Le guerre che massacrano i bambini
Società | 25 giugno 2026
Nel mondo un bambino su cinque vive in zone di conflitto, paesi in guerra contro altri stati o in preda a violenze civili interne o generate da grande criminalità e narcotraffico. Un catastrofico ammontare di oltre 460 milioni di bambini che vivono nella violenza. Se non la subiscono al momento, possono esserne vittime potenziali. Violenza causata da bombardamenti e armi da fuoco e da taglio. I dati sono dell’Unicef, raccolti nel “Rapporto sull’intervento umanitario del 2025”. Numeri spaventosi. Pesanti come macigni le parole di Catherine Russel, direttrice generale dell’Unicef: «A milioni di bambini vengono negati i diritti fondamentali a causa di una vasta gamma di crisi interconnesse, dai conflitti alle conseguenze del cambiamento climatico, dalle emergenze sanitarie all'aumento della povertà. Stimiamo che oggi più di 460 milioni di bambini vivono o fuggono da conflitti devastanti. Vengono feriti e uccisi nelle loro case e comunità. Le loro scuole e ospedali sono sotto attacco. Stanno perdendo l'accesso ai servizi di cui hanno bisogno come protezione, acqua sicura, servizi igienico-sanitari, vaccinazioni e istruzione».
Stragi, uccisioni, ferimenti, traumi inguaribili, malattie prima facilmente curabili e ora diventate letali stante la disarticolazione causa conflitto anche delle strutture sanitarie minimali. Non se ne parla diffusamente ma nel computo va inclusa in posizione bene in vista – oltre alla distruzione della età, del gioco, dell’amicizia – anche l’istruzione. Il suo collasso condanna intere generazioni all’analfabetismo, all’ignoranza. E, di conseguenza, allo sfruttamento sessuale, alla miseria a vita, al lavoro minorile tornato ultimamente in forte ripresa. Come nel Libano, con i cruenti scontri di queste settimane tra Israele ed Hezbollah. A Gaza 22 mila bambini sono stati massacrati nei bombardamenti dell’esercito israeliano, infamia indelebile per Netanyahu e per le forze armate con la stella di Davide. I numeri del Libano sono ben più contenuti – meno male – della carneficina di Gaza. Ma sono centinaia i bambini uccisi in Libano in questo 2026 e 77 solo nell’ultima settimana di maggio. Una media di 11 al giorno.
Le crisi umanitarie
Si ripete un copione già scritto. In tutti i paesi in conflitto, come osserva l’Unicef, “la vita dei bambini è costantemente in pericolo: vengono feriti, uccisi e profondamente traumatizzati. Restano sotto le macerie degli attacchi indiscriminati alle case e agli ospedali per lunghe ore, senza assistenza e soccorsi, oppure sono costretti a vivere in campi per sfollati dove non hanno accesso a cure mediche primarie o a vaccini salvavita”.
L’Unicef ha elaborato una vera e propria mappa mondiale delle crisi umanitarie in corso che vedono in prima fila i bambini accanto alle altre categorie indifese: anziani fragili, malati cronici, soggetti disabili.
Raggruppiamo per continente le 28 crisi umanitarie più impattanti in corso, aree geografiche in cui milioni di bambini sono in pericolo: quattro nel continente americano; uno in Europa; 15 in Africa; sette in Asia di cui quattro in Medio Oriente.
Più a rischio nel continente americano sono Messico (4,1 milioni di bambini), Haiti (3,3 milioni); Colombia (4,2 milioni); Venezuela (3,8 milioni). A parte il Venezuela – bersaglio dell’attacco Usa dei primi giorni del 2026 e comunque presente anche in precedenza per la rovinosa situazione economica – le crisi infra-nazionali sembrano quasi fuori controllo in Messico e Haiti. Nel primo perché il paese è in preda alla violenza generata dai potenti cartelli del narcotraffico che imperano su tutto e uccidono con impressionante facilità; nel secondo perché lo Stato ormai di fatto non esiste, soppiantato dall’anarchia causata da bande criminali che lo rendono uno dei luoghi più insicuri al mondo. Ad Haiti più di 700 mila persone, tra cui 365 mila bambini, sono sfollate all’interno del paese a causa delle terribili violenze perpetrate dai gruppi armati. In tutto il paese 6 milioni di persone, tra cui 3,3 milioni di bambini, hanno bisogno di assistenza umanitaria e la maggior parte di loro deve affrontare una grave insicurezza alimentare.
In Europa sono a rischio 3,2 milioni di bambini nell’Ucraina bombardata dai russi praticamente ogni notte con missili e sciami di droni (ogni anno se ne contano arrivare decine di migliaia).
La mappa più “affollata” è quella del continente africano. Su 54 stati 15 sono compresi nella cartina dell’Unicef, bambini a rischio a causa a causa di guerre interstatuali, civili, attacchi terroristici. Dolorosa quanto imponente la conta dei bambini massacrati o rapiti per motivi pseudoreligiosi da bande terroristiche fondamentaliste affilate a Al Qaeda e all’Isis. Nel continente si registra il numero più alto di assassini di bambini, così come di adulti, che hanno la sola colpa di essere cristiani. Dove non arriva il fanatismo pseudoreligioso arrivano i conflitti intestini, interetnici, di potere, epigoni della colonizzazione e dello sfruttamento. Nella Repubblica democratica del Congo (ex Zaire) quasi 12 milioni i bambini colpiti dal conflitto, e ora anche dalla ripresa dell’epidemia di ebola, che hanno bisogno di assistenza umanitaria e protezione. Nella guerra civile sudanese 14 milioni di persone, un terzo della popolazione, è sfollata e vive in buona parte in campi profughi e tende, in condizioni climatiche e igieniche atroci. Desolante e disumano spettacolo come quello a cui si assiste a Gaza. In Sudan è in corso la più imponente crisi umanitaria mondiale. Della quale poco si parla e per la quale poco si agisce mentre tutta l’attenzione è concentrata sul Medio Oriente: Israele, Palestina, Iran e dintorni. In Sudan 15,6 milioni di bambini necessitano di assistenza sanitaria, 6,5 sono sfollati, di cui quasi 1 milione in altri paesi, 14 milioni non possono andare a scuola, 11,6 milioni sono a rischio malnutrizione per mancanza di cibo. Un inferno in terra.
Questo, caso per caso, il quadro statistico dei bambini a rischio nel continente africano secondo l’Unicef: Mali (4,7 milioni); Ciad (3,9); Niger (1,5); Burkina Faso (3,3); Nigeria (4,5); Camerun (1,7); Repubblica centrafricana (1,1); Repubblica Democratica del Congo (11,7); Sud Sudan (4,9 milioni); Zimbabwe (3,5); Mozambico (3,4); Madagascar (2,4); Etiopia (12); Somalia (4,3); Sudan (15,6).
I conflitti endemici
Veniamo all’Asia. Le aree di crisi con il maggior numero di bambini in pericolo in Medio Oriente sono Siria (7,5 milioni); Libano (1,3); Palestina (1,7); Yemen (10,8). Nella mappa dell’Unicef non rientrano direttamente Iraq e Iran. Tuttavia conflitto endemico, scontri civili, repressioni nel primo e in Iran bombardamenti – per quanto “mirati”, di Israele e Usa nella guerra dei dodici giorni (giugno 2025) e nella seconda guerra in corso dal 28 febbraio 2026 e ora in una tregua senza punti fermi – richiederanno nel prossimo aggiornamento di accendere i riflettori sulla situazione. Si pensi solo alle 165 morte e 96 ferite della scuola femminile iraniana di Minab a seguito di un bombardamento americano “per errore” lo scorso marzo. Sebbene si tratti, nel caso dell’Iran, di un paese evoluto, alle prese con crisi e embarghi ma di consistente struttura economica e sanitaria, la guerra non fa sconti e colpisce con i suoi inaccettabili “danni collaterali”.
Più a est in Asia – il continente che più passi in avanti ha fatto registrare nell’ultimo quarantennio sul piano economico e dello sviluppo - le aree a rischio reale e potenziale sono tre: Afghanistan, con 12,4 milioni; Pakistan (24,7 milioni); Myanmar (6,5). L’Afghanistan di oggi è la dimostrazione di cosa resta dopo decenni di guerra: 23 milioni di persone, più di metà della popolazione, con necessità di aiuti umanitari; infrastrutture danneggiate; accesso alle cure limitato; diritti umani negati. La malnutrizione materna e neonatale si traduce in neonati sottopeso, infezioni ricorrenti e difficoltà nello sviluppo psicofisico che segneranno il futuro di intere generazioni. In Myanmar si stima che 3,4 milioni di persone, di cui quasi il 40 per cento bambini, siano state sfollate a causa delle violenze.
Se qualche paese sembra uscire da anni di guerre intestine (come la Liberia dei bambini-soldato) altri, come il Mozambico, in un niente si infiammano con proteste, scontri, radicalizzazione, guerre civili.
Accanto ai massacri di civili e agli stupri come metodo sistematico di guerra (in Sudan degli stupri si fa uso a tappeto) il secondo nemico della popolazione – e quindi dei bambini – ha un nome ben preciso: cambiamento climatico. Secondo l’Unicef più di un miliardo di bambini – quasi la metà dei bambini del mondo – vive in Paesi ad altissimo rischio per gli impatti del cambiamento climatico. Di conseguenza, sono sempre più esposti a siccità e ondate di calore, tempeste più potenti e inondazioni più estese, inquinamento atmosferico e malattie.
I disastri legati al cambiamento climatico stanno interrompendo l'approvvigionamento di cibo nutriente e acqua sicura per i bambini e stanno compromettendo la fornitura di servizi sociali essenziali. I cambiamenti climatici e i conflitti stanno anche allontanando i bambini dalle loro case e comunità, spesso più volte. Alla fine del 2023, quasi 50 milioni di bambini erano sfollati a causa di conflitti, violenze e disastri naturali – il 40% di tutti gli sfollati forzati a livello globale. Si stima che le condizioni climatiche estreme – inondazioni, siccità e tempeste – facciano sfollare 20 mila bambini al giorno. In media, lo sfollamento dura cinque anni, il che significa che molti bambini trascorrono fino a un quarto della loro infanzia nei luoghi di accoglienza, spesso vedendosi negati i diritti fondamentali.
Accanto al nemico clima – nemico naturale, se così si può dire stante i guasti che il nostro modo di vivere arreca al clima – sempre più piede sta prendendo il ricorso dei belligeranti alla malnutrizione come arma di guerra. Affamare i civili – come ha insegnato Israele a Gaza (ma succede anche in altre parti) – è diventata ormai una vera e propria arma di guerra. Arma ancora più vile perché colpisce soprattutto i più vulnerabili: bambini, donne in gravidanza, famiglie che non hanno più nulla. La malnutrizione – come rileva Emergency - non è solo fame ma una patologia ancora più subdola che porta con sé effetti a lungo termine molto profondi. Ripercussioni fisiche e psicologiche irreversibili, come danni alla crescita e allo sviluppo cognitivo, oltre al fatto che ad esempio le ferite di chi mangia poco e male si rimarginano molto lentamente e rischiano di infettarsi a causa delle condizioni igieniche precarie in cui ci si trova.
Save The Children ha stimato l’impatto immediato della crisi alimentare sui bambini nel mondo: 18 milioni i neonati destinati a soffrire la fame a causa della mancanza di cibo; 16 milioni i bambini sotto i 5 anni affetti da malnutrizione acuta; 12,3 milioni i bambini che non potranno beneficiare di cure salvavita per i tagli dei fondi agli aiuti. Tagli in cui, tra gli altri, si stanno particolarmente distinguendo gli Stati Uniti di Trump.
di Pino Scorciapino
Stragi, uccisioni, ferimenti, traumi inguaribili, malattie prima facilmente curabili e ora diventate letali stante la disarticolazione causa conflitto anche delle strutture sanitarie minimali. Non se ne parla diffusamente ma nel computo va inclusa in posizione bene in vista – oltre alla distruzione della età, del gioco, dell’amicizia – anche l’istruzione. Il suo collasso condanna intere generazioni all’analfabetismo, all’ignoranza. E, di conseguenza, allo sfruttamento sessuale, alla miseria a vita, al lavoro minorile tornato ultimamente in forte ripresa. Come nel Libano, con i cruenti scontri di queste settimane tra Israele ed Hezbollah. A Gaza 22 mila bambini sono stati massacrati nei bombardamenti dell’esercito israeliano, infamia indelebile per Netanyahu e per le forze armate con la stella di Davide. I numeri del Libano sono ben più contenuti – meno male – della carneficina di Gaza. Ma sono centinaia i bambini uccisi in Libano in questo 2026 e 77 solo nell’ultima settimana di maggio. Una media di 11 al giorno.
Le crisi umanitarie
Si ripete un copione già scritto. In tutti i paesi in conflitto, come osserva l’Unicef, “la vita dei bambini è costantemente in pericolo: vengono feriti, uccisi e profondamente traumatizzati. Restano sotto le macerie degli attacchi indiscriminati alle case e agli ospedali per lunghe ore, senza assistenza e soccorsi, oppure sono costretti a vivere in campi per sfollati dove non hanno accesso a cure mediche primarie o a vaccini salvavita”.
L’Unicef ha elaborato una vera e propria mappa mondiale delle crisi umanitarie in corso che vedono in prima fila i bambini accanto alle altre categorie indifese: anziani fragili, malati cronici, soggetti disabili.
Raggruppiamo per continente le 28 crisi umanitarie più impattanti in corso, aree geografiche in cui milioni di bambini sono in pericolo: quattro nel continente americano; uno in Europa; 15 in Africa; sette in Asia di cui quattro in Medio Oriente.
Più a rischio nel continente americano sono Messico (4,1 milioni di bambini), Haiti (3,3 milioni); Colombia (4,2 milioni); Venezuela (3,8 milioni). A parte il Venezuela – bersaglio dell’attacco Usa dei primi giorni del 2026 e comunque presente anche in precedenza per la rovinosa situazione economica – le crisi infra-nazionali sembrano quasi fuori controllo in Messico e Haiti. Nel primo perché il paese è in preda alla violenza generata dai potenti cartelli del narcotraffico che imperano su tutto e uccidono con impressionante facilità; nel secondo perché lo Stato ormai di fatto non esiste, soppiantato dall’anarchia causata da bande criminali che lo rendono uno dei luoghi più insicuri al mondo. Ad Haiti più di 700 mila persone, tra cui 365 mila bambini, sono sfollate all’interno del paese a causa delle terribili violenze perpetrate dai gruppi armati. In tutto il paese 6 milioni di persone, tra cui 3,3 milioni di bambini, hanno bisogno di assistenza umanitaria e la maggior parte di loro deve affrontare una grave insicurezza alimentare.
In Europa sono a rischio 3,2 milioni di bambini nell’Ucraina bombardata dai russi praticamente ogni notte con missili e sciami di droni (ogni anno se ne contano arrivare decine di migliaia).
La mappa più “affollata” è quella del continente africano. Su 54 stati 15 sono compresi nella cartina dell’Unicef, bambini a rischio a causa a causa di guerre interstatuali, civili, attacchi terroristici. Dolorosa quanto imponente la conta dei bambini massacrati o rapiti per motivi pseudoreligiosi da bande terroristiche fondamentaliste affilate a Al Qaeda e all’Isis. Nel continente si registra il numero più alto di assassini di bambini, così come di adulti, che hanno la sola colpa di essere cristiani. Dove non arriva il fanatismo pseudoreligioso arrivano i conflitti intestini, interetnici, di potere, epigoni della colonizzazione e dello sfruttamento. Nella Repubblica democratica del Congo (ex Zaire) quasi 12 milioni i bambini colpiti dal conflitto, e ora anche dalla ripresa dell’epidemia di ebola, che hanno bisogno di assistenza umanitaria e protezione. Nella guerra civile sudanese 14 milioni di persone, un terzo della popolazione, è sfollata e vive in buona parte in campi profughi e tende, in condizioni climatiche e igieniche atroci. Desolante e disumano spettacolo come quello a cui si assiste a Gaza. In Sudan è in corso la più imponente crisi umanitaria mondiale. Della quale poco si parla e per la quale poco si agisce mentre tutta l’attenzione è concentrata sul Medio Oriente: Israele, Palestina, Iran e dintorni. In Sudan 15,6 milioni di bambini necessitano di assistenza sanitaria, 6,5 sono sfollati, di cui quasi 1 milione in altri paesi, 14 milioni non possono andare a scuola, 11,6 milioni sono a rischio malnutrizione per mancanza di cibo. Un inferno in terra.
Questo, caso per caso, il quadro statistico dei bambini a rischio nel continente africano secondo l’Unicef: Mali (4,7 milioni); Ciad (3,9); Niger (1,5); Burkina Faso (3,3); Nigeria (4,5); Camerun (1,7); Repubblica centrafricana (1,1); Repubblica Democratica del Congo (11,7); Sud Sudan (4,9 milioni); Zimbabwe (3,5); Mozambico (3,4); Madagascar (2,4); Etiopia (12); Somalia (4,3); Sudan (15,6).
I conflitti endemici
Veniamo all’Asia. Le aree di crisi con il maggior numero di bambini in pericolo in Medio Oriente sono Siria (7,5 milioni); Libano (1,3); Palestina (1,7); Yemen (10,8). Nella mappa dell’Unicef non rientrano direttamente Iraq e Iran. Tuttavia conflitto endemico, scontri civili, repressioni nel primo e in Iran bombardamenti – per quanto “mirati”, di Israele e Usa nella guerra dei dodici giorni (giugno 2025) e nella seconda guerra in corso dal 28 febbraio 2026 e ora in una tregua senza punti fermi – richiederanno nel prossimo aggiornamento di accendere i riflettori sulla situazione. Si pensi solo alle 165 morte e 96 ferite della scuola femminile iraniana di Minab a seguito di un bombardamento americano “per errore” lo scorso marzo. Sebbene si tratti, nel caso dell’Iran, di un paese evoluto, alle prese con crisi e embarghi ma di consistente struttura economica e sanitaria, la guerra non fa sconti e colpisce con i suoi inaccettabili “danni collaterali”.
Più a est in Asia – il continente che più passi in avanti ha fatto registrare nell’ultimo quarantennio sul piano economico e dello sviluppo - le aree a rischio reale e potenziale sono tre: Afghanistan, con 12,4 milioni; Pakistan (24,7 milioni); Myanmar (6,5). L’Afghanistan di oggi è la dimostrazione di cosa resta dopo decenni di guerra: 23 milioni di persone, più di metà della popolazione, con necessità di aiuti umanitari; infrastrutture danneggiate; accesso alle cure limitato; diritti umani negati. La malnutrizione materna e neonatale si traduce in neonati sottopeso, infezioni ricorrenti e difficoltà nello sviluppo psicofisico che segneranno il futuro di intere generazioni. In Myanmar si stima che 3,4 milioni di persone, di cui quasi il 40 per cento bambini, siano state sfollate a causa delle violenze.
Se qualche paese sembra uscire da anni di guerre intestine (come la Liberia dei bambini-soldato) altri, come il Mozambico, in un niente si infiammano con proteste, scontri, radicalizzazione, guerre civili.
Accanto ai massacri di civili e agli stupri come metodo sistematico di guerra (in Sudan degli stupri si fa uso a tappeto) il secondo nemico della popolazione – e quindi dei bambini – ha un nome ben preciso: cambiamento climatico. Secondo l’Unicef più di un miliardo di bambini – quasi la metà dei bambini del mondo – vive in Paesi ad altissimo rischio per gli impatti del cambiamento climatico. Di conseguenza, sono sempre più esposti a siccità e ondate di calore, tempeste più potenti e inondazioni più estese, inquinamento atmosferico e malattie.
I disastri legati al cambiamento climatico stanno interrompendo l'approvvigionamento di cibo nutriente e acqua sicura per i bambini e stanno compromettendo la fornitura di servizi sociali essenziali. I cambiamenti climatici e i conflitti stanno anche allontanando i bambini dalle loro case e comunità, spesso più volte. Alla fine del 2023, quasi 50 milioni di bambini erano sfollati a causa di conflitti, violenze e disastri naturali – il 40% di tutti gli sfollati forzati a livello globale. Si stima che le condizioni climatiche estreme – inondazioni, siccità e tempeste – facciano sfollare 20 mila bambini al giorno. In media, lo sfollamento dura cinque anni, il che significa che molti bambini trascorrono fino a un quarto della loro infanzia nei luoghi di accoglienza, spesso vedendosi negati i diritti fondamentali.
Accanto al nemico clima – nemico naturale, se così si può dire stante i guasti che il nostro modo di vivere arreca al clima – sempre più piede sta prendendo il ricorso dei belligeranti alla malnutrizione come arma di guerra. Affamare i civili – come ha insegnato Israele a Gaza (ma succede anche in altre parti) – è diventata ormai una vera e propria arma di guerra. Arma ancora più vile perché colpisce soprattutto i più vulnerabili: bambini, donne in gravidanza, famiglie che non hanno più nulla. La malnutrizione – come rileva Emergency - non è solo fame ma una patologia ancora più subdola che porta con sé effetti a lungo termine molto profondi. Ripercussioni fisiche e psicologiche irreversibili, come danni alla crescita e allo sviluppo cognitivo, oltre al fatto che ad esempio le ferite di chi mangia poco e male si rimarginano molto lentamente e rischiano di infettarsi a causa delle condizioni igieniche precarie in cui ci si trova.
Save The Children ha stimato l’impatto immediato della crisi alimentare sui bambini nel mondo: 18 milioni i neonati destinati a soffrire la fame a causa della mancanza di cibo; 16 milioni i bambini sotto i 5 anni affetti da malnutrizione acuta; 12,3 milioni i bambini che non potranno beneficiare di cure salvavita per i tagli dei fondi agli aiuti. Tagli in cui, tra gli altri, si stanno particolarmente distinguendo gli Stati Uniti di Trump.
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