La maternità, Bologna e la sua varia disumanità tra centro e periferia

Due amici-rivali dai destini opposti, Manuel e Zeno, due donne in cui la maternità o il suo desiderio irrompono in modo diversissimo e complesso, segnando un’esistenza: inaspettata e terribile per la giovane Adele, ricercata pervicacemente da Dora, e dal marito Fabio, che sono decisamente più avanti negli anni. E poi un universo di figure minute, eppure delineate a tutto tondo, personaggi di varia… disumanità; che si muovono negli universi paralleli di Bologna, la “Bolobene” del centro, dei portici e dell’università, la “Bolofeccia”, dell’emarginazione e della periferia. Sono questi i punti di riferimento di «Da dove la vita è perfetta» (377 pagine, 19 euro), terzo romanzo di Silvia Avallone, fedele a Rizzoli, che aveva già accolto in catalogo «Acciaio», il fortunato esordio (diventato pure film) e «Marina Bellezza», opera seconda tutt’altro che trascurabile.
Bolognese d’adozione, Silvia Avallone, racconta con onestà zone d’ombra, vizi e virtù, fragilità dell’Italia contemporanea, terra molto più complessa di quanto possa emergere in superficie, tra stereotipi di largo consumo.
La maternità vissuta in prima persona dall’autrice ha permesso di vivificare alcuni dei protagonisti dell’ultimo romanzo, in cui si affastellano domande e risposte sul rapporto genitori-figli, sulle colpe e sulle responsabilità degli uni e degli altri, sugli sconquassi della vita, che sulla pagina sono presi di petto, con tutto il loro peso e la loro durezza. La cifra di minuzioso e quasi lezioso realismo della Avallone resta intatta e rischia d’essere, oltre che un suo punto di forza, anche un limite. La naturalezza del racconto e il coraggioso scavo psicologico, però, avvolgono il lettore che difficilmente molla la presa. Empatico è lo sguardo sulle donne – Dora, la professoressa che non riesce ad avere figli, Adele, travolta dalla nascita di Bianca – implacabile sugli uomini, quasi sempre latitanti e inconcludenti. Il quadro complessivo può sembrare desolante, ma è in questi imperfetti pezzi di vita vera, che possono emergere le possibilità di cambiare, il coraggio di crescere, la voglia di riscattarsi.
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