Don Ignazio il piccolo prete che contrastava
la mafia con la dottrina sociale della Chiesa
Società | 29 giugno 2026

Il 2026 segna il centotrentacinquesimo anniversario della promulgazione della Rerum Novarum di Leone XIII (15 maggio 1891), l’Enciclica che inaugura la moderna dottrina sociale della Chiesa. Con questo testo magisteriale, il Pontefice affrontò in modo organico e lungimirante le profonde trasformazioni sociali, economiche e culturali generate dall’avvento della società industriale, offrendo criteri di discernimento e orientamenti, anche di carattere normativo, fondati sulla dignità della persona umana, sulla giustizia sociale e sulla ricerca del bene comune.
Sebbene maturata nel più ampio contesto della società industriale europea, la Rerum Novarum esercitò una significativa influenza anche sulle realtà agricole del Mezzogiorno d’Italia e, in particolare, della Sicilia. Ciò avvenne anche grazie all’opera di vescovi, sacerdoti e laici che seppero tradurre gli orientamenti dell’Enciclica in iniziative pastorali concrete. In questo contesto, la questione sociale assumeva tratti peculiari: povertà diffusa, latifondismo, analfabetismo e fragilità delle istituzioni si intrecciavano con la crescente presenza della criminalità organizzata – la mafia – dando origine a una condizione nella quale l’ingiustizia economica si accompagnava alla subordinazione delle popolazioni. La ricezione del Magistero leoniano si configurò pertanto, non soltanto come una risposta alle esigenze del mondo del lavoro, ma anche come un tentativo di promozione integrale della persona e di riscatto delle comunità locali da forme radicate di dominio.
L’attenzione della Chiesa alle questioni sociali
In questo contesto ecclesiale e sociale maturò la figura di don Ignazio Modica, sacerdote di Casteldaccia, assassinato dalla mafia il 4 dicembre 1921. Gli anni della sua formazione coincisero infatti con la crescente attenzione della Chiesa alle questioni sociali, alimentata dall’impulso offerto sia dalla Enciclica che dalla progressiva diffusione del suo insegnamento. La sua vicenda costituisce una delle testimonianze meno conosciute, ma non per questo meno significative, della recezione concreta del messaggio sociale leoniano nella Sicilia del primo Novecento.
Leone XIII aveva denunciato con forza le disuguaglianze generate dalla concentrazione della ricchezza e dallo sfruttamento dei lavoratori, osservando come «un piccolissimo numero di straricchi hanno imposto all’infinita moltitudine dei proletari un giogo poco meno che servile». La risposta proposta dall’Enciclica non consisteva né nell’adesione al socialismo né nella difesa del liberismo economico, ma nell’affermazione della dignità della persona, della funzione sociale della proprietà, della solidarietà e della responsabilità collettiva. La novità più rilevante risiedeva nell’idea che la fede cristiana non potesse rimanere estranea alle condizioni concrete di vita delle persone e che la promozione della giustizia sociale dovesse diventare parte integrante della missione ecclesiale: i preti – in modo particolare i parroci –, «naturali protettori dei poveri» (Guttadauro, 1893), erano chiamati a ‘scendere’ nelle piazze e lì manifestare. In Sicilia furono questi i principi che favorirono la nascita di cooperative agricole, casse rurali, associazioni di mutuo soccorso e iniziative educative, contribuendo alla formazione di un cattolicesimo sociale attento ai bisogni delle classi popolari e alla crescita civile e culturale delle comunità.
Ed è proprio alla luce di questo contesto che va compresa l’opera di don Ignazio Modica. Le ricerche storiche da me condotte mostrano come il suo ministero fosse profondamente orientato alla promozione del bene comune e della giustizia; la sua azione pastorale non si limitò all’amministrazione dei sacramenti, ma si estese alla vita pubblica e politica della comunità. Sostenendo il candidato espresso dalla Diocesi – Francesco Aguglia, esponente dell’area giolittiana progressista – e assumendo di fatto le funzioni di economo comunale, egli tradusse in prassi gli orientamenti del Magistero, distinguendosi per l’attenzione alla correttezza amministrativa, alla trasparenza nella gestione delle risorse pubbliche e alla tutela degli interessi collettivi.
In una Sicilia nella quale la mafia non rappresentava soltanto un fenomeno criminale, ma un sistema di potere capace di controllare l’economia, influenzare la politica locale e condizionare la vita quotidiana delle comunità, tale impegno assunse inevitabilmente una portata conflittuale. Difendere la legalità, promuovere la responsabilità civica e richiamare al rispetto della dignità delle persone significava mettere in discussione assetti fondati sul privilegio, sul clientelismo, sull’intimidazione e sull’abuso del potere. La criminalità organizzata prosperava proprio nelle condizioni denunciate dalla Rerum Novarum: povertà, disuguaglianza, debolezza delle istituzioni e scarsa partecipazione civile. Per questo ogni iniziativa promossa da don Modica costituiva una minaccia per gli equilibri consolidati.
L’assassinio di don Ignazio Modica, avvenuto la sera del 4 dicembre 1921, non può quindi essere interpretato esclusivamente come un episodio di violenza mafiosa: con la sua eliminazione veniva colpita una concezione della presenza ecclesiale che, proprio sulla scia della Rerum Novarum, si proponeva di contribuire al rinnovamento morale e civile della comunità. Don Modica fu fin da subito percepito come un ostacolo a un sistema di potere incompatibile con i principi di giustizia, solidarietà e promozione umana richiamati dalla stessa Enciclica. La sua morte assume pertanto il significato di una testimonianza coerente e coraggiosa, vissuta fino alle estreme conseguenze.
La vicenda di don Ignazio Modica anticipa, per molti aspetti, quella di sacerdoti che nel corso del Novecento, e ancora nel XXI secolo, avrebbero contrastato la criminalità e le mafie in nome del Vangelo, da don Giuseppe Diana al beato Pino Puglisi, così come di altri che, in contesti e tempi differenti, pagarono con la propria vita per il loro impegno a favore della giustizia e del bene comune. Pur appartenendo a una stagione storica diversa, don Modica mostra come l’impegno civile possa costituire una concreta espressione della missione ecclesiale. A centotrentacinque anni dalla Rerum Novarum, la sua testimonianza conserva ancora una particolare attualità. Le nuove forme di disuguaglianza, le persistenti fragilità sociali e le infiltrazioni criminali nell’economia dimostrano infatti che la questione sociale non appartiene soltanto al passato. La vita – e l’esser-ci nel ‘qui ed ora’ della Storia – e la morte di don Modica ricordano come la dottrina sociale della Chiesa non sia semplicemente un’elaborazione teorica, ma una proposta concreta, particolarmente viva ed attuale, di trasformazione della società, capace di coniugare fede, responsabilità civile e difesa della dignità umana.
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