Il mondo senza regole nemico dell’Europa
Politica | 1 febbraio 2026
Ha senso nel 2026 l’Unione europea? Chi si ostina a credere nell’Europa è una specie di “ultimo dei Mohicani”, un illuso sognatore? O forse – appunto perché il mondo è alle prese con disordine internazionale, caos e brutalità – siamo più di quanti pensiamo coloro che crediamo nell’unità europea? Non passa giorno senza che su social, stampa, talk show si ascolti peste e corna dell’Europa. Il dileggio raggiunge l’apice con “L’America fa, la Cina copia, l’Europa regola” o, è lo stesso, “L’America innova, la Cina replica, l’Europa regola”. Come dire: l’Europa unita che sa fare se non produrre cataste di norme? Un tiro al bersaglio che si alimenta di un paradosso: crocifiggono l’Europa leader degli stati più antieuropei, responsabili del blocco delle decisioni (Ungheria, Slovacchia, Repubblica ceca, Polonia fino a qualche anno fa) ma che si guardano bene dallo staccarsi dalla sue nutrienti mammelle. Altrove sono esponenti di partiti che hanno connaturato nel dna sovranismo e antieuropeismo e che possono contare sulla grancassa dell’apparato propagandistico e della stampa che li sostiene. Le cause del male che si lamentano del male.
Ma non è tutto detrazione, rifiuto, “j’accuse” strumentale. Sopravvivono – e riteniamo che pur con tutti i mugugni e le delusioni possibili stiano aumentando in questi mesi – coloro che prendono coscienza della cruciale importanza dell’Europa. Per gli europei, per i non europei, per i non europeisti.
Ha scritto il 26 gennaio il professore Fabio Sabatini, ordinario di Economia Politica alla “Sapienza” di Roma su X: «Non passa giorno senza che provi gratitudine per essere nato in Europa. E per avere l’Unione Europea. Ma questa gratitudine non attenua l’angoscia generata da ciò che sta accadendo negli Stati Uniti. Gli omicidi dell’Ice sono un messaggio politico: le istituzioni democratiche sono più fragili di quanto si voglia ammettere, e l’autoritarismo agisce senza rendere conto. Nemmeno la diffusione di prove inconfutabili – come i video che tutti abbiamo visto – basta a impedire che il potere riscriva la realtà. Perché prestarci così tanta attenzione da qui, dall’altra parte dell’Atlantico? Perché il modello americano è l’espressione di un’internazionale dell’autoritarismo che vede nell’Europa un ostacolo strategico, politico, culturale. E perché i semi dell’autoritarismo sono già piantati da tempo anche in Europa, che è già teatro di una guerra cognitiva feroce. Soprattutto in Italia, dove l’ecosistema informativo è molto fragile e la propaganda erode ogni giorno la fiducia nelle istituzioni e nella democrazia. Capire cosa sta succedendo negli Stati Uniti serve a riconoscere i prodromi dell’autoritarismo e rafforzare gli anticorpi necessari per contrastarlo. Perché la democrazia non si difende da sola e non si difende per inerzia. Inoltre, non posso fare a meno di chiedermelo: quanti di noi avrebbero il coraggio di opporsi se, anche qui, l’autoritarismo smettesse di essere un’ipotesi? Se il prezzo non fosse solo una polemica, ma un licenziamento, un’indagine, la fine di una carriera – o la vita? Faremmo un passo avanti sapendo che potrebbe costarci tutto, come è costato ad Alex Pretti?».
Ora che negli Usa di Trump non vediamo nulla che sappia di “alleanza” ce ne rendiamo quotidianamente conto.
L’egoismo Usa che si distacca dall’Europa
«La tendenza degli Stati Uniti ad adottare una politica di sacro egoismo è ogni giorno più marcata. La tradizione isolazionista dei repubblicani, le promesse elettorali di riduzione dei carichi fiscali… contribuiscono allo stesso risultato: un progressivo distacco spirituale, ma che un giorno potrà anche diventare politico e militare, dall’Europa». Parole di oggi, di una attualità impressionante? Invece risalgono al marzo 1954. Le scrisse nientemeno il presidente della Repubblica Luigi Einaudi (confermano la differenza esistente tra uno statista e certi quaquaraquà di politici del nostro tempo aggrappati ai sondaggi). Einaudi le scriveva al presidente del Consiglio Mario Scelba invitandolo a non perder tempo nella ratifica del Trattato istitutivo della Comunità europea di difesa (allora sostenuto con forza dall’amministrazione statunitense). (Luigi Gianniti Per una leva europea in AffarInternazionali, 16 gennaio 2026)
Nei giorni scorsi è stato pubblicato il “Rapporto Ispi 2026”. (Liberi tutti? A cura di Alessandro Colombo e Lucio Magri, 2026). Il Rapporto dell’Istituto per gli studi di politica internazionale descrive un sistema internazionale entrato in una fase di deregolamentazione profonda, in cui l’ordine costruito dopo la Seconda guerra mondale si sta sgretolando senza che emerga un nuovo equilibrio alternativo.
Passaggio a un mondo instabile e insicuro
Il ritorno di Trump alla Casa Bianca accelera una tendenza già in atto. Il passaggio da un mondo regolato a un mondo del “liberi tutti”, più instabile e insicuro.
1. Fine dell’ordine internazionale del dopoguerra. L’ordine basato su Onu, diritto internazionale, multilateralismo e leadership Usa è ormai svuotato di legittimità. Le regole non scompaiono formalmente ma non vengono più rispettate né fatte valere, soprattutto quando limitano l’uso della forza.
2. Rilegittimazione della guerra e crisi del diritto. La guerra torna a essere uno strumento “normale” della politica internazionale. Si indeboliscono: il divieto di uso della forza; il principio di autodeterminazione, il diritto internazionale umanitario. Ucraina e Medio Oriente, così come gli interventi “preventivi” (Israele-Iran, Usa-Venezuela) mostrano una “de-costituzionalizzazione” dell’ordinamento internazionale: il diritto sopravvive ma arretra verso forme più primitive.
3. Diplomazia coercitiva e alleanze fluide. La diplomazia lascia spazio a coercizione economica e militare (dazi, sanzioni, minacce). Le alleanze diventano meno stabili e non esclusive: gli Stati cercano flessibilità, evitano impegni vincolanti e moltiplicano i partner (ibridazione degli allineamenti). La fiducia nella protezione americana è in crisi, anche in Europa.
4. Corsa agli armamenti e rischio nucleare. Aumentano ovunque le spese militari. Si sgretolano i regimi di controllo degli armamenti, compresi quelli nucleari, con abbassamento delle soglie d’uso, ritorno alla deterrenza “muscolare”, rinnovato interesse alla proliferazione.
5. Clima, energia e commercio: il ritorno degli interessi nazionali. Clima: arretramento degli impegni (ritiro Usa da Parigi, scarsa cooperazione globale). Energia: priorità a sicurezza competitiva, non alla transizione verde. Commercio: crisi del multilateralismo Wto, aumento di dazi e accordi selettivi, frammentazione delle catene globali.
6. Finanza, tecnologia, Intelligenza Artificiale e spazio. La finanza resta globalizzata ma senza adeguata governance, con rischi sistemici crescenti. Intelligenza Artificiale e spazio diventano campi di competizione strategica, più che di cooperazione, dominati da logiche di potenza e sovranità tecnologica. L’Europa resta strutturalmente debole.
7. Il nodo europeo. L’Ue è l’attore più esposto: ha investito su regole, diritto e cooperazione, proprio mentre il mondo va nella direzione opposta. La conclusione di Mario Monti nel Rapporto Ispi 2026 richiama l’urgenza di rafforzare la capacità strategica europea, senza rinunciare al multilateralismo ma adattandolo a un contesto molto più conflittuale.
Conclusioni. Il Rapporto Ispi 2026 sostiene che la libertà senza regole non produce più libertà ma disordine permanente, e che il vero rischio non è l’anarchia pura, bensì un mondo in cui la forza sostituisce stabilmente il diritto.
Se questo è il mondo senza regole che già da qualche anno si sta affermando, il mondo del “liberi tutti” come lo definisce l’Ispi, noi europei abbiamo due alternative: o credere nell’Europa unita e agire di conseguenza o non credere nell’Europa unita e però trarre le debite conseguenze. Tertium non datur, scrivevano i romani. Dunque: a) trarre le conseguenze significa chiudere le sedi di Bruxelles e rintanarci nei sovranismi da tanti piccoli indiani che contano quanto il due di coppe nella briscola a denari. Oppure: b) perseverare, anzi accelerare, nelle politiche di coesione e integrazione. Non ritirando ma cedendo a Bruxelles prerogative nazionali perché l’Unione europea non sia l’Ue degli stati, gelosi difensori di datati campanilismi, ma l’Ue del popolo europeo, sempre più federale. Insomma decidere: essere “homo europeus” o “homo magiarus” o “homo padanus” e basta.
Lotta intorno alle macerie della democrazia
Sulle macerie della democrazia provocate dalla galoppante degenerazione autocratica si combatte una battaglia esistenziale nella quale sono in gioco le libertà, le regole, il diritto, i diritti umani e civili. Che non sono – spregiativamente – orpelli da piegare ai voleri del boss di turno. Pur con tutti i difetti dell’Unione europea. Che esistono. Ma diventa ogni giorno di più evidente che, d’accordo, “L’Ue è la peggiore, eccetto tutte le altre”. Titolo efficacissimo di un contributo del giornalista austriaco Oliver Grimm su “Il Mattinale Europeo” del 27 gennaio 2026: «In tutta Europa, il primo anno del secondo mandato del presidente Trump ha acuito, in una parte crescente dell’opinione pubblica europea, la percezione che l’America sia diventata un luogo molto oscuro. Il 73 per cento degli intervistati nell’ultimo sondaggio Eurobazooka di “Le Grand Continent” ritiene che l’Europa debba contare solo su sé stessa per la propria sicurezza, senza fare affidamento sugli Stati Uniti. Solo il 22 per cento pensa ancora che l’America verrebbe in aiuto dell’Europa. Il 51 per cento considera Trump un “nemico dell’Europa”, mentre il 44 per cento afferma che si comporta come un dittatore. Per il 64 per cento, la politica estera americana può essere definita “ricolonizzazione” e “predatoria”. In breve: la celebre osservazione di Robert Kagan nel suo saggio del 2002 “Power and Weakness” suona oggi forse ancora più vera di allora. “Sulle grandi questioni strategiche e internazionali”, scriveva Kagan sulla “Policy Review”, “gli americani vengono da Marte e gli europei da Venere: concordano su poco e si capiscono sempre meno”. Eppure, al di là della battuta, molto è cambiato. E in modo fondamentale. “L’Europa si sta allontanando dal rapporto di forza, o per dirla in altro modo, sta andando oltre il rapporto di forza verso un mondo autosufficiente di leggi, regole e cooperazione transnazionali”, scriveva Kagan. Vladimir Putin ha posto fine a questo “paradiso post-storico di pace e relativa prosperità, la realizzazione della Pace perpetua di Kant” il 24 febbraio 2022. Lentamente, controvoglia, ma infine con ostinata determinazione, negli ultimi tre anni e undici mesi gli europei hanno fatto i conti con “il mondo hobbesiano anarchico in cui le leggi e le regole internazionali sono inaffidabili e in cui la vera sicurezza, così come la difesa e la promozione di un ordine liberale dipendono ancora dal possesso e dall’uso della forza militare”. Finora hanno sostenuto la sopravvivenza di un’Ucraina libera e democratica con quasi 200 miliardi di euro. Stanno ricostruendo la loro industria della difesa. I fondi europei finanziano l’ammodernamento degli eserciti nazionali e il rifornimento degli arsenali. E, sebbene ancora sfumate, le garanzie di sicurezza europee per l’Ucraina stanno prendendo forma. In altre parole, Venere sta indossando un’armatura e brandendo una spada. Oggi l’America minaccia di ritirare le proprie truppe dal continente. Giocando imprudentemente con l’idea di impadronirsi militarmente della Groenlandia, il presidente Trump ha quasi spinto la Nato sull’orlo dell’abisso. “La potenza americana ha reso possibile per gli europei credere che la potenza non fosse più importante”, scriveva Kagan. Era vero allora. Non lo è più oggi».
La differenza tra Europa e Usa e Europa
Ma quale è la differenza su cui Grimm insiste tra Europa e attuali Stati Uniti così come tra Europa e resto del mondo? «L’Unione europea continua ad aggrapparsi a quel “mondo autosufficiente di leggi, regole e cooperazione transnazionali”. Il presidente Trump e il movimento Maga lo definirebbero ingenuo (o, nel loro lessico, “stupido”). Ma funziona. (…) Gli europei hanno già concluso accordi commerciali con il Mercosur e con l’India. Persino un nazionalista di razza (fiamminga) come il primo ministro belga, Bart De Wever, si è improvvisamente messo a lodare l’integrazione europea. “Le persone vogliono entrare nell’Unione europea. Nessuno vuole entrare in Cina”, ha detto a Davos. “Nessuno, tra i vicini degli Stati Uniti, dice: vogliamo entrare negli Stati Uniti. Nessuno lo vuole. Vogliono entrare nell’Unione europea perché abbiamo rispetto. Abbiamo lo Stato di diritto. E parliamo a bassa voce”. Naturalmente, il progetto europeo è imperfetto. Lo Stato di diritto è forte solo quanto lo è la volontà collettiva degli Stati membri di difenderlo quando uno di essi deraglia. La brutalità delle forze dell’ordine è, purtroppo, endemica in diversi paesi. Il trattamento dei migranti, regolari o irregolari che siano, è talvolta disumano, spesso negligente e frequentemente contaminato da una diffidenza generalizzata verso tutto ciò che è straniero. Ma, tutto sommato, l’Europa resta una comunità politica in cui i cittadini possono esercitare i propri diritti civici e protestare pacificamente contro i governi senza temere di finire con un proiettile in testa. Gli europei vivono più a lungo e in condizioni di salute migliori degli americani, i loro figli muoiono meno spesso in età infantile e la probabilità di essere colpiti da un’arma da fuoco è di diversi ordini di grandezza inferiore rispetto agli Stati Uniti. I sistemi sanitari nazionali europei sono sotto crescente pressione, ma offrono cure significativamente più rapide e accessibili rispetto a quelle statunitensi. (…) Il sistema di pesi e contrappesi, tanto caro ai profeti dell’eccezionalismo americano, appare sempre più logoro sulla sponda occidentale dell’Atlantico, con un governo federale che rifiuta in modo sempre più esplicito di essere vincolato dalla legge. In Europa, più livelli di controllo limitano il potere di qualsiasi attore individuale. Questo rende talvolta l’Unione europea esasperatamente lenta. Ma tiene a bada ogni aspirante tiranno».
Se non ce ne rendiamo conto non capiremo mai che è a rischio di scomparire non solo una istituzione “burocratica” - come la bollano spregiativamente patrioti e sovranisti di casa nostra, vecchi e nuovi brexitiani, aspiranti ducetti di provincia in vari angoli del continente - ma una civiltà di diritti pazientemente costruita in più secoli. Dobbiamo lavorare perché a queste conquiste si aggiunga il diritto umano alla pace. Tutta roba - i diritti - in tragico arretramento nel mondo.
di Pino Scorciapino
Ma non è tutto detrazione, rifiuto, “j’accuse” strumentale. Sopravvivono – e riteniamo che pur con tutti i mugugni e le delusioni possibili stiano aumentando in questi mesi – coloro che prendono coscienza della cruciale importanza dell’Europa. Per gli europei, per i non europei, per i non europeisti.
Ha scritto il 26 gennaio il professore Fabio Sabatini, ordinario di Economia Politica alla “Sapienza” di Roma su X: «Non passa giorno senza che provi gratitudine per essere nato in Europa. E per avere l’Unione Europea. Ma questa gratitudine non attenua l’angoscia generata da ciò che sta accadendo negli Stati Uniti. Gli omicidi dell’Ice sono un messaggio politico: le istituzioni democratiche sono più fragili di quanto si voglia ammettere, e l’autoritarismo agisce senza rendere conto. Nemmeno la diffusione di prove inconfutabili – come i video che tutti abbiamo visto – basta a impedire che il potere riscriva la realtà. Perché prestarci così tanta attenzione da qui, dall’altra parte dell’Atlantico? Perché il modello americano è l’espressione di un’internazionale dell’autoritarismo che vede nell’Europa un ostacolo strategico, politico, culturale. E perché i semi dell’autoritarismo sono già piantati da tempo anche in Europa, che è già teatro di una guerra cognitiva feroce. Soprattutto in Italia, dove l’ecosistema informativo è molto fragile e la propaganda erode ogni giorno la fiducia nelle istituzioni e nella democrazia. Capire cosa sta succedendo negli Stati Uniti serve a riconoscere i prodromi dell’autoritarismo e rafforzare gli anticorpi necessari per contrastarlo. Perché la democrazia non si difende da sola e non si difende per inerzia. Inoltre, non posso fare a meno di chiedermelo: quanti di noi avrebbero il coraggio di opporsi se, anche qui, l’autoritarismo smettesse di essere un’ipotesi? Se il prezzo non fosse solo una polemica, ma un licenziamento, un’indagine, la fine di una carriera – o la vita? Faremmo un passo avanti sapendo che potrebbe costarci tutto, come è costato ad Alex Pretti?».
Ora che negli Usa di Trump non vediamo nulla che sappia di “alleanza” ce ne rendiamo quotidianamente conto.
L’egoismo Usa che si distacca dall’Europa
«La tendenza degli Stati Uniti ad adottare una politica di sacro egoismo è ogni giorno più marcata. La tradizione isolazionista dei repubblicani, le promesse elettorali di riduzione dei carichi fiscali… contribuiscono allo stesso risultato: un progressivo distacco spirituale, ma che un giorno potrà anche diventare politico e militare, dall’Europa». Parole di oggi, di una attualità impressionante? Invece risalgono al marzo 1954. Le scrisse nientemeno il presidente della Repubblica Luigi Einaudi (confermano la differenza esistente tra uno statista e certi quaquaraquà di politici del nostro tempo aggrappati ai sondaggi). Einaudi le scriveva al presidente del Consiglio Mario Scelba invitandolo a non perder tempo nella ratifica del Trattato istitutivo della Comunità europea di difesa (allora sostenuto con forza dall’amministrazione statunitense). (Luigi Gianniti Per una leva europea in AffarInternazionali, 16 gennaio 2026)
Nei giorni scorsi è stato pubblicato il “Rapporto Ispi 2026”. (Liberi tutti? A cura di Alessandro Colombo e Lucio Magri, 2026). Il Rapporto dell’Istituto per gli studi di politica internazionale descrive un sistema internazionale entrato in una fase di deregolamentazione profonda, in cui l’ordine costruito dopo la Seconda guerra mondale si sta sgretolando senza che emerga un nuovo equilibrio alternativo.
Passaggio a un mondo instabile e insicuro
Il ritorno di Trump alla Casa Bianca accelera una tendenza già in atto. Il passaggio da un mondo regolato a un mondo del “liberi tutti”, più instabile e insicuro.
1. Fine dell’ordine internazionale del dopoguerra. L’ordine basato su Onu, diritto internazionale, multilateralismo e leadership Usa è ormai svuotato di legittimità. Le regole non scompaiono formalmente ma non vengono più rispettate né fatte valere, soprattutto quando limitano l’uso della forza.
2. Rilegittimazione della guerra e crisi del diritto. La guerra torna a essere uno strumento “normale” della politica internazionale. Si indeboliscono: il divieto di uso della forza; il principio di autodeterminazione, il diritto internazionale umanitario. Ucraina e Medio Oriente, così come gli interventi “preventivi” (Israele-Iran, Usa-Venezuela) mostrano una “de-costituzionalizzazione” dell’ordinamento internazionale: il diritto sopravvive ma arretra verso forme più primitive.
3. Diplomazia coercitiva e alleanze fluide. La diplomazia lascia spazio a coercizione economica e militare (dazi, sanzioni, minacce). Le alleanze diventano meno stabili e non esclusive: gli Stati cercano flessibilità, evitano impegni vincolanti e moltiplicano i partner (ibridazione degli allineamenti). La fiducia nella protezione americana è in crisi, anche in Europa.
4. Corsa agli armamenti e rischio nucleare. Aumentano ovunque le spese militari. Si sgretolano i regimi di controllo degli armamenti, compresi quelli nucleari, con abbassamento delle soglie d’uso, ritorno alla deterrenza “muscolare”, rinnovato interesse alla proliferazione.
5. Clima, energia e commercio: il ritorno degli interessi nazionali. Clima: arretramento degli impegni (ritiro Usa da Parigi, scarsa cooperazione globale). Energia: priorità a sicurezza competitiva, non alla transizione verde. Commercio: crisi del multilateralismo Wto, aumento di dazi e accordi selettivi, frammentazione delle catene globali.
6. Finanza, tecnologia, Intelligenza Artificiale e spazio. La finanza resta globalizzata ma senza adeguata governance, con rischi sistemici crescenti. Intelligenza Artificiale e spazio diventano campi di competizione strategica, più che di cooperazione, dominati da logiche di potenza e sovranità tecnologica. L’Europa resta strutturalmente debole.
7. Il nodo europeo. L’Ue è l’attore più esposto: ha investito su regole, diritto e cooperazione, proprio mentre il mondo va nella direzione opposta. La conclusione di Mario Monti nel Rapporto Ispi 2026 richiama l’urgenza di rafforzare la capacità strategica europea, senza rinunciare al multilateralismo ma adattandolo a un contesto molto più conflittuale.
Conclusioni. Il Rapporto Ispi 2026 sostiene che la libertà senza regole non produce più libertà ma disordine permanente, e che il vero rischio non è l’anarchia pura, bensì un mondo in cui la forza sostituisce stabilmente il diritto.
Se questo è il mondo senza regole che già da qualche anno si sta affermando, il mondo del “liberi tutti” come lo definisce l’Ispi, noi europei abbiamo due alternative: o credere nell’Europa unita e agire di conseguenza o non credere nell’Europa unita e però trarre le debite conseguenze. Tertium non datur, scrivevano i romani. Dunque: a) trarre le conseguenze significa chiudere le sedi di Bruxelles e rintanarci nei sovranismi da tanti piccoli indiani che contano quanto il due di coppe nella briscola a denari. Oppure: b) perseverare, anzi accelerare, nelle politiche di coesione e integrazione. Non ritirando ma cedendo a Bruxelles prerogative nazionali perché l’Unione europea non sia l’Ue degli stati, gelosi difensori di datati campanilismi, ma l’Ue del popolo europeo, sempre più federale. Insomma decidere: essere “homo europeus” o “homo magiarus” o “homo padanus” e basta.
Lotta intorno alle macerie della democrazia
Sulle macerie della democrazia provocate dalla galoppante degenerazione autocratica si combatte una battaglia esistenziale nella quale sono in gioco le libertà, le regole, il diritto, i diritti umani e civili. Che non sono – spregiativamente – orpelli da piegare ai voleri del boss di turno. Pur con tutti i difetti dell’Unione europea. Che esistono. Ma diventa ogni giorno di più evidente che, d’accordo, “L’Ue è la peggiore, eccetto tutte le altre”. Titolo efficacissimo di un contributo del giornalista austriaco Oliver Grimm su “Il Mattinale Europeo” del 27 gennaio 2026: «In tutta Europa, il primo anno del secondo mandato del presidente Trump ha acuito, in una parte crescente dell’opinione pubblica europea, la percezione che l’America sia diventata un luogo molto oscuro. Il 73 per cento degli intervistati nell’ultimo sondaggio Eurobazooka di “Le Grand Continent” ritiene che l’Europa debba contare solo su sé stessa per la propria sicurezza, senza fare affidamento sugli Stati Uniti. Solo il 22 per cento pensa ancora che l’America verrebbe in aiuto dell’Europa. Il 51 per cento considera Trump un “nemico dell’Europa”, mentre il 44 per cento afferma che si comporta come un dittatore. Per il 64 per cento, la politica estera americana può essere definita “ricolonizzazione” e “predatoria”. In breve: la celebre osservazione di Robert Kagan nel suo saggio del 2002 “Power and Weakness” suona oggi forse ancora più vera di allora. “Sulle grandi questioni strategiche e internazionali”, scriveva Kagan sulla “Policy Review”, “gli americani vengono da Marte e gli europei da Venere: concordano su poco e si capiscono sempre meno”. Eppure, al di là della battuta, molto è cambiato. E in modo fondamentale. “L’Europa si sta allontanando dal rapporto di forza, o per dirla in altro modo, sta andando oltre il rapporto di forza verso un mondo autosufficiente di leggi, regole e cooperazione transnazionali”, scriveva Kagan. Vladimir Putin ha posto fine a questo “paradiso post-storico di pace e relativa prosperità, la realizzazione della Pace perpetua di Kant” il 24 febbraio 2022. Lentamente, controvoglia, ma infine con ostinata determinazione, negli ultimi tre anni e undici mesi gli europei hanno fatto i conti con “il mondo hobbesiano anarchico in cui le leggi e le regole internazionali sono inaffidabili e in cui la vera sicurezza, così come la difesa e la promozione di un ordine liberale dipendono ancora dal possesso e dall’uso della forza militare”. Finora hanno sostenuto la sopravvivenza di un’Ucraina libera e democratica con quasi 200 miliardi di euro. Stanno ricostruendo la loro industria della difesa. I fondi europei finanziano l’ammodernamento degli eserciti nazionali e il rifornimento degli arsenali. E, sebbene ancora sfumate, le garanzie di sicurezza europee per l’Ucraina stanno prendendo forma. In altre parole, Venere sta indossando un’armatura e brandendo una spada. Oggi l’America minaccia di ritirare le proprie truppe dal continente. Giocando imprudentemente con l’idea di impadronirsi militarmente della Groenlandia, il presidente Trump ha quasi spinto la Nato sull’orlo dell’abisso. “La potenza americana ha reso possibile per gli europei credere che la potenza non fosse più importante”, scriveva Kagan. Era vero allora. Non lo è più oggi».
La differenza tra Europa e Usa e Europa
Ma quale è la differenza su cui Grimm insiste tra Europa e attuali Stati Uniti così come tra Europa e resto del mondo? «L’Unione europea continua ad aggrapparsi a quel “mondo autosufficiente di leggi, regole e cooperazione transnazionali”. Il presidente Trump e il movimento Maga lo definirebbero ingenuo (o, nel loro lessico, “stupido”). Ma funziona. (…) Gli europei hanno già concluso accordi commerciali con il Mercosur e con l’India. Persino un nazionalista di razza (fiamminga) come il primo ministro belga, Bart De Wever, si è improvvisamente messo a lodare l’integrazione europea. “Le persone vogliono entrare nell’Unione europea. Nessuno vuole entrare in Cina”, ha detto a Davos. “Nessuno, tra i vicini degli Stati Uniti, dice: vogliamo entrare negli Stati Uniti. Nessuno lo vuole. Vogliono entrare nell’Unione europea perché abbiamo rispetto. Abbiamo lo Stato di diritto. E parliamo a bassa voce”. Naturalmente, il progetto europeo è imperfetto. Lo Stato di diritto è forte solo quanto lo è la volontà collettiva degli Stati membri di difenderlo quando uno di essi deraglia. La brutalità delle forze dell’ordine è, purtroppo, endemica in diversi paesi. Il trattamento dei migranti, regolari o irregolari che siano, è talvolta disumano, spesso negligente e frequentemente contaminato da una diffidenza generalizzata verso tutto ciò che è straniero. Ma, tutto sommato, l’Europa resta una comunità politica in cui i cittadini possono esercitare i propri diritti civici e protestare pacificamente contro i governi senza temere di finire con un proiettile in testa. Gli europei vivono più a lungo e in condizioni di salute migliori degli americani, i loro figli muoiono meno spesso in età infantile e la probabilità di essere colpiti da un’arma da fuoco è di diversi ordini di grandezza inferiore rispetto agli Stati Uniti. I sistemi sanitari nazionali europei sono sotto crescente pressione, ma offrono cure significativamente più rapide e accessibili rispetto a quelle statunitensi. (…) Il sistema di pesi e contrappesi, tanto caro ai profeti dell’eccezionalismo americano, appare sempre più logoro sulla sponda occidentale dell’Atlantico, con un governo federale che rifiuta in modo sempre più esplicito di essere vincolato dalla legge. In Europa, più livelli di controllo limitano il potere di qualsiasi attore individuale. Questo rende talvolta l’Unione europea esasperatamente lenta. Ma tiene a bada ogni aspirante tiranno».
Se non ce ne rendiamo conto non capiremo mai che è a rischio di scomparire non solo una istituzione “burocratica” - come la bollano spregiativamente patrioti e sovranisti di casa nostra, vecchi e nuovi brexitiani, aspiranti ducetti di provincia in vari angoli del continente - ma una civiltà di diritti pazientemente costruita in più secoli. Dobbiamo lavorare perché a queste conquiste si aggiunga il diritto umano alla pace. Tutta roba - i diritti - in tragico arretramento nel mondo.
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