La scuola di Mattarella
un luogo che integra
Politica | 23 settembre 2026

La memoria è sempre più corta. Era il 1990, e Sergio Mattarella - allora Ministro della Pubblica Istruzione, oggi Presidente di una Repubblica che fatica a riconoscere le sue radici - chiese che gli studenti stranieri fossero distribuiti fra le classi, non ammassati, non isolati come corpi estranei da tenere a distanza. L'Italia di allora era un paese che i migranti non li conosceva ancora: appena lo 0,8 per cento della popolazione, mezzo milione di anime disperse in cinquantasei milioni e mezzo, un fantasma statistico più che una presenza. Eppure quel gesto, così dimesso, così burocraticamente pudico, conteneva già tutta una visione del mondo: la scuola come luogo che cuce, non che smista; che integra, non che seleziona. Oggi quelle parole ci raggiungono come un rimprovero da un'epoca più saggia della nostra.
Il mondo, nel frattempo, è cambiato. In Italia siamo al 9,2 per cento di migranti in attesa di cittadinanza: cinque milioni e quattrocentomila persone su quasi cinquantanove. Non più fantasmi, ma carne viva del corpo nazionale. E proprio ora, in questo corpo che muta, qualcuno vorrebbe reintrodurre - con l'astuzia di chi traveste la paura da buon senso amministrativo - un tetto del 30 per cento: il divieto, per un ragazzo o una ragazza venuti da altrove, o nati qui e ancora in attesa che la cittadinanza si degni di riconoscerli, di attraversare la soglia della scuola sotto casa. Poco importa che il fenomeno riguardi oggi un pugno di classi, tremila appena, meno dell'uno per cento: la quantità non è mai stata il vero problema. Il problema è il seme. Ogni ghetto, nella storia, è cominciato con un numero che sembrava irrilevante, con un confine tracciato per gioco che poi si è fatto muro.
E c'è, in questo ritorno del passato come argomento, qualcosa che va oltre la distrazione statistica: c'è la malafede vera, quella che sa e finge di non sapere. Evocare il ministro di trentasei anni fa per rispondere al Presidente che parla dell'Italia di oggi e soprattutto di domani non è un argomento, è un travestimento. È usare la storia come alibi contro il presente che la storia stessa ha generato.
Da una malafede simile a questa nasce, senza più infingimenti, la follia della remigrazione: deportare gli immigrati come Trump o render loro la vita impossibile perché se ne vadano da soli, come teorizza il leader del nuovo movimento neofascista italiano. Con effetti devastanti sul nostro Paese, anche dal punto di vista economico. I conti li ha fatti l'Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani: portare la presenza straniera dal 9,1 al 4 per cento significherebbe far partire 3,14 milioni di persone, 1,51 milioni delle quali lavoratori. Costo: 337,5 miliardi di euro, più una perdita annua di valore aggiunto fino a 108 miliardi. Una distopia nera che si rivela, anche solo a contarla, una rovina.
Non è dunque soltanto una follia morale. È un conto che torna sempre in perdita. E non è troppo tardi - non lo è mai - per prendere le distanze dai neofascisti: la ricetta per combatterli esiste, ed è la stessa a destra come a sinistra. Sono anzitutto i conservatori di questo Paese a dover prendere l’iniziativa, per non farsi divorare dai neofascisti. E la ricetta non è imitarli.
Condiviso dal profilo Facebook di Davide Camarrone
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