Voragine Genova, ultimo sguardo dal ponte alla città dei teatri

Il Carlo Felice, il Teatro della Corte, L’Archivolto, lo Stabile e le sue sale di decentramento. E poi le tavernette di Via Prè, l’indimenticabile rifugio di San Benedetto al Porto, da Andrea Gallo. Il nostro giornale partecipa e introietta con dolore, e rinnovato senso critico-civile, il monito (ennesimo) della tragedia di ieri. Dovuta all’incuria di uomini e istituzioni, lesti di ‘profitto’, tardivi di orrore per se stessi. Alcuni di quegli spazi erano nei pressi di quell’immane campata venuta giù a sbriciolare persone, edifici, ignari passanti. Le agenzie di stampa anticipano un bilancio di morti, dispersi, sfollati di quasi 500 persone. Ma è tutto in divenire…
Noi, da giornalisti “specializzati” (?), non entriamo (almeno adesso) nel merito delle responsabilità pregresse e presenti. Limitandoci ad abbracciare i colleghi (della Ass. Naz Critici di Teatro) che di sovente ci contattano dalla Liguria fervida e laboriosa, gli artisti e le maestranze di quei luoghi di cultura, spettacolo, pacifica anarchia che direttamente o meno (magari così non fosse..) risulteranno coinvolti nella catastrofe di ieri. Sperando che si facciano vivi al più presto: o che almeno abbiano un unico portavoce che ci rassicuri.
Senza per ciò dimenticare ‘gli altri’ e ritrarci nel nostro ‘orticello’. Salvo non fosse quello ormai impossibile di Sanremo dove, da giovanissimo, mi rifugiavo presso l’accogliente abitazione di un caro amico pittore (Gabiele Candiolo), scomparso anni fa e generoso anfitrione dei miei arrivi di primavera in quelle terre. Ad attraversare il Ponte Morandi decine e decine di volte, prima di recarci alle proiezioni della Mostra del Cinema d’Autore (sepolta, come altre, fra le ‘superflue’ del Mibact). Mai sfiorato da sensazioni di fatalismo e fragilità “in mano altrui”.
Ps Ardito e spedito mi torna in mente adesso un altro ‘mirabolante’ esempio di obbrobrio ambientale, stretto parente del ponte di Genova. Mi riferisco al viadotto sospeso nel vuoto che sorvolava, anni fa, la Valle dei Templi di Arigento, a mirabilia dei turisti e scorrimento veloce del traffico diretto a Sciacca. Fu l’unico e quasi ignorato caso in cui la Sicilia seppe distinguersi in bene. Allorchè la Procura di competenza mise i sigilli al gingillo acrobatico bloccandone l’accesso a spericolati e morituri.
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