Fantasmi tra le macerie del Cile

Quindici anni fa, poco più che trentenne, Nona Fernández ha pubblicato un libro con cui è difficile non fare i conti, senza essere necessariamente cileni o vittime di autoritarie oppressioni politiche. Tra le pagine di questo romanzo ci sono i languori e le furie della gioventù, inevitabilmente, la rabbia di chi aveva qualcosa da dire e voleva dirlo in fretta e, possibilmente, urlando. La sua voce arriva forte e chiara, colpevolmente in ritardo nelle nostre librerie, per merito di una casa editrice corsara, la Gran Via, e della traduzione di Stefania Marinoni, allieva di Ilide Carmignani, che aveva già fatto un ottimo lavoro su un altro bel libro pubblicato dalla casa editrice di Narni, “La città che il diavolo si portò via” di David Toscana.
“Mapocho” (210 pagine, 16 euro) è il titolo del debutto della cilena Fernández, che non ha molti padri letterari fra i nomi super popolari dell’America Latina: a volergli dare qualche natale si può forse pensare all’appartato ma imprescindibile Juan Rulfo. Nel Mapocho, fiume della capitale cilena, Santiago, finirono molti corpi senza vita (e i cadaveri galleggianti non vengono risparmiati nel romanzo, con altri dettagli sanguinolenti qua e là), dopo il colpo di Stato del 1973 che depose Salvador Allende: un corso d’acqua pieno di liquami, tutt’altro che limpido, metafora di una ferita non rimarginabile, di una nazione forse irredimibile. Di romanzi sul golpe e sulla dittatura sono pieni gli scaffali di biblioteche e librerie, di storie memorabili sulla transizione post-dittatoriale e addirittura di controstorie del popolo cileno, invece, non ce ne sono molte. “Mapocho” è una di queste: demistifica verità incrollabili, smantella quelle ufficiali, riscrivendole, rivedendole.
La
scintilla narrativa è il ritorno della Bionda a Santiago. L’Indio,
il fratello con cui ha vissuto in passato un amore incestuoso, la
cerca e la invita a tornare a casa, dopo la morte della madre di
entrambi, che li ha separati. Lei e il fratello, come altri
personaggi (a cominciare da Fausto, figura tutt’altro che
marginale) sono fantasmi che vagano tra le macerie di Santiago, hanno
contorni poco definiti, sono quasi proiezioni oniriche e il romanzo è
un labirinto di ricordi, segreti e bugie; nel reticolo di storie una
riguarda anche il Colonnello (ovvero l’immondo Augusto Pinochet),
beccato dai suoi stessi militari, non in alta uniforme, ma con
parrucca, vestaglia di seta rossa, scarpe intonate e mutandine di
pizzo nero al vento, in compagnia delle «pazze», allegra
combriccola di travestiti.
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