A cosa mira il nuovo “poliziotto del mondo”

Politica | 10 gennaio 2026
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La bravata di Trump in Venezuela ha innescato fiumi (in piena) di analisi, commenti, interpretazioni e commenti sulle interpretazioni. Noi andiamo all’essenziale, al peggio e al meglio – a nostro avviso ovviamente – di quanto letto e ascoltato tra centinaia di interventi. E, a proposito di interventi, partiamo dalla posizione ufficiale del Governo italiano in una nota di Palazzo Chigi del 3 gennaio con la quale sostiene che «l’azione militare esterna non sia la strada da percorrere per mettere fine ai regimi totalitari, ma considera al contempo legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statuali che alimentano e favoriscono il narcotraffico».
Ma come si fa a ricorrere a quell’aggettivo – “legittimo” – per giustificare l’aggressione Usa al Venezuela? Se legittimano lo strike americano a Caracas si legittimano implicitamente l’invasione del 2022 dell’Ucraina da parte della Russia di Putin e, tra non molto, un attacco della Cina a Taiwan. Una posizione, quella del governo italiano, sconsiderata come poche. Tra decine di aggettivi che potevano usare a Palazzo Chigi hanno usato il più inadeguato e autolesionistico per il nostro paese. Fa danni questa convinzione meloniana di porsi a tutti i costi come ponte tra Usa e Europa e, pur di mantenerla, di sottomettersi a ogni vergogna – logica prima che politica – per tradurla in atto, andando incontro a figuracce internazionali come questa nella crisi venezuelana. Non è determinante che il governo italiano non abbia riconosciuto, dati i brogli e le elezioni truccate, il terzo mandato di Maduro di sei anni di durata, iniziato nel mese di gennaio del 2025.
Nell’imminente furto a mano armata della Groenlandia da parte del presidente in carica degli Stati Uniti con chi si schiererà l’“europea” Giorgia Meloni, con Trump o con l’Unione europea visto che la Groenlandia è un territorio autonomo d’oltremare del regno di Danimarca? Sarà “legittimo” anche fare della Groenlandia il 51° stato degli Usa con le buone o con le cattive? Sembrerebbe, dalle dichiarazioni e prese di posizione più recenti, firmate anche dalla nostra premier, che per ora siamo dalla parte della Danimarca. Ma questo governo è capace di tenere la barra dritta anche di fronte alle più strampalate richieste dell’ammirato amico Donald? E ancora: un “intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statuali che alimentano e favoriscono il narcotraffico” condotto con 150 aerei ed elicotteri d’attacco, con la portaerei più potente del mondo, con una portaelicotteri e altre squadre navali che hanno lasciato sul terreno un centinaio di morti, non sembra un tantino sovradimensionato agli statisti riuniti a Palazzo Chigi nel gravoso compito di partorire la nota ufficiale che abbiamo richiamato? Estensori, peraltro, che nella loro redazione si sono dimenticati – ma guarda un po’ – di scrivere la parola-chiave: petrolio. Una bazzecola.
In nome della Sicurezza Nazionale
Dal peggio al meglio, sempre a nostro avviso, tra tonnellate di analisi. Se in Italia esistesse un “Premio Pulitzer” per il giornalismo candideremmo un magistrale commento di Alan Friedman pubblicato il 5 gennaio su “La Stampa” con il quale, già nel titolo, Trump viene accusato, tra l’altro, di fare il “poliziotto del mondo”. Friedman è noto in Italia. Sessantanovenne, giornalista, scrittore, conduttore televisivo, produttore, sceneggiatore cinematografico, ha collaborato a testate giornalistiche di primo piano (International Herald Tribune, Financial Times, Corriere della Sera, La Stampa) e avuto un ruolo importante nello sviluppo dei canali all news nel nostro paese (Rai News 24 e Sky Tg 24). Anche personaggio televisivo: ha preso parte nel 2024, con una imperdonabile partecipazione, a “Ballando con le stelle”. È sposato con una italiana, vive per buona parte dell’anno nel nostro paese. Ma è statunitense. E non le manda a dire al suo presidente; le accuse gliele canta con una coraggiosa franchezza. Partendo da lontano, dalla “Dottrina Monroe”, assurta a giustificazione di tutto. Così come ormai tutto si può fare e giustificare – uccidere, distruggere, provocare conflitti di questo passo anche nucleari – in nome dell’unico Dio sopravvissuto (assieme allo smartphone) nel XXI secolo: la Sicurezza Nazionale.
Scrive Friedman: «Il 16 dicembre 1904 il presidente Theodore Roosevelt pronunciò un discorso destinato a segnare indelebilmente l’immaginario della politica estera americana. Nel suo messaggio annuale al Congresso, Roosevelt dichiarò gli Stati Uniti “poliziotto del mondo”. Parlava all’emisfero occidentale, richiamando la Dottrina Monroe del 1823, concepita per impedire alle potenze europee di colonizzare l’America del Sud. Ma con il cosiddetto “Corollario Roosevelt”, il presidente rivendicava una nuova prerogativa per il suo paese: “L’esercizio di un potere di polizia internazionale”. Nei decenni successivi, il Corollario sarebbe stato più volte invocato per giustificare interventi militari statunitensi e operazioni segrete della Cia.
«Roosevelt era un imperialista aggressivo e uno showman instancabile. Aveva appena inviato i Marines in Colombia, preso il controllo della striscia di terra tra Atlantico e Pacifico e ribattezzato la zona Panama – uno stato fantoccio sotto il pollice di Washington, a controllo della Zona del Canale. Classico imperialismo americano del XX secolo.
«Oggi però la Dottrina Monroe è stata reinventata da Donald Trump come la “Donroe Doctrine”, trasformando gli Stati Uniti da poliziotto occasionale a gangster globale. Non sorprende che Trump ammiri Putin, un uomo che prende ciò che vuole, che fa ciò che gli pare e non deve rendere conto a nessuno.
«Definire la visione di Trump neoimperialista è fuorviante; si tratta piuttosto di un calcolo di potere (…). “America Fist” non è più uno slogan: è una licenza per controllare, sfruttare, conquistare e annettere le risorse di altre nazioni sotto la maschera della sicurezza nazionale (…)».
Come emerso nella conferenza stampa a caldo dopo il blitz su Caracas. Puntualizza Friedman: «Fin dai primi minuti della conferenza stampa di sabato, qualcosa appariva chiaramente diverso dai precedenti interventi statunitensi. Non si trattava di cambio di regime in Venezuela. Cambiare regime implica sostituzione: rimuovere un dittatore affinché una nazione possa autogovernarsi».
Embargo e azioni militari
Trump rifiuta che Maria Machado, vincitrice del Nobel per la Pace, governi il Venezuela. “Lo gestiremo noi” dice, nominando Marco Rubio viceré de facto. Rubio, già in tv domenica mattina, elenca le condizioni che Washington pretende siano accettate da Delcy Rodriguez e dai restanti seguaci di Maduro. La più importante: consegnare il pieno controllo della produzione petrolifera venezuelana a Washington.
Il segretario di Stato Usa non ha chiarito in che modo verrà esercitato il controllo: l’embargo navale è lo strumento attuale, ma Trump mantiene “l’opzionalità” di ulteriori azioni militari. Per il prossimo futuro, i venezuelani non decideranno il loro destino. Non è liberazione: è occupazione mediante ricatto. Poi si passerà a un voto democratico, anche se non si sa quando e come.
Gli insider di Washington avvertono che gestire il Venezuela non sarà facile, come imparò vent’anni fa Paul Bremer a Baghdad. Il linguaggio di Trump non è da statista: (…) interviene dopo un colpo, prende il territorio e controlla gli altri attori. Maduro non è stato rimosso né per la democrazia né per il narcotraffico; è stato eliminato perché ostacolava il controllo Usa delle maggiori riserve petrolifere del mondo».
Visto che stiamo parlando di Nicolas Maduro, vogliamo essere chiari su di lui. Decine di volte su questo sito ne abbiamo detto tutto il male possibile, come si deve fare nei confronti degli autocrati, dei nemici e soppressori della democrazia, della libertà, dei diritti civili. Abbiamo stigmatizzato i brogli e il voto truccato con il quale è risultato eletto per il terzo mandato (e chissà, forse anche per il secondo), il suo essere senza se e senza ma un dittatore che rinchiude nelle patrie galere migliaia di oppositori, arrestati spesso non si sa sulla base di quali capi d’accusa come - dal mese di novembre del 2024 - il cooperante italiano Alberto Trentini. Ha fatto della repressione e della crisi economica il pane quotidiano dei venezuelani, un terzo dei quali durante le sue presidenze è emigrato all’estero in cerca di condizioni di vita meno misere. Si raccoglie ciò che si semina. Essere circondato e protetto – assai precariamente visti i risultati… – da pretoriani cubani piuttosto che, come dovrebbe essere normale, da uomini dei servizi di sicurezza venezuelani fa apparire l’ex autista di autobus assurto a capo di una nazione un governante d’altri tempi, ancora più dispotico e spregevole. E che sia un dittatore certificato – con buona pace di certe raffinate correnti di pensiero “campiste” nell’ultrasinistra in Italia e in Europa disposte ad applaudire tutti i Kim Jong-un, i Maduro, i Lukashenko, i Kamenei e, fino a non molti mesi fa, gli Assad di questo mondo purché si schierino contro le democrazie e l’Occidente – lo attesta la puntuale tentazione di tutti i dittatori: farsi una milizia di partito o di stato. Nel caso i “Colectivos”, gruppi irregolari e paramilitari che affiancano la Milicia Nacional Bolivariana. Simón Bolívar temiamo che si rivolti nella tomba di fronte a questo tradimento dello spirito libertario messo in scena dalla dittatura venezuelana. Ma se un capo di Stato – legittimo o illegittimo – viene esibito nel 2026 dagli americani in catene così come Giulio Cesare volle a Roma nel suo trionfo Vercingetorice ventuno secoli fa, allora significa che la “nuova” America di oggi fa paura al mondo ed è pericolosa per il mondo perché è regredita agli schemi mentali di conquistatori e tiranni del passato. Non meno violenta e repressiva all’interno. Come dimostra l’esecuzione nella sua auto con tre colpi di pistola a bruciapelo a Minneapolis (stessa città di George Floyd soffocato da agenti di polizia nel 2020) di Renee Good il 7 gennaio scorso. Da parte di un agente dell’Ice, la famigerata agenzia federale che, armata fino ai denti, si occupa del contrasto all’immigrazione. Legittima difesa? No, solo grilletto facile. La Good non era armata. Una mamma di tre figli, bianca, poetessa, 37 anni.
La diversità della “Donroe Doctrine”
Perché Dottrina Monroe e “Donroe Doctrine” sono diverse, molto diverse? Argomenta Friedman: «La Dottrina Monroe, pur imperfetta, si basava su una legittimità difensiva: tenere l’Europa imperiale lontana dalle Americhe nell’Ottocento. Il Corollario Roosevelt aggiungeva il diritto di intervento, sempre mascherato dal linguaggio dell’ordine e della responsabilità democratica. La “Donroe Doctrine” di Trump strappa via anche quel velo. Oggi, il potere americano non è esercitato in nome della democrazia, del diritto internazionale o della sicurezza collettiva. Agisce in nome dell’autorità personale, del vantaggio transnazionale e della forza militare. Da Gaza alla Groenlandia al Venezuela, Trump non parla di democrazia o di istituzioni: parla di controllo. Non parla di sovranità: parla di proprietà».
Linee maestre ormai dentro la testa dei decisori a stelle e strisce, complice una opposizione democratica ai repubblicani ancora più inconsistente e frammentata dell’opposizione al governo in carica qui in Italia. Senza trascurare che nella Corte Suprema sei dei nove giudici filano la lana per l’attuale inquilino della Casa Bianca. Insomma è saltato il sistema dei pesi e contrappesi istituzionali che aveva fatto arrovellare il cervello ai padri costituenti, tanto era stato progettato, rivisto, limato pur di impedire quel potere assoluto che ora invece prende sempre più sfrontata consistenza.
Friedman coglie in pieno i rischi segnalati all’inizio a proposito della benevola “legittimità” dichiarata dalla presidente Meloni in versione vestale romana dell’imperatore-dio Donald: «Il pericolo (…) è come il comportamento (…) di Trump legittimi le pretese territoriali di ogni autocrate del mondo. Se gli Stati Uniti possono prendere il controllo di un paese ricco o instabile, su quale base morale o legale potranno opporsi a Russia e Cina? Trump ha demolito il diritto internazionale, trasformando gli Usa in una nazione canaglia (…)».
Il prossimo obiettivo di Trump sarà la Groenlandia? Friedman ne è convinto: «Dopo il Venezuela, il prossimo obiettivo di Trump è la Groenlandia (…). La Groenlandia non è in vendita; Danimarca e Ue confermano la sovranità. Eppure Trump e il suo entourage continuano a flirtare con annessione o “controllo strategico”, pronti a usare l’esercito contro un alleato Nato. Un tempo sarebbe sembrato fantascienza; oggi, dopo il Venezuela, è plausibile. A Washington Trump sta normalizzando l’idea che la sovranità sia negoziabile, mina ogni garanzia di sicurezza, per l’Ucraina e altrove. L’ironia tragica è che Trump dichiara di proiettare forza, eppure le sue azioni indeboliscono profondamente la credibilità degli Stati Uniti».
L’autore dell’articolo non è mai stato tenero con il quasi ottuagenario che siede nello Studio Ovale, sin dalla sua prima elezione, e, guardando avanti, non vede motivi per essere tranquilli nel mondo, a cominciare dal continente europeo: «La leadership americana non è mai stata solo imposizione di paura. È sempre stata questione di credibilità: la convinzione che gli Stati Uniti, pur con tutte le imperfezioni, difendessero un ordine basato sulle regole. Oggi questa convinzione sta crollando. I membri della Nato non possono più contare sull’impegno statunitense all’articolo 5. L’Europa è stata indicata come nemica nella nuova Strategia di Sicurezza Nazionale, e non è uno scherzo. La risposta dell’Ue al “rapimento” di Maduro da parte di Trump è stata finora debole. Forse gli europei pensavano che Trump volesse sostituire il regime di Caracas con un leader democraticamente eletto. Questo potrebbe accadere in futuro, ma per ora a Maria Machado, come a Zelensky, è stato detto che non ha le carte in mano. Trump e Rubio, invece, ritengono di essersi comprati un burattino in Delcy Rodriguez. A Washington si dà per scontato che gli Stati Uniti riscriveranno le concessioni petrolifere e si assegneranno parte delle ricchezze venezuelane. Trump descrive questo come “compensazione”. (…) Theodore Roosevelt credeva nel potere ma anche nelle responsabilità. Donald Trump crede solo nel potere, nel denaro e nel proprio ego. (…) Trump non ha rilanciato la grandezza americana. Sta accelerando il declino degli Stati Uniti – e abdica a qualsiasi residua leadership morale».
Chissà che pensa di Trump e delle sue pretese Mette Frederiksen, la quarantottenne energica premier danese. Ipotizziamo che consideri le azioni del caro Donald meno “legittime” di quanto le ritenga la sua collega “romana de Roma” Giorgia, che di Mette si dichiara amica.
 di Pino Scorciapino

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