La rivoluzione sociale di Bergoglio e il ruolo della buona politica

Politica | 28 febbraio 2021
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Da laico non credente sono stato particolarmente colpito da  due affermazioni di straordinaria importanza ed assoluta modernità contenute nell'Enciclica “Fratelli tutti” di papa Francesco. La prima è relativa alla politica:

«Abbiamo bisogno di una politica che pensi con una visione ampia, e che porti avanti un nuovo approccio integrale, includendo in un dialogo interdisciplinare i diversi aspetti della crisi. Una sana politica, capace di riformare le istituzioni, coordinarle e dotarle di buone pratiche, che permettano di superare pressioni e inerzie viziose». Non si può chiedere ciò all’economia, né si può accettare che questa assuma il potere reale dello Stato.”

Dopo un decennio di continua e progressiva svalutazione del ruolo della politica, di volta in volta subordinata al Moloch imperante dell'economia finanziaria oppure strattonata dai vaffadays e dall'”uno vale uno,” sorprende ed al tempo stesso consola che la rivalutazione della politica come costruzione di progetti di lunga durata finalizzati a lottare per abolire  le ineguaglianze e le ingiustizie del mondo, come proposta collettiva che pensi alle generazioni future piuttosto che alle prossime elezioni,  giunga proprio nel testo pubblicato da papa Francesco.  Un pontefice che detiene  tre primati (il primo a chiamarsi  con il nome del santo d'Assisi, il primo  gesuita, il primo sudamericano) e somma nella sua persona la coscienza e la sapienza  della chiesa militante e la conoscenza diretta delle condizioni drammatiche delle masse del subcontinente latino-americano.  E non va dimenticato che, da arcivescovo di Buenos Aires, l'argentino Bergoglio ebbe modo di confrontarsi con la tragedia di una delle dittature più feroci, quella dei generali argentini e con gli orrori della sanguinosa repressione che colpì ogni forma di dissenso.

Appare di notevole interesse la maniera in cui viene posto il problema dello Stato e della realizzazioni di istituzioni sovranazionali  rafforzate, che abbiano la capacità di diventare presenti presenti e attivi, in forte interrelazione con la società civile e si orientino  veramente verso le persone e il bene comune.

La seconda affermazione da cui mi sento profondamente coinvolto è l'esplicito collegamento instaurato tra la buona  politica  e  la  questione del lavoro:

 “Il grande tema è il lavoro. Per quanto cambino i sistemi di produzione, la politica non può rinunciare all’obiettivo di ottenere che l’organizzazione di una società assicuri ad ogni persona un modo di contribuire con le proprie capacità e il proprio impegno ... Il lavoro è una dimensione irrinunciabile della vita sociale, perché non solo è un modo di guadagnarsi il pane, ma anche un mezzo per la crescita personale, per stabilire relazioni sane, per esprimere sé stessi, per condividere doni, per sentirsi corresponsabili nel miglioramento del mondo e, in definitiva, per vivere come popolo.”

La Chiesa di Francesco  non si sottrae alle scelte, non si rifugia, come  è avvenuto in passato, nel  rimpianto della tradizione pre-capitalistica ma si confronta con le contraddizioni della contemporaneità  spingendosi a ritenere necessaria la promozione di  un’economia che favorisca la diversificazione produttiva e la creatività imprenditoriale, che aumenti i posti di lavoro invece di ridurli con un sistema  fondato sulla  speculazione finanziaria e sul guadagno facile. Da questo punto di vista non c'è il rifiuto del mercato ma la consapevolezza che un mercato «senza forme interne di solidarietà e di fiducia reciproca” non può pienamente espletare la propria funzione economica.   Ed ancora si precisa che occorre pensare alla partecipazione sociale, politica ed economica in modalità tali

 «che includano i movimenti popolari e animino le strutture di governo locali, nazionali e internazionali con quel torrente di energia morale che nasce dal coinvolgimento degli esclusi nella costruzione del destino comune....Al tempo stesso, è bene far sì che questi movimenti, queste esperienze di solidarietà che crescono dal basso, dal sottosuolo del pianeta, confluiscano, siano più coordinati, s’incontrino. »

Tuttavia la disperazione sociale, la miseria, l'isolamento non vivono solo altrove: “Ci sono periferie che si trovano vicino a noi, nel centro di una città, o nella propria famiglia.” Un richiamo forte e diretto alla  crescita della miseria ed alla caduta della solidarietà che hanno investito anche la parte del mondo in cui viviamo. Si tratta di affermazioni che aprono un ampio e rinnovato terreno di confronto con una parte del pensiero della sinistra contemporanea; una discussione dalla quale potrebbero scaturire importanti elementi programmatici per l'insieme delle forze di progresso.

Nell'Enciclica  viene condannato il populismo, anche se non mancano alcune distinzioni:

I gruppi populisti chiusi deformano la parola “popolo”, poiché in realtà ciò di cui parlano non è un vero popolo. Infatti, la categoria di “popolo” è aperta. Un popolo vivo, dinamico e con un futuro è quello che rimane costantemente aperto a nuove sintesi assumendo in sé ciò che è diverso. Non lo fa negando sé stesso, ma piuttosto con la disposizione ad essere messo in movimento e in discussione, ad essere allargato, arricchito da altri, e in tal modo può evolversi. “

Il papa parla al mondo e sarebbe assai riduttivo leggere le  sue affermazioni nella chiave della politica italiana. Tuttavia- come è stato ricordato- nei modelli contemporanei di populismo è essenziale il richiamo alla comunità primordiale, precedente l'ordinamento giuridico, naturalmente virtuosa e dotata di valori propri offuscati dalle artificiose distinzioni giuridiche e dalle elites al potere. [1]  Una radice presente nella tradizione politica del cattolicesimo italiano, concepita per distinguersi dalla concezione marxista della “classe”: non a caso il soggetto politico  fondato da don Luigi Sturzo nel gennaio 1919 si chiamava partito popolare italiano.  Oggi  però la parola populismo è diventata l'insegna di leader che utilizzano le pulsioni alla chiusura a chi viene da “fuori” e la paura di declassamento sociale per operazioni politiche fondate sull'odio e sulla chiusura all'interno dei recinti limitati ed apparentemente rassicuranti. Non a caso  esplicitamente l'Enciclica   denuncia la paura che deriva dalla sensazione che:

.“Ciò che proviene di là non è affidabile, perché non è conosciuto, non è familiare, non appartiene al villaggio. È il territorio di ciò che è “barbaro”, da cui bisogna difendersi ad ogni costo. Di conseguenza si creano nuove barriere di autodifesa, così che non esiste più il mondo ed esiste unicamente il “mio” mondo, fino al punto che molti non vengono più considerati esseri umani con una dignità inalienabile e diventano semplicemente “quelli”. Riappare «la tentazione di fare una cultura dei muri, di alzare i muri, muri nel cuore, muri nella terra per impedire questo incontro con altre culture, con altra gente. “

Il razzismo è un virus che muta facilmente e invece di sparire si nasconde, ma è sempre in agguato. Le migrazioni costituiranno un elemento fondante del futuro del mondo, ma  nelle società occidentali si è spesso  smarrito il senso del valore morale, politico e sociale dell'accoglienza. La risposta alla crisi del rapporto tra i ricchi ed i poveri del mondo,  che l'Enciclica propone, citando la parabola del buon samaritano ci richiama alle nostre responsabilità individuali e collettive:

In questo momento, chiunque non è brigante e chiunque non passa a distanza, o è ferito o sta portando sulle sue spalle qualche ferito.”

Ciascuno di noi in questo angosciante tempo di  pandemia, che sembra travolgere ogni quotidiana certezza del vivere, si sente ferito o porta un ferito sulle spalle. Ed a nessuno è consentita l'indifferenza.

Mi sia consentita un'ultima osservazione, questa volta esprimendo un dubbio. Nel testo si sottolinea

che la connessione digitale rischia di non unire l'umanità, di non realizzare il “ bisogno di gesti fisici, di espressioni del volto, di silenzi, di linguaggio corporeo, e persino di profumo, tremito delle mani, rossore, sudore... tutto ciò  (che) parla e fa parte della comunicazione umana.

Le nuove tecnologie della comunicazione, il cui uso la pandemia ha potentemente incrementato, espongono senza dubbio a rischi, ma al tempo stesso aprono infinite potenzialità di miglioramento della condizione delle donne e degli uomini. Non bisogna averne paura, ma introdurre da subito regole di gestione atte ad impedire che esse divengano strumento di nuove diseguaglianze e  nuove povertà. Dopo la pandemia non si tornerà al mondo di prima: si realizzerà probabilmente anche un radicale salto tecnologico, rispetto al quale l'atteggiamento produttivo sarà di coglierne i vantaggi e di indirizzarlo verso usi vantaggiosi per l'umanità.  Ancora una volta la verità è che la tecnologia in sé non è né buona né cattiva: sono le scelte che la politica compie che ne fanno strumento di progresso o arma per diffondere nuove ingiustizie. 

[1]Nicola Colaianni  Populismo, religioni, diritto, sulla rivista Questione giustizia 1 2019

 di Franco Garufi

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