Lottare per la libertà e la democrazia in Bielorussia

Politica | 1 maggio 2021
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1.La Bielorussia e le proteste popolari? Sparite dai radar mediatici


Che fine ha fatto la Bielorussia? Ricordate, nell’estate e nell’autunno dell’anno scorso, i riflettori mediatici a lungo puntati sulle elezioni presidenziali che hanno “riconfermato” alla guida del paese (dal 1994!) Alexander Lukashenko? Elezioni dai più ritenute non precisamente regolari. Ora da parecchi mesi la questione bielorussa è sparita dai radar dell’attenzione internazionale. Si sa ben poco all’estero di cosa succede e del dissenso represso in un paese che in pieno continente europeo viene considerato trasformato in una sorta di immensa caserma. Dove regole istituzionali, libertà, diritti politici sembrano più che altro parole vuote. Ora i riflettori sono puntati di nuovo sulla incandescente tensione tra Ucraina e Russia. I russi per settimane hanno ammassato truppe ai confini con l’Ucraina con la solita scusa di “manovre militari”. Nel 2014 con uno sbrigativo blitz si erano annessi la Crimea. E – ma adesso si rischierebbe un conflitto aperto con Nato, Stati Uniti e paesi dell’Europa occidentale – non si farebbero pregare per annettersi del tutto (o creando repubbliche fantoccio, secondo i metodi spicci di Putin) il Donbass, la regione ucraina a maggioranza russa. Già teatro nel 2014 di una sanguinosa guerra civile e dello scontro tra Mosca e Kiev che è proseguito anche negli anni seguenti. Una polveriera di etnie e nazionalismi pronta ad esplodere in qualsiasi momento.

Intanto in queste ore tiene banco la vicenda delle sanzioni di Mosca che vietano l’ingresso sul suolo russo al presidente del Parlamento Europeo, l’italiano David Sassoli, ad una vicepresidente della Commissione Europea, la ceca Vera Jourova che ha la delega ai Valori ed alla Trasparenza, e ad altri sei alti componenti politico-burocratici. Rei di aver stigmatizzato i metodi illiberali e violenti che la Russia di Putin adotta nei confronti dei suoi oppositori, a cominciare da Alexey Navalny, e in Cecenia. Sanzioni, in risposta a sanzioni europee contro uomini vicini a Putin, a così alto livello pericolose e provocatorie. In puro stile intimidatorio putiniano. Insomma, come promesso, Mosca alza il tiro sanzionando non funzionari, come ha fatto Bruxelles, ma addirittura vertici politici dell’Unione Europea. Europa occidentale democratica e Russia sono due mondi ogni giorno più lontani e conflittuali.

La Bielorussia con le sue elezioni-truffa a detta di quasi tutti gli osservatori e con le sue proteste stroncate a suon di manganellate, sangue e carcere duro è così sparita dalla scena, dai tg, dalle pagine on-line e di carta dei giornali.

E’ tutto finito? E’ stato tutto “normalizzato”? Cercheremo di capirlo in questo ampio approfondimento nel quale faremo il punto aggiornato sulla situazione. E, grazie ad una lunga intervista, ci renderemo conto di cosa succede - in tempo reale, in questi ultimi mesi e in queste ultime settimane - nel paese. Ovvero di cosa sta sfuggendo ai media nostrani della cui informazione (come di ogni altra cosa, del resto) il Covid-19 si è impossessato. Occupando quasi tutti gli spazi informativi e relegando ai margini o escludendo tante altre possibili notizie. Come vedremo, da quanto emerge diventa inevitabile concludere che il paese vive – nel cuore della “civile” Europa – una realtà repressiva da incubo.


2.La longevità politica dell’“Ultimo dittatore d’Europa”


Una superficie pari a due terzi di quella dell’Italia, un terreno piatto, in alcune aree paludoso, e ben 11.000 laghi: paese interno privo di sbocco sul mare, la Repubblica di Bielorussia si è proclamata indipendente nel 1990 in seguito al disfacimento dell’Unione Sovietica. Appena dieci milioni di abitanti, dei quali due concentrati nella capitale Minsk. E, dal 1994, un presidente-padrone, spesso definito “l’ultimo dittatore d’Europa”: Alexander Lukashenko. Un campione di …stabilità: l’ex alto ufficiale dell’esercito sovietico era presidente quando a Palazzo Chigi c’era Dini, a Berlino Kohl, a Parigi Mitterand, a Londra Major, a Washington Clinton, a Mosca Eltsin, a Pechino Jang Zemin. Nientemeno. Una sorta di dinosauro sopravvissuto, alla luce dei tempi della politica e dei mandati elettorali. Rieletto dopo il 1994 altre quattro volte. Nelle presidenziali del 2020 sembrava però più a rischio che in precedenti tornate elettorali, tutte superate con maggioranze bulgare (o, più correttamente nel caso, bielorusse). Ma – miracolo che si ripete, come quello del sangue di san Gennaro – ha trionfato anche stavolta con l’80 per cento circa delle preferenze. Non prima d’aver costretto alla fuga all’estero o buttato in galera gli avversari elettorali con più probabilità di batterlo. Ad urne aperte e risultati proclamati ce ne era abbastanza per scatenare rivolte di piazza e manifestazioni alle quali hanno preso parte decine e decine se non addirittura centinaia di migliaia di oppositori ed oppositrici. Stanchi di essere turlupinati, stanchi di brogli pacchiani. E’ scattata una repressione feroce che, vista da lontano, sembra essere approdata ad una piena restaurazione. Ma è così?


3.Variabili. Un mosaico complesso


Completiamo le premesse passando in rassegna una serie di variabili. Il popolo bielorusso protesta contro quella che viene definita senza mezzi termini la falsificazione dei risultati delle elezioni presidenziali e contro la brutalità delle forze dell'ordine dal 10 agosto 2020. Le autorità bielorusse utilizzano attrezzature militari e applicano violenza eccessiva per reprimere proteste pacifiche e intimidire i propri cittadini. Migliaia di bielorussi sono stati picchiati, detenuti, torturati, umiliati e condannati per motivi politici. Oggi il popolo bielorusso è costretto a lottare per il rispetto dei diritti umani e delle libertà, garantiti non solo dalla legislazione internazionale e nazionale, ma anche alla nascita. La comunità mondiale è preoccupata per la profonda crisi socio-politica nella Repubblica di Bielorussia. La maggior parte dei paesi, inclusi Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Stati membri dell'Unione Europea, non ha riconosciuto i risultati delle elezioni presidenziali. I difensori dei diritti umani riferiscono costantemente di atrocità che si verificano in Bielorussia. L'ultimo rapporto dell'OSCE sulla Bielorussia ha registrato centinaia e centinaia di casi di violazioni dei diritti umani, tra cui tortura, detenzione illegale e condizioni intollerabili nelle carceri. Il secondo rapporto interinale del Comitato internazionale per le indagini sulla tortura in Bielorussia ha tracciato un bilancio provvisorio della persistente situazione relativa alla tortura e ai trattamenti inumani. Secondo questo rapporto, che comunque risale a mesi fa e quindi è da vedere quali saranno i numeri aggiornati del terzo rapporto, più di 32.000 cittadini bielorussi sono già stati repressi dal governo, illegittimo se eletto con risultati truccati, guidato da Lukashenko.

All'inizio del 2020 Bielorussia era al 16° posto su 129 paesi nell'elenco dell'Indice di sicurezza del database internazionale "Numbeo". Nel 2021 il paese ha perso 98 punti a causa della persistente instabilità politica e ora si colloca al 114° posto in termini di sicurezza, trovandosi tra la Repubblica Dominicana e Kenya.

Altre variabili da considerare in questo scenario così inquietante. Sanzioni personali statunitensi ed europee contro il presidente della Repubblica di Bielorussia Alexander Lukashenko. Sanzioni dell'UE e degli Stati Uniti contro una serie di funzionari bielorussi. Violazioni su larga scala dei diritti umani (comprese numerose detenzioni e arresti di rappresentanti dell'opposizione iniziati nel maggio 2020) durante la campagna elettorale presidenziale.

Un gesto che ha avuto notevoli conseguenze è stato l’arresto dell'ex capo della “Belgazprombank” Viktar Babaryka, personaggio noto nella comunità finanziaria, che in precedenza aveva portato “Belgazprombank” ad una posizione di leadership nel sistema bancario della Bielorussia. Viktor Babariko, uno dei principali rivali di Lukashenko nella campagna presidenziale del 2020, è stato arrestato il 18 giugno 2020 (il giorno dopo la formazione del “Libro per l'acquisto di due emissioni di eurobond a favore della Repubblica di Bielorussia”) con l'accusa di aver ricevuto tangenti e legalizzato proventi derivanti da un reato. Ciononostante, il 24 giugno 2020 è stato completato il collocamento dell'emissione di eurobond alla Borsa di Londra.


4.Intervista a Ekaterina Ziuziuk, presidente dell’“Associazione bielorussi in Italia “Supolka”


Una situazione dunque allarmante, piena di incognite. Che abbiamo affrontato con Ekaterina Ziuziuk, presidente dell’“Associazione bielorussi in Italia Supolka”. L’intervista segue tre filoni tematici: la conoscenza dell’intervistata e dell’Associazione “Supolka”; la situazione nel paese nei mesi scorsi; la situazione attuale.

Per prima cosa le chiedo un suo breve profilo (da quanto tempo è in Italia, di cosa si occupa) e quando è stata fondata l’Associazione. Cosa significa “Supolka”?

“Sono in Italia dal 2004. Dopo essermi laureata in Lingue e letterature moderne, in corso e con 110 e lode, sono rimasta a vivere e lavorare in Italia. Attualmente sono dipendente di un’azienda italiana.

La nostra Associazione è nata da un gruppo chiuso Facebook “Суполка беларусаў у Iталii” creato il 22 giugno 2020 per sostenere il movimento popolare per la democrazia in Bielorussia. Inizialmente lo scopo era quello di organizzarci per fare le manifestazioni di solidarietà al fine di attirare l’attenzione della società italiana sulle violazioni dei diritti umani in Bielorussia e allertare sulla situazione la comunità europea. “Supolka” significa “associazione” in bielorusso; abbiamo voluto mantenere questa parola anche nel nome dell’Associazione quando l’abbiamo registrata, nel nome della pagina Facebook e degli altri social della nostra Associazione, per mantenere questo legame linguistico con le nostre origini. Dalla data della nascita del gruppo Facebook abbiamo fatto manifestazioni con la cadenza settimanale, con la prima manifestazione a Bologna tenuta in data 28 giugno e fino alle elezioni del 9 agosto”.

E dopo i risultati delle elezioni presidenziali avete ritenuto di dover continuare la vostra attività?

“All’inizio pensavamo che la nostra attività sarebbe finita dopo le elezioni, ma ci sbagliavamo. In seguito alle elezioni truccate e alle brutali violenze abbiamo avuto un’ondata di adesioni e la nostra vera lotta è cominciata. Era necessario fare da cassa di risonanza per il nostro popolo. Il nostro compito principale quindi è quello di informare la società italiana di quello che sta succedendo in Bielorussia, di dare la voce a chi non ce l’ha. Lo fanno le diaspore bielorusse in tutto il mondo. La nostra Associazione lo fa attraverso i social Facebook, Instragram e Twitter e attraverso i comunicati stampa che inviamo alle agenzie e alle testate giornalistiche quando ci sono degli avvenimenti importanti. Inoltre traduciamo e pubblichiamo quotidianamente le notizie in lingua italiana su quanto sta succedendo in Bielorussia.

È incredibile come il movimento della diaspora è sorto spontaneamente e contemporaneamente in estate del 2020 in moltissimi paesi dove sono presenti i bielorussi. Si tratta di bielorussi che hanno lasciato la patria e fino al 2020 non solo non si conoscevano, ma non si preoccupavano neanche più di tanto delle sorti del Paese che avevano lasciato alle spalle”.

Ci sono prove evidenti di risultati elettorali truccati?

“Una delle prime iniziative globali della diaspora era il sondaggio elettorale presso i seggi elettorali alle ambasciate bielorusse in 27 paesi e 14,7 mila persone interrogate. I risultati sono in linea con i protocolli di molti seggi dove la conta dei voti non era stata truccata. Hanno confermato che il presidente eletto della Bielorussia è Svetlana Tikhanovskaya. Mi emoziono ancora quando penso al 9 agosto, quando all’ambasciata bielorussa a Roma si sono presentate un paio di centinaia di persone, tutte con i braccialetti bianchi sul polso”.

Perchè braccialetti bianchi al polso?

“I braccialetti bianchi erano uno stratagemma escogitato dai bielorussi per controllare quanti avrebbero votato effettivamente per Svetlana Tikhanovskaya. La gente si era messa d’accordo di presentarsi ai seggi elettorali il giorno delle elezioni per aspettare il risultato del voto. In questa maniera avrebbero potuto costatare con i propri occhi quanti consensi avrebbero incassato i due candidati principali. E così la gente ha visto che là dove i risultati erano stati truccati, i numeri ufficiali non corrispondevano alla situazione reale di centinaia di persone che aspettavano fuori dai seggi con i braccialetti bianchi. Quando sono cominciate le proteste, la notte tra il 9 e il 10 di agosto, le forze dell’ordine picchiavano e torturavano con particolare ferocia chi indossava il braccialetto bianco sul polso.

Un altro stratagemma era piegare la scheda elettorale a fisarmonica, nel caso votavi per Svetlana. Nelle urne trasparenti si vedevano benissimo. Erano tantissime.

Il terzo antidoto ai brogli elettorali era la piattaforma Golos (“La voce”). Creata ad hoc dai volontari – professionisti del settore informatico, particolarmente sviluppato in Bielorussia – la piattaforma consentiva di contare i voti delle schede elettorali fotografate e inviate tramite i messenger Telegram o Viber tramite il bot della piattaforma. La legge bielorussa non vieta di fare le foto alla propria scheda elettorale. Eppure le autorità hanno cercato in tutti i modi di impedire ai cittadini di farlo: con il pretesto del Covid avevano tolto le tende dalle cabine di voto, violando il diritto alla segretezza di voto; impedivano di usare il cellulare nei seggi. Ma chi non ha potuto fare la foto della propria scheda elettorale poteva comunque votare online usando il codice unico che veniva distribuito dalla piattaforma. Per poter votare, l’elettore doveva registrarsi sulla piattaforma con i dati personali del proprio passaporto. Questo escludeva che la stessa persona potesse produrre più di un risultato. Nonostante i dati incompleti, anche i risultati di Golos hanno confermato la schiacciante vittoria di Svetlana Tikhanovstaya.

Nella nostra epoca di tecnologia che permette lo scambio d’informazione praticamente in tempo reale e la rende accessibile a tutti se c’è internet, era impossibile convincere la gente che Lukashenko ha vinto con l’80% dei voti. Direi che per la prima volta il popolo ha avuto delle prove così eloquenti dei brogli elettorali. Anche in passato, a partire dal 2001 e poi ogni 5 anni puntualmente venivano registrate delle irregolarità. Nel 2020 grazie alla tecnologia, ma anche grazie alla solidarietà e all’impegno di tutta la società che voleva eleggere un altro presidente e ha fatto di tutto per poterlo fare, le prove erano schiaccianti come non mai. È per quello che le proteste sono scoppiate all’annuncio dei risultati preliminari e sono andate avanti per tutto questo tempo”.

Come poi la protesta nel vostro paese è cambiata nei mesi seguenti?

“Adesso la protesta ha cambiato formato: non abbiamo più le manifestazioni che riempiono le strade. Ci sono diversi motivi: non si può mantenere il livello sempre alto per più di 8 mesi; il freddo dell’inverno e il Covid hanno contribuito alla progressiva diminuzione delle persone in piazza a partire da fine novembre; la violenza fisica delle forze dell’ordine e la repressione senza precedenti hanno fatto il loro risultato. La gente è stanca e ha paura, ma non significa che ha cambiato l’atteggiamento e ora sostiene il dittatore. I bielorussi come in estate del 2020 vogliono sempre elezioni libere e trasparenti per poter mandare a casa chi in 26 anni ha ridotto il paese al lastrico.

Continuano però le azioni partigiane. Visto che il regime ha dichiarato guerra ai colori nazionali – il bianco e il rosso, quelli della bandiera storica bielorussa che era stata anche quella ufficiale in due brevi periodi (1918-1919 e 1991-1995) quando la Bielorussia era uno stato indipendente – la protesta sta nel metterli ovunque: nelle finestre delle proprie abitazioni, sugli adesivi, i nastri incastrati negli alberi o legati alle ringhiere; gli adesivi, i graffiti e murales, i lucchetti colorati. E ancora: le scritte anti-governative; boicottaggio dei negozi e delle marche legate all’attività economica riconducibile a Lukashenko e il suo entourage; prelievo dei soldi dai conti correnti nelle banche; pagamento delle bollette con il massimo ritardo, ecc. Le marce si svolgono nei cortili e non sono così numerose come dopo le elezioni, ma ci sono tutt’ora, tutti i giorni. Le foto dei flashmob vengono pubblicate quotidianamente dai canali telegramm delle testate indipendenti Belsat, Nexta, Radio Svaboda e altri”.

Abbiamo parlato di elezioni-farsa, delle manifestazioni nelle piazze, di repressione. Questo nei mesi scorsi. Veniamo al presente ed alle prospettive. La Bielorussia è scomparsa dai media. Si scrive e si parla di Myanmar, di Ucraina, di acuirsi della tensione tra Usa e Cina e Usa e Russia. Di Bielorussia non si parla più. Cosa sta succedendo in queste settimane nel suo paese?

“Se dovessi descrivere la situazione attuale con una frase, sarebbe questa: violenza smisurata delle forze dell’ordine e azzeramento totale della legge. Al potere sono dei criminali, un boss e i suoi complici. Il boss ha ordinato la falsificazione dei risultati delle elezioni e i complici hanno eseguito. Il boss ha ordinato il terrore, la violenza per sopprimere ogni tentativo di protesta, e i complici criminali come lui hanno picchiato, sparato, ucciso, violentato. 1000 casi di tortura certificati, 4 morti accertati sono la punta dell’iceberg. La legge non funziona. Правовой дефолт, azzeramento della legge: i capi d’imputazione inverosimili per i manifestanti pacifici o i semplici passanti. I processi sono una farsa: i testimoni hanno il volto coperto e testimoniano sotto nomi di fantasia, confermando le accuse del pubblico ministero che non corrispondono alla versione dell’imputato. Invece della presunzione di innocenza in Bielorussia c’è la presunzione di colpevolezza: non è compito del tribunale dimostrare che sei colpevole ma è l’imputato che deve dimostrare la propria innocenza. Impresa impossibile, mission impossible: le notizie di assoluzione sono estremamente rare.

La propaganda di stato attraverso i media filogovernativi dà il quadro della situazione totalmente distorto. Secondo la versione che promuovono, le proteste sono finanziate dall’estero, i manifestanti sono pagati per fare la comparsa. Ultimamente anche la diaspora è finita nel mirino della propaganda. Per farvi un esempio della retorica che usano, le attiviste della nostra associazione erano descritte come delle escort che si sono trasferite in Italia sposando dei pensionati. Inutile dire che non corrisponde alla verità.

Le notizie che giungono ogni giorno fanno pensare alla guerra, all’occupazione: il corpo antisommossa fa irruzione nelle abitazioni delle persone, effettua gli arresti arbitrari. La gente vive nell’attesa di essere arrestata.

Il paese si sta trasformando nella Corea del Nord. I media indipendenti vengono perseguitati già da tempo, ma le ultime modifiche alla legge del 2 aprile rendono impossibile svolgere il mestiere del giornalista – cosa che era di fatto già complicata e pericolosa da molto tempo. Attualmente 11 giornalisti sono in carcere per aver scritto la verità, i siti internet delle testate indipendenti vengono oscurati, alcune testate indipendenti sono state riconosciute come estremiste e di fatto proibite. Dal 2 aprile fare reportage dalle manifestazioni è equiparato alla partecipazione alle stesse e quindi è punibile a discrezione delle autorità. Il diritto alla manifestazione non è garantito né rispettato: mentre in Italia si notifica alle autorità una manifestazione, in Bielorussia bisogna richiedere l’autorizzazione che solitamente non viene rilasciata; quindi tutte le manifestazione non autorizzate sono punibili come violazioni di legge. I difensori dei diritti umani dell’ong Viasna e altre organizzazioni vengono interrogati quasi tutti i giorni su tutto il territorio nazionale. L’attivista di Viasna Marta Rabkova ha 26 anni, si trova in carcere da settembre con le accuse inverosimili che derivano dal suo attivismo per i diritti umani e rischia fino a 12 anni di carcere”.

Diritti umani in evidente sofferenza, dunque.

“Non c’è la libertà di parola e di espressione: gli arresti per la bandiera biancorossa esposta nella finestra della propria abitazione, per un adesivo, per i colori dell’abbigliamento sono all’ordine del giorno. Lo spazio personale, privacy non esistono più: se vieni fermato dalla polizia, gli agenti controllano il tuo cellulare e se non dai la password, lo si estorce con la violenza.

Lo stato controlla non solo i cellulari, ma anche le tasche dei cittadini: ufficiosamente è vietato ricevere degli aiuti economici dall’estero di qualsiasi natura, se lo stato scopre che hai ricevuto un bonifico, rischi il blocco del conto corrente o della carta bancaria e la confisca della somma. Il regime ha cercato in tutti i modi di impedire ai bielorussi che vivono all’estero di aiutare i connazionali bisognosi in patria.

Ci sono 11 giornalisti in carcere perché avevano scritto la verità; ci sono diversi avvocati ai quali è stata tolta la licenza perché difendevano gli imputati ai processi politici ed esprimevano apertamente la propria posizione. I giornalisti non possono scrivere, gli avvocati non possono difendere, i medici vengono licenziati ai tempi di emergenza sanitaria se sono finiti nel mirino delle repressioni politiche. Che cos’è se non il genocidio subdolo del popolo bielorusso? Ci mancano solo le esecuzioni in piazza, ma ultimamente ho paura di scherzarci sopra, visto l’andamento delle cose.

Dal 21 dicembre 2020 le frontiere terrestri sono chiuse per chi vuole lasciare il paese con il pretesto del Covid-19, ma lo puoi fare in aereo. Ci sono alcune eccezioni che riguardano i residenti all’estero, i trasfertisti e chi deve andare all’estero per le cure mediche. In tutti i casi devi poter certificare la necessità di lasciare il paese, quindi la cortina di ferro è sempre più tangibile.

Le condizioni di detenzione nelle prigioni sono delle torture vere e proprie. I detenuti dormono sui letti senza materassi o per terra, perché le camere sono sovraffollate e i letti non bastano per tutti. Non vengono accompagnati a farsi la doccia, le guardie versano per terra l’acqua con la candeggina e picchiano i detenuti senza motivo”.

Chi sono coloro che si oppongono a Lukashenko?

“Tutta la società è coinvolta nelle proteste e anche nelle repressioni: studenti, pensionati, uomini, donne, perfino disabili.

Il 9 aprile sono stati precisamente 8 mesi dalle elezioni in cui i voti dei bielorussi sono stati rubati e dall’inizio del terrorismo di stato. La Bielorussia è sotto l’occupazione di una banda dei criminali che fanno qualsiasi cosa a chiunque e non rispondono dei danni che recano ai cittadini. In seguito a centinaia di denunce delle violenze, un migliaio di casi di torture certificate e 4 morti le inchieste avviate dalle autorità sono 0. Invece le persone che hanno denunciato le violenze finiscono nel mirino del sistema repressivo e passano dalla parte dei criminali.

Il 21 agosto 2020 a una manifestazione l’attivista e prigioniero politico Pavel Yukhnevich aveva detto: se non vinciamo, il paese si trasformerà in un campo di concentramento. Quella sera Pavel è stato arrestato e condannato a due settimane di reclusione. È stato nuovamente arrestato a distanza di un mese e si trova in carcere tutt’ora. Pavel ha 36 anni e aveva partecipato per la prima volta ad una manifestazione anti-dittatura quando ne aveva 16. Pavel aveva ragione. Ora la Bielorussia si è davvero trasformata in un campo di concentramento”.

Vista dall’esterno la situazione sembra avviata verso una completa “restaurazione” del potere presidenziale pluridecennale di Lukashenko. E’ così?

“In realtà Lukashenko non ha mai mollato il potere. Solo per alcuni giorni dopo le elezioni nella città di Grodno il popolo aveva preso il controllo della città con i mezzi pacifici. Ma ha pagato caro questa rivincita. Le repressioni hanno ristabilito il potere dittatoriale in fretta. Il regime ha in mano le forze dell’ordine, armate e senza scrupoli. La dittatura fa quello che vuole, mentre i cittadini in quanto pacifici e disarmati ne sono completamente alla mercé”.

Situata tra l’Unione Europea e la Russia di Putin - cinico interprete di una egemonia che considera tutti gli stati dell'ex Unione Sovietica "recinto di casa" di Mosca -  la Bielorussia sarà mai uno stato europeo libero e democratico?

“Certamente sì, ma sarà possibile solo ed esclusivamente dopo la caduta del regime di Lukashenko. Con Lukashenko rimarrà per sempre una dittatura. Il paese si stava avviando verso l’occidente già nei primi anni 90, finché Lukashenko non è salito sul trono e non ha cambiato la rotta girandola di 180 gradi. Ma i bielorussi sono un popolo dalla mentalità europea. La nostra cultura ha sempre sentito l’influenza della civiltà occidentale in una maniera molto più marcata rispetto alla Russia anche a causa della posizione geografica del Paese: è il centro geografico dell’Europa e storicamente ha sempre avuto legami con l’occidente molto più ricchi e diretti rispetto alla Russia”.

Come sta continuando anche in queste settimane la repressione dell’opposizione e del dissenso?

“Si sta facendo sempre più pressante: condanne sproporzionatamente pesanti, pressioni psicologiche, torture in carcere. Il regime ha cominciato a fare pressione sugli attivisti attraverso la cosa più cara che ci sia: i figli e la famiglia. Così, la settimana scorsa l’attivista Tatsiana Hatsura-Yavorskaya ha visto la propria famiglia disfarsi per mano del regime. Mentre lei si trovava in carcere per aver organizzato una mostra dedicata ai medici che combattono il Covid in Bielorussia, suo marito - cittadino ucraino - è stato espulso dal paese con il divieto di rientrare per 10 anni. La coppia ha quattro figli di cui due minorenni. Il figlio più piccolo ha seguito il padre. Tatsiana è stata rilasciato il giorno dopo l’espulsione del marito e non ha potuto nemmeno salutarlo.

La prigioniera politica Alena Maushuk, una dei 14 impuntati al processo di Pinsk, ha scritto “mi impiccherò” quando ha saputo che la sua figlia più piccola che ha solo 5 anni è stata prelevata dai servizi sociali direttamente dall’asilo e portata in orfanotrofio mentre il marito di Alena si era recato all’udienza nel tribunale. È indagato insieme alla moglie e altre 12 persone per aver opposto resistenza alle violenze delle forze dell’ordine la notte tra il 9 e il 10 di agosto a Pinsk. Secondo la versione delle autorità, 14 persone di cui una donna hanno provocato lesioni a 109 poliziotti. Alena Maushuk dopo il suo arresto è arrivata nella cella del carcere nuda e piena di lividi. Un altro imputato, Viachaslau Rahashchuk, è stato torturato per alcuni giorni e ha riportato dei traumi dai quali non si è ripreso tutt’ora. Le autorità gli hanno finora negato l’assistenza medica adeguata. Il caso è seguito da Amnesty International che ha lanciato una azione urgente ancora a dicembre, ma senza risultati”.

Quali sono attualmente rispetto a due-tre anni fa le condizioni economiche del paese?

“Sono peggiorale in una maniera significativa e continuano a peggiorare. In Bielorussia se sei disoccupato per più di sei mesi all’anno devi versare i contributi allo stato che avresti versato se avessi un lavoro regolare”.

Come vive la popolazione bielorussa l’emergenza Covid-19? Si conosce ben poco a proposito della realtà della pandemia nel paese.

“Le autorità hanno negato a lungo il pericolo e l’esistenza stessa del virus. Il paese non solo non è ricorso alla quarantena quando l’hanno fatto gli altri paesi del mondo ma inizialmente ha disincentivato in tutti i modi la popolazione dal prendere ogni forma di precauzione, come l’uso di dispositivi di protezione individuale (DPI), il distanziamento sociale, il divieto di assembramenti o le limitazioni agli spostamenti. Il presidente Lukashenko fin dall’inizio ha minimizzato il problema, definendo la pandemia una “psicosi” e facendo numerose affermazioni fuoriluogo come “Voi vedete il virus che svolazza? No? Neanch’io! Quindi il virus non esiste!” e incentivando uno stile di vita irresponsabile, incompatibile con le linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

La parata militare in occasione della festa di 9 maggio 2020 e i festeggiamenti pubblici hanno avuto luogo con le stesse modalità di sempre, proprio per dimostrare alla popolazione che il virus non c’è. Le persone che lavoravano in alcune strutture statali segnalano che la direzione obbliga i dipendenti a non utilizzare le mascherine sul posto di lavoro “per non creare il panico”. Tutto questo mentre Lukashenko si vanta di aver gestito la situazione non solo correttamente ma addirittura in una maniera esemplare, perché l’economia bielorussa non si è fermata durante la pandemia.

Il prezzo di questa decisione è difficile da calcolare in quanto le statistiche ufficiali sono truccate per volontà del presidente di avere numeri contenuti. Non a tutti viene certificato il decesso per Covid-19, ma è frequente trovare una semplice “polmonite” come la causa di morte. Il Ministero della salute non considera nelle statistiche le persone che sono state dichiarate guarite ma sono poi morte ugualmente apparentemente per altre ragioni.

Il bilancio ufficiale al 19 giugno 2020 era di 57.333 contagiati, 35.275 guariti e 337 deceduti, mentre il primo caso risale al 27 febbraio. In tutto sono stati effettuati 821.887 test. Alla luce dell’esperienza italiana per lo stesso periodo e dei racconti delle persone che vivono in Bielorussia questi numeri non sono verosimili.

I cittadini si sono dovuti organizzare privatamente raccogliendo fondi e utilizzando i loro legami con l’estero per acquistare mascherine e altri dispositivi di protezione individuale. Le autorità hanno imposto procedure burocratiche ingombranti per autorizzare gli aiuti agli ospedali. Alcuni medici sono stati accusati di corruzione e tangenti dove per tangenti si intendevano le mascherine e altro materiale raccolto attraverso l’aiuto della popolazione. Allo stesso tempo, i medici che parlavano apertamente delle carenze in ambito sanitario hanno subito pressioni e persecuzioni da parte dei loro datori di lavoro. È esemplare il caso del paramedico Pavel Paleychik, che ha perso il lavoro ed è stato condannato a 7 giorni di carcere dopo aver partecipato allo stream del blogger Sergey Tikhanovsky dove ha raccontato la realtà della struttura dove lavorava.

I mass-media ufficiali parlano poco della pandemia ma grazie ai canali indipendenti (“tut.by”; “svaboda.org”; “charter97.org”) e ad Internet i bielorussi sono informati su quello che sta succedendo realmente nel loro paese e nel mondo. Lo stato non può più manipolare informazione a piacimento. La cattiva gestione della pandemia e le dichiarazioni di Lukashenko hanno posto le basi delle tensioni politiche e le proteste scoppiate dopo le elezioni del 9 agosto.

Adesso del Codiv-19 in Bielorussia si parla poco. Il problema è come se non esistesse. Nelle carceri i detenuti contagiati vengono messi nelle stesse celle dei prigionieri politici: lo stato usa il virus come un’arma contro i dissidenti. In alcune strutture penitenziarie le mascherine non venivano accettate nei pacchi. Chi ha scontato la reclusione esce malato di Covid. Le statistiche ufficiali non sono affidabili”.

Che futuro prevede per la lotta per la libertà del popolo bielorusso?

“Il futuro, come sempre, è alquanto incerto. Sicuramente sarà una lotta dura, estenuante, con tanta sofferenza per il popolo che dovrà pagare un prezzo molto caro per la libertà, in quanto non prevedo una transizione del potere volontariamente da parte dell’usurpatore. Negli ultimi giorni si è ricominciato a parlare dell’annessione alla Russia. Il rischio di guerra civile è palpabile. Spero di sbagliarmi ma questo è quanto percepisco”.

Le prossime elezioni potranno essere meno truccate delle precedenti? “Senza Lukashenko saranno sicuramente libere e trasparenti. Ma se dovessero essere svolte con lui al potere, il risultato sarà quello che abbiamo visto più volte in quasi 27 anni. È sempre stato lui ad orchestrare i brogli. Solo i suoi fedeli possono gestire tutto ciò che riguarda le elezioni: dal capo del comitato elettorale Lidia Yermoshina, subentrata al precedente incaricato Viktar Hanchar, scomparso nel nulla proprio perché era inflessibile nell’osservanza della legge, e fino ai membri delle commissioni elettorali nei seggi che sono gli esecutori materiali dei brogli. Quelli che non si piegano rischiano grosso e a volte pagano con la propria vita, come Konstantin Shishmakov, il capo di un seggio elettorale che nel 2020 ha rifiutato di imbrogliare i risultati ed è scomparso per poi essere ritrovato impiccato in un bosco”.

L’opposizione sarà in grado di esprimere una sua leadership unitaria, capace ancora di più che nell’ultima tornata elettorale di tenere testa all’eterno Lukashenko?

“Questa è una buona domanda. Non lo so. Penso che dopo la caduta di Lukashenko, qualora dovesse accadere non attraverso la transizione del potere pacifica (un ipotesi che non mi sembra purtroppo verosimile) i leader principali torneranno a essere Viktar Babaryka e Siarhei Tsikhanousky, il marito di Svetlana che si era candidata al posto suo, perché il comitato elettorale non l’aveva autorizzato nemmeno a iniziare la raccolta firme per potersi candidare. Era troppo popolare e avrebbe potuto vincere le elezioni. Se invece le nuove elezioni dovessero svolgersi con i leader ancora in carcere, mi è difficile fare qualche tipo di prognosi. Penso che Svetlana rimanga il riferimento, il simbolo e il leader della società civile bielorussa.

L’opposizione intesa come la intendiamo in Europa in Bielorussia non esiste, il dittatore l’ha di fatto eliminata. È per quello che nella situazione attuale non è corretto parlare dell’opposizione bensì della maggioranza democratica che abbiamo visto riversarsi sulle strade dopo le elezioni del 9 agosto, e ancora agli incontri della campagna elettorale di Svetlana Tikhanovskaya. Una campagna elettorale così partecipata dai cittadini come quella del 2020 non si era vista forse dal 1994, quando Lukashenko è asceso al potere per rimanervi per oltre un quarto del secolo”.

 di Pino Scorciapino

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