi rientrano nelle competenze dei suoi colleghi premier. Giovedì 5 marzo finalmente la Giorgia nazionale ha rotto il silenzio. Con un discorso al paese? Parlando alle Camere? Macché. Concedendo una intervista radiofonica alla emittente RTL 102.5. Una ribalta piuttosto …“laterale”, come si dice in casi del genere. Nella quale ha rassicurato che “non siamo in guerra e non vogliamo entrarci”, che sull’uso delle basi americane in Italia se eventualmente richiesto dagli Usa per le operazioni in Medio Oriente “ci atteniamo ad accordi bilaterali, decideremo insieme al Parlamento” e che “l’escalation può avere conseguenze totalmente imprevedibili”. Giudizio sull’operato del duo Netanyahu-Trump? Non è dato sapere.
Sanchez: no al “disastro”
Ma veniamo al discorso di Sanchez: “Buongiorno, care concittadine e cari concittadini, mi rivolgo a voi per informarvi della crisi che si è scatenata in Medio Oriente, della posizione del Governo di Spagna e delle azioni che stiamo mettendo in campo. Come sapete, sabato scorso Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran, che a sua volta ha risposto bombardando in modo indiscriminato nove Paesi della regione e una base britannica situata in uno Stato europeo, a Cipro.
Desidero anzitutto esprimere la solidarietà del popolo spagnolo ai Paesi attaccati illegalmente dal regime iraniano. Da allora le ostilità sono proseguite, se non addirittura aumentate, provocando centinaia di morti nelle case, nelle scuole, negli ospedali. Si sono registrati anche il crollo delle borse internazionali e gravi perturbazioni nel traffico aereo e nello stretto di Hormuz, attraverso il quale transitava, fino a pochissimo tempo fa, il 20% del gas e del petrolio mondiale. Nessuno sa con certezza cosa accadrà ora. Non sono chiari nemmeno gli obiettivi di chi ha lanciato il primo attacco.
Ma dobbiamo essere preparati, come affermano gli stessi promotori, alla possibilità che questa sia una guerra lunga, con numerose vittime e, quindi, con gravi conseguenze anche a livello globale, in termini economici.
La posizione del Governo di Spagna di fronte a questa congiuntura è chiara e coerente. È la stessa che abbiamo mantenuto in Ucraina e anche a Gaza. In primo luogo, no alla violazione del diritto internazionale che protegge tutti noi, soprattutto i più indifesi e la popolazione civile. In secondo luogo, no all’idea che il mondo possa risolvere i propri problemi solo attraverso i conflitti e le bombe. E infine, no alla ripetizione degli errori del passato.
In definitiva, la posizione del Governo di Spagna si riassume in quattro parole: no alla guerra. Il mondo, l’Europa e la Spagna si sono già trovati qui prima. Ventitré anni fa, un’altra amministrazione statunitense ci trascinò in una guerra in Medio Oriente. Una guerra che, in teoria, doveva eliminare le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, portare la democrazia e garantire la sicurezza globale, ma che, col senno di poi, ha prodotto l’effetto contrario. Ha scatenato la più grande ondata di insicurezza che il nostro continente abbia vissuto dalla caduta del Muro di Berlino. La guerra in Iraq ha generato un drastico aumento del terrorismo jihadista, una grave crisi migratoria nel Mediterraneo orientale e un incremento generalizzato dei prezzi dell’energia e, quindi, anche del carrello della spesa e del costo della vita. Questo fu il “regalo” del trio delle Azzorre agli europei di allora: un mondo più insicuro e una vita peggiore.
È vero che è ancora presto per sapere se la guerra con l’Iran avrà conseguenze simili a quelle dell’Iraq, se servirà a provocare la caduta del terribile regime degli ayatollah in Iran o a stabilizzare la regione. Ciò che sappiamo è che da questa guerra non nascerà un ordine internazionale più giusto, né salari più alti, né servizi pubblici migliori, né un ambiente più sano. Al contrario, ciò che al momento possiamo intravedere è maggiore incertezza economica, aumenti del prezzo del petrolio e anche del gas.
Per questo dalla Spagna ci opponiamo a questo disastro, perché riteniamo che i governi siano qui per migliorare la vita delle persone, per offrire soluzioni ai problemi, non per peggiorare la loro esistenza. Ed è assolutamente inaccettabile che dirigenti incapaci di adempiere a questo compito utilizzino il fumo della guerra per occultare il proprio fallimento e, al tempo stesso, riempire le tasche di pochi, i soliti di sempre. Gli unici che vincono quando il mondo smette di costruire ospedali per costruire missili.
Di fronte a questa congiuntura, il Governo di coalizione progressista farà ciò che ha fatto in altri conflitti e in altre crisi internazionali.
In primo luogo, stiamo assistendo le cittadine e i cittadini spagnoli che si trovano in Medio Oriente e li aiuteremo a rientrare nel nostro Paese, se questo è naturalmente il loro desiderio. Il servizio diplomatico e le Forze Armate stanno lavorando giorno e notte per organizzare dispositivi di evacuazione. È evidente che le operazioni sono molto delicate, poiché lo spazio aereo della regione non è sicuro e la rete aeroportuale è gravemente colpita dagli attacchi. Ma i nostri connazionali possono avere la certezza che li proteggeremo e che li riporteremo a casa.
In secondo luogo, il Governo di Spagna sta studiando scenari e possibili misure per aiutare famiglie, lavoratori, imprese e lavoratori autonomi, affinché possano mitigare gli impatti economici di questo conflitto, qualora fosse necessario. Grazie al dinamismo della nostra economia e anche alla responsabilità della politica fiscale del Governo, la Spagna dispone in questo momento delle risorse necessarie per affrontare ancora una volta questa crisi. Abbiamo la capacità, abbiamo la volontà politica e lo faremo insieme alle parti sociali, come abbiamo fatto durante la pandemia, la crisi energetica o, più recentemente, la crisi dei dazi.
In terzo luogo, collaboreremo, come abbiamo sempre fatto, con tutti i Paesi della regione che sostengono la pace e il rispetto della legalità internazionale — due facce della stessa medaglia — appoggiandoli con le risorse diplomatiche e materiali necessarie. Lavoreremo con i nostri alleati europei a una risposta coordinata e realmente efficace. E continueremo a impegnarci per una pace giusta e duratura in Ucraina e in Palestina, due luoghi che meritano di non essere dimenticati.
Infine, il Governo continuerà a esigere un cessate il fuoco e una soluzione diplomatica a questa guerra. E voglio dirlo con chiarezza: sì, la parola giusta è esigere. Perché la Spagna è un membro a pieno titolo dell’Unione Europea, della Nato e della comunità internazionale. E perché questa crisi riguarda anche noi, riguarda gli europei e, di conseguenza, gli spagnoli. Per questo dobbiamo esigere da Stati Uniti, Iran e Israele che si fermino prima che sia troppo tardi. L’ho detto molte volte e lo ripeto ora: non si può rispondere a un’illegalità con un’altra illegalità, perché è così che iniziano le grandi tragedie dell’umanità.
Ricordiamo che, prima dello scoppio della Prima guerra mondiale nell’agosto del 1914, qualcuno chiese al cancelliere tedesco dell’epoca come fosse iniziata la guerra. E lui rispose, stringendosi nelle spalle: “Magari lo sapessi”. Magari lo sapessi. Molto spesso le grandi guerre scoppiano per una concatenazione di risposte che sfuggono di mano, per errori di calcolo, guasti tecnici, eventi imprevisti.
Dobbiamo dunque imparare dalla storia e non possiamo giocare alla roulette russa con il destino di milioni di persone. Le potenze coinvolte in questo conflitto devono cessare immediatamente le ostilità e puntare sul dialogo e sulla diplomazia. E noi dobbiamo agire con coerenza, difendendo oggi gli stessi valori che difendiamo quando parliamo di Ucraina, di Gaza, di Venezuela o di Groenlandia. La domanda non è se siamo o meno a favore degli ayatollah. Nessuno lo è. Certamente non lo è il popolo spagnolo, e tanto meno il Governo di Spagna.
La vera domanda è se siamo dalla parte della legalità internazionale e, quindi, della pace. La cittadinanza spagnola ha sempre ripudiato la dittatura di Saddam Hussein in Iraq, ma non per questo ha sostenuto la guerra in Iraq, perché era illegale, ingiusta e non ha risolto realmente quasi nessuno dei problemi che pretendeva di affrontare. Allo stesso modo, noi ripudiamo il regime iraniano, che reprime e uccide brutalmente i propri cittadini, in particolare le donne. Ma allo stesso tempo respingiamo questo conflitto e chiediamo una soluzione diplomatica e politica. Alcuni ci accuseranno di ingenuità per questo. Ma ingenuo è pensare che la soluzione sia la violenza. Ingenuo è credere che le democrazie o il rispetto tra le nazioni nascano dalle macerie. O che un seguire cieco e servile sia una forma di leadership. Al contrario, ritengo che questa posizione non sia affatto ingenua: è coerente. E dunque non saremo complici di qualcosa che è dannoso per il mondo e contrario ai nostri valori e ai nostri interessi, semplicemente per timore di eventuali ritorsioni.
Abbiamo una fiducia assoluta nella forza economica, istituzionale e, oserei dire, morale del nostro Paese. E in momenti come questo ci sentiamo più orgogliosi che mai di essere spagnoli. Siamo consapevoli delle difficoltà, ma sappiamo anche che il futuro non è scritto, che la spirale di violenza che molti danno per inevitabile è in realtà evitabile e che l’umanità può ancora lasciarsi alle spalle sia l’integralismo degli ayatollah sia la miseria della guerra. Alcuni diranno che siamo soli in questa speranza, ma non è così. Il Governo di Spagna sta con chi deve stare. Sta con i valori che i nostri padri e i nostri nonni hanno sancito nella nostra Costituzione. La Spagna sta con i principi fondativi dell’Unione Europea. Sta con la Carta delle Nazioni Unite. Sta con il diritto internazionale e, quindi, con la pace e la pacifica convivenza tra i Paesi. Siamo inoltre insieme a molti altri governi che la pensano come noi e anche a milioni di cittadine e cittadini che in tutta Europa, in Nord America e in Medio Oriente chiedono al domani non più guerra o più incertezza, ma più pace e più prosperità. Perché la prima avvantaggia solo pochi. La seconda avvantaggia tutti. Grazie mille”. (Pubblicato in Italia da vari organi di stampa tra cui Repubblica e Huffington Post).
Ecco, quando Meloni sarà in grado di pronunciare un discorso dello spessore politico e storico di questo di Sanchez sarà una statista. Al momento è solo una politica che galleggia o, più correttamente, fa slalom tra diverse posizioni pur di galleggiare e restare in sella. Ma avere gli attributi come altre premier - da Golda Meir a Indira Ghandi, dalla Thatcher alla Merkel, alla stessa Frederiksen – è un’altra cosa.
di Pino Scorciapino
Né la storia né la politica sono scienze esatte. Ma esiste un principio nelle due discipline più che scientifico, matematico: se estremisti e fanatici sono al potere prima o poi provocano guerre. E chi è più estremista di Trump e Netanyahu? E chi è più fanatico degli ayatollah, ferocemente oppressori del loro popolo da quasi mezzo secolo? Il risultato di questi modi di intendere la leadership? Un conflitto regionale che travolge tutto e tutti, destinato ad allargarsi. A Teheran sembra prevalere la logica – ironia della sorte: ebraica – del “Muoia Sansone con tutti i Filistei”: contrattacchiamo, puniamo tutti, a cominciare dalle modernissime, opulente Abu Dhabi, Dubai, Doha, città arabe del Golfo Persico.
Pochi mesi fa, all’indomani dell’attacco israelo-americano nella “guerra dei dodici giorni” alle infrastrutture nucleari iraniane, Trump aveva trionfalmente fatto ricorso al verbo “obliterare” per certificare che gli Usa avevano spazzato via l’irrefrenabile voglia degli ayatollah di dotarsi di bombe nucleari. Ora dichiara che gli Usa sono dovuti intervenire assieme ai compagni di merenda israeliani perché Teheran era a due settimane dalla produzione di un primo lotto di una decina di bombe atomiche. Una delle due affermazioni non può che essere falsa.
Vero è che le trattative con la mediazione dell’Oman delle scorse settimane tra Usa e Iran sembravano più rituale pro-forma che animate da positiva volontà. I due interlocutori al tavolo sconoscono diplomazia e multilateralità. I primi bombardano. I secondi hanno un chiodo fisso: produrre missili a gittata sempre più lontana, se possibile intercontinentali, e armarli con ogive nucleari. Inoltre esportano la loro “rivoluzione” nei paesi vicini. Cioè finanziano e foraggiano con armi, tante armi, e indottrinano perché siano promotori di instabilità le componenti sciite. In Iraq, Libano, Yemen, Siria. Chissà se in Siria con il nuovo governo in carica l’“esportazione” della rivoluzione iraniana – teocratica e oscurantista e quindi negazione in termini di rivoluzione – sia finita o continui.
Se è vero che per nessun essere umano ucciso – anche i più malvagi – ci si deve compiacere, è anche vero che al di fuori dell’Iran e delle aree sciite del Medio Oriente non si troverà a cercarlo con il lanternino un solo individuo che piangerà per l’ayatollah Alì Khamenei – fatto fuori dagli israeliani con il ricorrente omicidio mirato – al potere assoluto per 34 anni, successore di Khomeini. Dittatori feroci, oppressori, massacratori di giovani e donne che chiedono pacificamente libertà.
E la “pontiera” non parla più
Mano al portafoglio, nuova crisi energetica, flusso di petrolio e gas sensibilmente ridotto dal Golfo Persico, dove alcuni impianti petroliferi sono stati colpiti dagli iraniani. Stretto di Hormuz di fatto bloccato. A cascata aumento dei prezzi dell’energia, delle materie prime, dei trasporti, dei servizi, della spesa alimentare. Mercati finanziari in affanno. Inflazione in rapida crescita. Aziende in difficoltà nella produzione e riverberi inevitabili sull’occupazione. Come se non bastavano gli scriteriati dazi di Trump. Brutti tempi. Anche se la guerra si fermasse oggi. Figuriamoci se proseguirà e si espanderà.
Ma in questo bailamme, su questi accadimenti tumultuosi chi guida il Governo italiano che dice, che pensa? Non lo sappiamo. Sempre disposta a “cinguettare” – come si diceva finché “Twitter” non ha cambiato nome – sui social su tutte le vicende, Sanremo compreso, la presidente del Consiglio diventa improvvisamente “siciliana” (“Nienti visti, nienti sacciu, nienti dicu”) quando c’è da prendere una posizione sulle eroiche gesta del suo amico Trump. Da sedicente “pontiera” tra Usa e Unione europea. Peccato che spesso Donald si scordi di lei, la consideri assai meno di quanto lei pensi.
Siamo più filoamericani degli americani. Tanti suoi colleghi europei invece – dalla danese Frederiksen, a Macron, all’inglese Starmer (che certo “non è Winston Churchill”, come lo ha deriso Trump, ma non si è accodato a Washington come si era accodato Tony Blair a Bush figlio perdendo posto e prestigio) – sempre più prendono le distanze dall’aspirante pacificatore (?!) della Casa Bianca. E ce ne è uno mai prono ai voleri di Trump: il premier spagnolo Pedro Sanchez. Ha detto tanti no al padrone dello Studio Ovale. Da ultimo ha detto no all’utilizzazione delle basi aeree americane in Spagna per le operazioni in Medio Oriente. Il 4 marzo ha pronunciato alla Moncloa (il Palazzo Chigi madrileno) un discorso memorabile, chiaro, esplicito. Va riportato integralmente. Ha un respiro storico. Vale ben più dei mille infingimenti, distinguo, sì però, avvitamenti che si colgono nelle prese di posizione dei politici nostrani. A cominciare dal buon Tajani e dal buon Crosetto – reduce senza conseguenze da Dubai dove non si è capito cosa fosse andato a fare solo soletto – a cui la silente presidente del Consiglio affida le dichiarazioni che negli altri paesi rientrano nelle competenze dei suoi colleghi premier. Giovedì 5 marzo finalmente la Giorgia nazionale ha rotto il silenzio. Con un discorso al paese? Parlando alle Camere? Macché. Concedendo una intervista radiofonica alla emittente RTL 102.5. Una ribalta piuttosto …“laterale”, come si dice in casi del genere. Nella quale ha rassicurato che “non siamo in guerra e non vogliamo entrarci”, che sull’uso delle basi americane in Italia se eventualmente richiesto dagli Usa per le operazioni in Medio Oriente “ci atteniamo ad accordi bilaterali, decideremo insieme al Parlamento” e che “l’escalation può avere conseguenze totalmente imprevedibili”. Giudizio sull’operato del duo Netanyahu-Trump? Non è dato sapere.
Sanchez: no al “disastro”
Ma veniamo al discorso di Sanchez: “Buongiorno, care concittadine e cari concittadini, mi rivolgo a voi per informarvi della crisi che si è scatenata in Medio Oriente, della posizione del Governo di Spagna e delle azioni che stiamo mettendo in campo. Come sapete, sabato scorso Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran, che a sua volta ha risposto bombardando in modo indiscriminato nove Paesi della regione e una base britannica situata in uno Stato europeo, a Cipro.
Desidero anzitutto esprimere la solidarietà del popolo spagnolo ai Paesi attaccati illegalmente dal regime iraniano. Da allora le ostilità sono proseguite, se non addirittura aumentate, provocando centinaia di morti nelle case, nelle scuole, negli ospedali. Si sono registrati anche il crollo delle borse internazionali e gravi perturbazioni nel traffico aereo e nello stretto di Hormuz, attraverso il quale transitava, fino a pochissimo tempo fa, il 20% del gas e del petrolio mondiale. Nessuno sa con certezza cosa accadrà ora. Non sono chiari nemmeno gli obiettivi di chi ha lanciato il primo attacco.
Ma dobbiamo essere preparati, come affermano gli stessi promotori, alla possibilità che questa sia una guerra lunga, con numerose vittime e, quindi, con gravi conseguenze anche a livello globale, in termini economici.
La posizione del Governo di Spagna di fronte a questa congiuntura è chiara e coerente. È la stessa che abbiamo mantenuto in Ucraina e anche a Gaza. In primo luogo, no alla violazione del diritto internazionale che protegge tutti noi, soprattutto i più indifesi e la popolazione civile. In secondo luogo, no all’idea che il mondo possa risolvere i propri problemi solo attraverso i conflitti e le bombe. E infine, no alla ripetizione degli errori del passato.
In definitiva, la posizione del Governo di Spagna si riassume in quattro parole: no alla guerra. Il mondo, l’Europa e la Spagna si sono già trovati qui prima. Ventitré anni fa, un’altra amministrazione statunitense ci trascinò in una guerra in Medio Oriente. Una guerra che, in teoria, doveva eliminare le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, portare la democrazia e garantire la sicurezza globale, ma che, col senno di poi, ha prodotto l’effetto contrario. Ha scatenato la più grande ondata di insicurezza che il nostro continente abbia vissuto dalla caduta del Muro di Berlino. La guerra in Iraq ha generato un drastico aumento del terrorismo jihadista, una grave crisi migratoria nel Mediterraneo orientale e un incremento generalizzato dei prezzi dell’energia e, quindi, anche del carrello della spesa e del costo della vita. Questo fu il “regalo” del trio delle Azzorre agli europei di allora: un mondo più insicuro e una vita peggiore.
È vero che è ancora presto per sapere se la guerra con l’Iran avrà conseguenze simili a quelle dell’Iraq, se servirà a provocare la caduta del terribile regime degli ayatollah in Iran o a stabilizzare la regione. Ciò che sappiamo è che da questa guerra non nascerà un ordine internazionale più giusto, né salari più alti, né servizi pubblici migliori, né un ambiente più sano. Al contrario, ciò che al momento possiamo intravedere è maggiore incertezza economica, aumenti del prezzo del petrolio e anche del gas.
Per questo dalla Spagna ci opponiamo a questo disastro, perché riteniamo che i governi siano qui per migliorare la vita delle persone, per offrire soluzioni ai problemi, non per peggiorare la loro esistenza. Ed è assolutamente inaccettabile che dirigenti incapaci di adempiere a questo compito utilizzino il fumo della guerra per occultare il proprio fallimento e, al tempo stesso, riempire le tasche di pochi, i soliti di sempre. Gli unici che vincono quando il mondo smette di costruire ospedali per costruire missili.
Di fronte a questa congiuntura, il Governo di coalizione progressista farà ciò che ha fatto in altri conflitti e in altre crisi internazionali.
In primo luogo, stiamo assistendo le cittadine e i cittadini spagnoli che si trovano in Medio Oriente e li aiuteremo a rientrare nel nostro Paese, se questo è naturalmente il loro desiderio. Il servizio diplomatico e le Forze Armate stanno lavorando giorno e notte per organizzare dispositivi di evacuazione. È evidente che le operazioni sono molto delicate, poiché lo spazio aereo della regione non è sicuro e la rete aeroportuale è gravemente colpita dagli attacchi. Ma i nostri connazionali possono avere la certezza che li proteggeremo e che li riporteremo a casa.
In secondo luogo, il Governo di Spagna sta studiando scenari e possibili misure per aiutare famiglie, lavoratori, imprese e lavoratori autonomi, affinché possano mitigare gli impatti economici di questo conflitto, qualora fosse necessario. Grazie al dinamismo della nostra economia e anche alla responsabilità della politica fiscale del Governo, la Spagna dispone in questo momento delle risorse necessarie per affrontare ancora una volta questa crisi. Abbiamo la capacità, abbiamo la volontà politica e lo faremo insieme alle parti sociali, come abbiamo fatto durante la pandemia, la crisi energetica o, più recentemente, la crisi dei dazi.
In terzo luogo, collaboreremo, come abbiamo sempre fatto, con tutti i Paesi della regione che sostengono la pace e il rispetto della legalità internazionale — due facce della stessa medaglia — appoggiandoli con le risorse diplomatiche e materiali necessarie. Lavoreremo con i nostri alleati europei a una risposta coordinata e realmente efficace. E continueremo a impegnarci per una pace giusta e duratura in Ucraina e in Palestina, due luoghi che meritano di non essere dimenticati.
Infine, il Governo continuerà a esigere un cessate il fuoco e una soluzione diplomatica a questa guerra. E voglio dirlo con chiarezza: sì, la parola giusta è esigere. Perché la Spagna è un membro a pieno titolo dell’Unione Europea, della Nato e della comunità internazionale. E perché questa crisi riguarda anche noi, riguarda gli europei e, di conseguenza, gli spagnoli. Per questo dobbiamo esigere da Stati Uniti, Iran e Israele che si fermino prima che sia troppo tardi. L’ho detto molte volte e lo ripeto ora: non si può rispondere a un’illegalità con un’altra illegalità, perché è così che iniziano le grandi tragedie dell’umanità.
Ricordiamo che, prima dello scoppio della Prima guerra mondiale nell’agosto del 1914, qualcuno chiese al cancelliere tedesco dell’epoca come fosse iniziata la guerra. E lui rispose, stringendosi nelle spalle: “Magari lo sapessi”. Magari lo sapessi. Molto spesso le grandi guerre scoppiano per una concatenazione di risposte che sfuggono di mano, per errori di calcolo, guasti tecnici, eventi imprevisti.
Dobbiamo dunque imparare dalla storia e non possiamo giocare alla roulette russa con il destino di milioni di persone. Le potenze coinvolte in questo conflitto devono cessare immediatamente le ostilità e puntare sul dialogo e sulla diplomazia. E noi dobbiamo agire con coerenza, difendendo oggi gli stessi valori che difendiamo quando parliamo di Ucraina, di Gaza, di Venezuela o di Groenlandia. La domanda non è se siamo o meno a favore degli ayatollah. Nessuno lo è. Certamente non lo è il popolo spagnolo, e tanto meno il Governo di Spagna.
La vera domanda è se siamo dalla parte della legalità internazionale e, quindi, della pace. La cittadinanza spagnola ha sempre ripudiato la dittatura di Saddam Hussein in Iraq, ma non per questo ha sostenuto la guerra in Iraq, perché era illegale, ingiusta e non ha risolto realmente quasi nessuno dei problemi che pretendeva di affrontare. Allo stesso modo, noi ripudiamo il regime iraniano, che reprime e uccide brutalmente i propri cittadini, in particolare le donne. Ma allo stesso tempo respingiamo questo conflitto e chiediamo una soluzione diplomatica e politica. Alcuni ci accuseranno di ingenuità per questo. Ma ingenuo è pensare che la soluzione sia la violenza. Ingenuo è credere che le democrazie o il rispetto tra le nazioni nascano dalle macerie. O che un seguire cieco e servile sia una forma di leadership. Al contrario, ritengo che questa posizione non sia affatto ingenua: è coerente. E dunque non saremo complici di qualcosa che è dannoso per il mondo e contrario ai nostri valori e ai nostri interessi, semplicemente per timore di eventuali ritorsioni.
Abbiamo una fiducia assoluta nella forza economica, istituzionale e, oserei dire, morale del nostro Paese. E in momenti come questo ci sentiamo più orgogliosi che mai di essere spagnoli. Siamo consapevoli delle difficoltà, ma sappiamo anche che il futuro non è scritto, che la spirale di violenza che molti danno per inevitabile è in realtà evitabile e che l’umanità può ancora lasciarsi alle spalle sia l’integralismo degli ayatollah sia la miseria della guerra. Alcuni diranno che siamo soli in questa speranza, ma non è così. Il Governo di Spagna sta con chi deve stare. Sta con i valori che i nostri padri e i nostri nonni hanno sancito nella nostra Costituzione. La Spagna sta con i principi fondativi dell’Unione Europea. Sta con la Carta delle Nazioni Unite. Sta con il diritto internazionale e, quindi, con la pace e la pacifica convivenza tra i Paesi. Siamo inoltre insieme a molti altri governi che la pensano come noi e anche a milioni di cittadine e cittadini che in tutta Europa, in Nord America e in Medio Oriente chiedono al domani non più guerra o più incertezza, ma più pace e più prosperità. Perché la prima avvantaggia solo pochi. La seconda avvantaggia tutti. Grazie mille”. (Pubblicato in Italia da vari organi di stampa tra cui Repubblica e Huffington Post).
Ecco, quando Meloni sarà in grado di pronunciare un discorso dello spessore politico e storico di questo di Sanchez sarà una statista. Al momento è solo una politica che galleggia o, più correttamente, fa slalom tra diverse posizioni pur di galleggiare e restare in sella. Ma avere gli attributi come altre premier - da Golda Meir a Indira Ghandi, dalla Thatcher alla Merkel, alla stessa Frederiksen – è un’altra cosa.
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