Il falso idillio fra Trump e Meloni

Società | 26 giugno 2026
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Bisogna riconoscere che la solidarietà a Giorgia Meloni non è mancata. Più o meno tutti gli uomini e donne delle istituzioni si sono sentiti in obbligo di manifestare un segno di solidarietà nei suoi confronti, un segno di fratellanza a prescindere dalle diversità politiche. Perfino Sergio Mattarella con la sua proverbiale eleganza ha sentito il bisogno di dare tutto il suo appoggio al capo del governo. E ha fatto bene perché la sua solidarietà è stata in soccorso dell’istituzione.
Donald Trump nei giorni scorsi, approfittando di un’improvvisata conferenza stampa al G7, ha sciorinato una serie di pesanti accuse offensive nei confronti della Meloni che, a seguito di prevedibili reazioni e contro reazioni, ha dato ingresso a non auspicate condizioni per l’apertura di una crisi diplomatica fra i due Paesi alleati.
Le accuse sono talmente pesanti che colpiscono il nostro capo del governo non solo nella persona ma anche nella carica istituzionale che ricopre, coinvolgendo di conseguenza, il nostro Paese.
Abbiamo imparato tutti a conoscere il tycoon e credo che il mondo intero si sia fatto l’idea di un Trump con problemi – comunque li si voglia qualificare – per consigliare di intrattenere con lui rapporti assolutamente istituzionali adottando quella necessaria distanza diplomatica che è garanzia di rispetto e considerazione reciproca. Ma se questo vale in situazioni di normalità, a maggior ragione deve valere in situazioni come nel caso che qui ci occupa.
E allora, se per un verso possiamo dire che Trump ha giocato sporco perché ha utilizzato metodi e linguaggio non rituale e al di fuori di qualsiasi regola istituzionale e del buon senso, per altro verso non siamo propensi a credere alla paradossale storia della fotografia che la Meloni avrebbe chiesto a Trump con insistenza tanto da fargli dichiarare testualmente: “Mi ha fatto pena”. Personalmente credo che si sia trattato di una tanto infelice quanto clamorosa boutade; ma non si sa mai.
Però un fatto è sicuramente vero, al di là delle interpretazioni che in molti hanno voluto dare all’invettiva. Invero in molte occasioni il nostro capo del governo ha dovuto prendere decisioni molto importanti per il nostro Paese, in contrasto con le direttive del presidente americano; e lo ha fatto per coerenza politica secondo i programmi europeisti della maggioranza di governo. E qui si è determinato un corto circuito molto aspro. La Meloni era stretta fra due fuochi: la sua maggioranza di governo che deve difendere ad ogni costo perché è portatrice di un programma elettorale che le ha garantito l’ingresso a palazzo Chigi; ma da parte opposta era costretta a subire le pressioni anti-europee da parte del leader americano. Questa circostanza, di non poco conto, è valsa un concreto volta spalle di Trump che ha approfittato dell’occasione per scaricare la leader.
Una storia seria che diventa gossip
Un momento di riflessione: se la Meloni non avesse imboccato la via della tentata (e imposta) amicizia con il tycoon, la questione avrebbe trovato una soluzione idonea o comunque sarebbe stata affrontata nell’ambito dei rapporti istituzionali fra le parti in causa, con serietà, dignità istituzionale, autorevolezza e con la schiena dritta, senza compromesso alcuno; e invece è accaduto che una storia grave e delicata è stata trasformata in una storia molto prossima al gossip che ha trovato campo libero per scagliare la sua invettiva. Come ha impostato la Meloni il rapporto con Trump? Si è dotata, di un equilibrio tale che possa garantire il dovuto rispetto per la carica istituzionale ricoperta e per quello che rappresenta il nostro Paese nello scenario internazionale? È riuscita a infondere sicurezza agli Stati alleati? Ha fatto valere il peso politico dell’Italia all’estero, con determinazione e autorevolezza?
Francamente nutro molte perplessità sulla questione. Nell’attuale legislatura ho visto piuttosto una Meloni in posizione di asservimento e sottomissione nei confronti del presidente americano.
La nostra presidente del consiglio, per accaparrarsi la simpatia del presidente americano ha scelto la via della “amicalità”, quella della piacevolezza, la via più breve, quella fatta di pacche sulle spalle, di sbaciucchiamenti e battutine ridanciane all’insegna della goliardia; alla ricerca di un improbabile rapporto privilegiato da potere anche ostentare ai colleghi statisti.
Il percorso scelto da Giorgia è stato piuttosto quello della prima donna, ma comunque un percorso accidentato: sempre alla ricerca spasmodica di una postazione accanto a Trump, sempre pronta a sfilare in passerella come nelle sfilate di moda, pronta a stare abbarbicata al fianco di Trump per coglierne le più minuscole mosse.
La Meloni però è caduta nella trappola: Trump è un uomo che usa sempre la forza, conscio com’è del proprio potere che esercita in via preminente.
Ritorniamo al fatto specifico per dire che non si può imporre la propria autorevolezza sic et simpliciter, con sorrisi e finta ironia. L’autorevolezza, se c’è, si guadagna sul campo, non si può imporre.
Non mi pare che Giorgia abbia agito in tal senso: è vero che ha adottato una postura più europea anche nei confronti della maggioranza che la sostiene, ma lo ha fatto sempre in maniera equivoca, rimanendo allineata alle politiche di Trump, soprattutto su temi come l’immigrazione e i diritti civili. Giorgia ha seguito la via del doppio binario – per così dire – tentando di coniugare la causa europea con gli indirizzi politici del presidente americano. Ma è cosa impossibile che neanche il più miope dei politologi internazionali potrebbe approvare.
Il bivio sulle pretese di Trump
E dunque arriva il momento in cui i nodi vengono al pettine; proprio quando Trump chiede alla Meloni il proprio appoggio militare – mettendo a disposizione le basi militari di Sigonella in occasione della guerra Usa/Iran.
Meloni si trovò improvvisamente di fronte ad un bivio: acconsentire alla richiesta di Trump, così salvando i rapporti personali e istituzionali (ma in tal modo avrebbe tradito il patto di governo con la maggioranza politica di destra per non dire che i rappresentanti dell’opposizione sarebbero saliti sulle barricate). Oppure avrebbe potuto opporre a Trump un netto rifiuto – come ha fatto – mandando a monte tutto il lavoro di corteggiamento al presidente nel quale tanto aveva creduto, in forza del quale aveva costruito un rapporto fondato sul feeling e sulla reciproca simpatia.
D’altro canto Trump alle elezioni aveva registrato un forte seguito tra i populisti e i nazionalisti promuovendo una visione unilaterale delle reazioni internazionali.
In ogni caso la questione è montata sempre di più con conseguenze inaspettate che mettono in gioco non solo la Meloni personalmente ma direttamente il nostro Paese.
Io sono propenso a pensare che Meloni non abbia fatto nulla per evitare questa crisi politica; era ormai nel tunnel dal quale era difficile venirne fuori (come in effetti si è verificato).
Insomma, se è vero che Trump si è comportato in modo cafonesco, non possiamo negare che Giorgia Meloni, si sia dimostrata incapace di guidare il Paese secondo i canoni del buon senso politico. E avrebbe dovuto farlo innanzitutto nell’interesse del Paese che governa, degli italiani che l’hanno votata. Non è riuscita a manifestare la propria autorevolezza, non è stata determinata fin dall’inizio. E adesso la paga; ma quel che è peggio è che la pagheranno tutti gli italiani. Adesso dobbiamo aspettarci le ritorsioni di Trump che non tarderanno ad arrivare.
Il caso Sigonella
Ma non finisce qui, c’è dell’altro. Quando ero già sul punto di chiudere questo articolo, è arrivata la notizia che il segretario della Nato ha svelato con apposite dichiarazioni che, nel corso della guerra, la base di Sigonella aveva dato il suo appoggio agli aerei americani; e lo ha fatto per più di cinquecento voli. E da qui parte una tempesta di contestazioni da parte dell’opposizione parlamentare verso il governo che parla di voli logistici e non di operazioni militari.
Ma com’è possibile – ci si chiede da più parti – che mentre Trump lamenta il disimpegno dell’Italia mettendo a disposizione le basi di Sigonella, proprio da quella base partivano tanti voli? La questione solleva una vera e propria giustificata sommossa parlamentare che è ancora in atto, visto che ancora in questi momenti non ha ancora trovato idonei chiarimenti e conseguenti soluzioni.
Questa è proprio la dimostrazione del fatto che in questo governo ciascuno agisce motu proprio, senza alcun accordo preventivo.
A questo punto i problemi sono almeno due: il primo riguarda il fatto di avere consentito agli aerei americani di utilizzare la base di Sigonella visto il divieto esplicito che ne fa la nostra Costituzione; il secondo è altrettanto preoccupante se è vero lo stupore mostrato dalla premier sostenendo che non era al corrente di tale concessione. Ma è mai possibile che il capo del governo non ne fosse stato messo a conoscenza? Ebbene pare di sì, salvo che non vogliamo propendere per la tesi che il capo del governo fosse effettivamente a conoscenza e che facesse il doppio gioco.
Bene cara Giorgia, è una brutta gatta da pelare e dovrai risolverla in fretta senza farla sedimentare nel pozzo delle falsità. Noi intanto attendiamo di conoscere i fatti, direttamente dalla tua voce.

 di Elio Collovà

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