La Torre e Terranova diedero 50 anni fa un volto a Cosa nostra

Pio La Torre e Cesare Terranova furono un binomio perfetto.
L’uno, sindacalista e uomo di combattimento, vive la lotta per l’occupazione delle terre. È consigliere comunale durante il sacco di Palermo. Viene da una borgata della cintura cittadina. Insomma, un uomo che ha conosciuto la mafia in tutte le sue fasi.
L’altro aveva istruito i processi più importanti e mandato all’ergastolo Luciano Liggio. Combatteva sostanzialmente a mani nude, in assenza di strumenti giuridici funzionali alla portata del fenomeno. Li avremo, com’è noto, dopo l’uccisione di Terranova, Mattarella, la Torre e Dalla Chiesa. Se a Bari e a Catanzaro Riina, Provenzano, Messina Denaro padre, Salvatore Greco, Tommaso Buscetta, Leoluca Bagarella ed altri non fossero stati “graziati” con la “insufficienza di prove”, forse ci saremmo risparmiati, negli anni a venire, qualche migliaio di morti. Non è un caso che dopo quei processi ed a seguito di quelle assoluzioni, venne ricostituita la Cupola. Furono assoluzioni che accrebbero la loro autorevolezza interna a Cosa nostra ed il loro potere, anche intimidatorio, all’esterno.
La relazione di minoranza ha rotto un tabù, quello del mistero e dell’anonimato sostanziale di Cosa nostra. Quel documento è importante perché è la prima ed unica volta in cui è la politica ad indirizzare le indagini della magistratura. Non succederà più. E poi perché “oscura” la relazione di maggioranza. Non ne parlerà mai nessuno, infatti, anche se conteneva degli spunti apprezzabili. Il documento dell’antimafia, dal 1976 in poi, sarà quello di minoranza!
Cambia, da lì in poi, il modo di raffigurare la mafia: “onorata società” e paternalismo cominciano a sfumare, la filmografia si orienta sempre più verso una rappresentazione più reale, più vicina alla dimensione effettiva di Cosa nostra.
Con quel documento, invece, Cosa nostra diventa una organizzazione riconoscibile con i suoi capi, gli aderenti ed i collegamenti politici ed imprenditoriali. Emerge la funzione non solo criminale, ma politica. Possiamo dire che ancora prima che Buscetta disegnasse il quadro dall’interno di quel mondo, la relazione di minoranza ne descrisse il quadro dall’esterno. Quasi dieci anni prima! La forza di quella relazione fu proprio la capacità di disegnare Cosa nostra ed il mondo attorno a cui si muoveva. Gioia, Lima, Ciancimino, Di Fresco e tanti altri capi della Dc del tempo vengono collocati nella loro funzione non solo politica, ma nelle loro relazioni con le cosche. È il tempo in cui le varianti urbanistiche, le singole concessioni, perfino l’azione della Chiesa e dei suoi beni soggiacciono al volere della politica e della mafia. È la Palermo degli anni ’60 e ’70.
Le sentinelle della democrazia
Insomma, con la relazione del 1976 finisce il tempo delle domande e comincia quello delle risposte. Qui sta il significato straordinario e per certi aspetti rivoluzionario di quella relazione.
Ma quella relazione fu scritta anche e soprattutto da centinaia di uomini e donne che avevano fiducia nel loro partito e nel loro sindacato. Erano militanti politici e sindacali che nei quartieri della città e nei comuni della provincia, nelle fabbriche, nelle terre e nei cantieri edili non solo erano esposti nella lotta politica, ma anche determinati a cambiare le cose. Erano le sentinelle della democrazia italiana nella lotta contro la mafia. Gli omicidi di 57 sindacalisti nel dopoguerra non intimidirono uomini e donne che vivevano la lotta alla mafia come la lotta di liberazione che durante il fascismo in Sicilia non c’era stata.
A completare questo quadro sono i documenti di tutte le federazioni provinciali del Pci.
Andrebbero letti perché sono pagine di storia della Sicilia che difficilmente si studiano e meriterebbero di essere raccontati, soprattutto a coloro i quali pensano che la cultura della Sicilia sia mafiosa.
Con la relazione della federazione di Palermo, mi limito a quella, si offre un quadro completo del cosiddetto sacco di Palermo, lo sventramento a Nord della città. Fu il tempo del cemento, degli omicidi e delle stragi. L’accaparramento delle aree edificabili fu la scintilla di quella che si sarebbe poi chiamata prima guerra di mafia. In quel documento ci sono fatti, contesti politici e criminali rigorosi ed inconfutabili. E poi la manutenzione delle strade e fogne a Palermo e della pubblica illuminazione, veri incubatori di mafia e corruzione. La gestione dei Cassina dell’appalto si protraeva dagli anni 40 a mezzo di proroghe annuali. Negli anni ’90 “contava” oltre 100 mld di vecchie lire, insieme alla illuminazione pubblica, e continuava ad essere soggetta a proroga. Il padrone della Icem, ing. Roberto Parisi, viene ucciso e l’azienda va in mani mafiose. E poi la gestione dei mercati generali e dei Cantieri Navali, questi ultimi, teatro di sparatorie e di intimidazioni. L’unica indagine seria, dopo 40 anni, fu condotta da Giancarlo Caselli come capo della Procura e Ottaviano del Turco come presidente dell’Antimafia. Furono soggette a misura di prevenzione le ditte che avevano gli appalti. Si potrebbe continuare con la figura di Francesco Vassallo, l’uomo di Ciancimino che divenne il re del cemento a Palermo senza possedere nemmeno le certificazioni per le opere. Così nacque Viale Lazio, il quartiere della borghesia palermitana in cui trovarono abitazione politici comunali a prezzi fuori mercato, ma anche dipendenti comunali e regionali. Così si consolidò la grande forza elettorale della Dc di Palermo. Quel documento non risparmia nulla!
Una nuova relazione di minoranza
Ed oggi, che fare? Forse anche oggi dovremmo apprestarci a scrivere una nuova relazione di minoranza. So bene che non è un bel segnale se anche sul versante della lotta alla mafia non si riesca a trovare sintesi unitarie. Ne usciremmo tutti più deboli. Però, di fronte al vero e proprio disegno eversivo di Cosa nostra degli anni ’80 e ’90, occorre disegnare un nuovo quadro necessario a fare chiarezza su quegli anni. Non tutti sono disponibili a farlo.
L’andamento del dibattito in Commissione Antimafia, infatti, è davvero scoraggiante; l’influenza sulla Commissione, davvero oltre ogni limite, del gen. Mario Mori è inquietante; il tentativo di azzerare il lavoro e le intuizioni di Falcone e Borsellino e di sminuire di fatto la portata dei loro convincimenti, non solo non rende onore ai tanti caduti nella lotta alla mafia ed ai due magistrati in particolare, ma rischia di produrre evidenti passi indietro.
Tutto ciò è sconfortante, ma quello che è più grave è che questo clima rischia di produrre oggettivamente un incoraggiamento al protagonismo di Cosa nostra. Come dopo Catanzaro, come dopo Bari.
Serve, al contrario, analizzare i delitti politici e le stragi. Gli anni dal 1979 al 1994 nella loro regìa unitaria. Portare buone ragioni per spiegare quale era la ragnatela che avvinghiava ed avvinghia le centrali del terrore, Cosa nostra e pezzi di apparati dello Stato. Serve fare chiarezza sul ruolo delle centrali “nere”.
Si rassegnino: alcune frange di Cosa nostra erano in collegamento stabile con esponenti dello stragismo nazionale. È successo ed è agli atti dei processi.
Forse serve chiarire come proprio nei momenti di maggiore delicatezza politica, economica ed istituzionale del paese, nelle fasi di grande transizione, a partire da Portella della Ginestra fino agli anni 1991/1994, si è sentita alternativamente la voce dello stragismo e dell’omicidio politico.
Serve dire con forza che Borsellino non è stato ucciso a causa di appalti truccati, e nemmeno Mattarella, come sosteneva Pio La Torre. Troppo comodo e troppo facile.
Serve dire che non possono essere troppo diverse, anche per la successione temporale delle stragi, le motivazioni delle stragi sulle due persone che lottavano fianco a fianco e condividevano le loro conoscenze. Falcone e Borsellino lavoravano in grande sintonia e sono caduti a causa dello stesso disegno criminoso. E Borsellino si autodefiniva un “testimone” nel processo per la strage di Capaci.
Non si tratta di avere una verità processuale, seppure auspicabile sempre, ma una analisi storica che permetta a questo paese di fare pulizia, finalmente.
l’Italia e la Sicilia, fin dal dopoguerra, non sono riuscite a liberarsi dalle forze più reazionarie ed eversive che da sempre operano nel nostro paese. Germania, Spagna, Irlanda, Francia hanno conosciuto il terrorismo, ma per un tempo definito. Le Baader Meinhof e la RAF, piuttosto che l’Eta, l’Ira hanno avuto un inizio ed una fine. Il terrorismo italiano no. E neanche la criminalità mafiosa. Abbiamo tre mafie di livello globale. Spagna, Portogallo e Grecia hanno vissuto in dittatura. Ma a metà degli anni ’70 furono travolte.
Qui, nel nostro paese conviviamo stabilmente con forze reazionarie che sono dentro lo Stato ed hanno agito in contatto con il potere extralegale della mafia e dell’eversione.
Insomma, se la relazione di minoranza illustra il quadro degli anni dalla liberazione ai ‘70, oggi tocca occuparci di analizzare gli anni dagli ‘80 ad oggi.
Alfio Caruso, in un suo saggio, scrive: “fino alla dissoluzione del comunismo l’Italia è stata teatro della più calda delle guerre fredde perché sede del Vaticano e del più grande partito comunista dell’Occidente”. Affermazione probabilmente irriguardosa e irriverente. Ma servirebbe rifletterci sopra!
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