Le nuove mafie attori della finanza e dei mercati
Società | 4 gennaio 2026
Se vogliamo combattere con strumenti capaci le nuove mafie - scontato il fatto che, in primo luogo, necessita la volontà del legislatore - bisogna necessariamente conoscere tutto il processo di cambiamento delle mafie stesse (ammesso che ci sia stato davvero). L’introspezione storica del percorso compiuto dalle nuove mafie e la contestualizzazione temporale dei fatti avvenuti, ci conduce – senza volere dare un’anticipazione dell’analisi – direttamente a concludere che le nuove mafie pur allargando lo spettro di operatività restano invisibili.
Quando ci riferiamo alle componenti più grosse del sistema mafie in chiave moderna, dobbiamo andare oltre alle organizzazioni cosa nostra, ’ndrangheta, camorra, per approdare ad una organizzazione molto più vasta e moderna, con “partecipazioni” in numerosi campi; ciò consente di poter contare su un’organizzazione molto più fluida ma, al contempo, più riservata e quindi più invisibile.
Le nuove mafie operano nelle reti transnazionali dei traffici, del riciclaggio, della finanza offshore, avvalendosi di professionisti esperti e consenzienti; e, al crescere del ricorso a tali professionisti disponibili, cresce più che proporzionalmente la rete operativa dell’organizzazione che può dunque occultarsi e confondersi all’interno del sistema legale. In buona sostanza, quel “controllo del territorio” che le organizzazioni criminali di vecchio stampo acquisivano molto spesso con il ricorso ad eventi anche violenti e che quindi non garantivano l’invisibilità oggi cede il passo alla capacità delle organizzazioni criminali a mimetizzarsi nel sistema legale. E tutto questo è avvenuto con l’avvento delle nuove generazioni che si sono dotate di studi, di partecipazioni a master formativi e di tutto quanto la società civile mette a disposizione dei cittadini per l’aggiornamento dei propri strumenti culturali. Gli studi effettuati su questo fenomeno hanno dimostrato che effettivamente le famiglie dei sodalizi mafiosi si presentano nella società civile senza timore di essere snobbati, derisi o comunque respinti, in virtù degli studi e degli aggiornamenti compiuti.
Possiamo dunque sostenere, senza tema di smentita, che la società si è arricchita di un notevole patrimonio intellettivo che tuttavia inquina in maniera inesorabile l’intelligenza onesta.
Cosa nostra più silente e più potente
Da questa analisi si manifestano le ragioni per cui i fatti violenti, i morti ammazzati, le faide sul territorio si sono ridotti notevolmente. La mafia, globalmente intesa, nella sua formulazione moderna è dunque una mafia più potente, più operativa sul mercato, più presente nella società civile, ma tuttavia più silente. Ed è proprio questo dato sintetico finale che rende più complesse le indagini delle forze di polizia e della magistratura. Eppure, nonostante ciò, le forze dell’ordine non perdono colpi e riescono a tenere ben alta la guardia, compiendo molteplici operazioni di polizia con l’arresto di esponenti di spicco della malavita criminale.
Non possiamo non valutare l’aspetto politico; quello che riguarda i rapporti che le nuove mafie intrattengono con il ceto politico. L’analisi dei fatti di cronaca mafiosa ha rilevato che non servono più i politici mafiosi perché sono sufficienti i politici corrotti o corruttibili, quelli ricattabili o quelli solamente concilianti.
Potremmo sostenere che oggi a Ciancimino – che era un politico mafioso, anzi è stato il primo politico mafioso ad essere condannato per reati di mafia – basterebbe essere solamente ricattabile per compiere quello scempio immane che ha compiuto a Palermo dal quale sono derivate numerose operazioni di riciclaggio poste in essere dallo stesso Ciancimino e da tanti altri imprenditori incapaci e assolutamente privi di cultura che hanno fatto man bassa alle elezioni politiche e amministrative, nelle quali scambiavano pacchetti di voti con appalti, favori, decreti e ordinanze per il cambiamento delle destinazioni catastali dei fondi. Quel periodo (di cui parlo nel mio prossimo libro in corso di pubblicazione) oltre a ridurre Palermo (ma anche la Sicilia) in una pietosa situazione di degrado sociale e urbanistico, ha favorito l’infiltrazione del mondo delle imprese nei sodalizi mafiosi.
Le mafie si infiltrano anche nel mondo dell’economia e della finanza divenendo veri attori nel riciclaggio di capitali in settori puliti dell’edilizia, dei rifiuti, della logistica, della sanità, dell’energia del turismo. Per potere operare in tutta tranquillità usano società di comodo, paradisi fiscali, criptovalute, fondi di investimento. È interessante rilevare come le mafie si siano spinte oltre la semplice presenza nel mondo economico e finanziario; un mondo che non basta più e, pertanto, divengono parti attive del dinamismo finanziario. Prestano denaro quando il sistema bancario legale non è più sufficiente a venire in aiuto alle imprese in difficoltà; in pratica diventano banche alternative con il vantaggio di potere operare senza subire controlli della banca centrale; cioè operano al di fuori della rete bancaria legale. In quest’ultima ipotesi le criptovalute divengono veri e propri centri di potere fuori dai circuiti controllati. Le mafie preferiscono questo tipo di operatività perché è in sintonia con le regole (?) delle organizzazioni criminali. Quando le mafie si trasformano in banca (alternativa), fanno un lavoro sporco a tutto vantaggio della criminalità che devasta totalmente i mercati legali: le aziende salvate vengono poi assorbite dalle famiglie mafiose (è il criterio del “prima ti aiuto e poi ti aggredisco e ti sottraggo l’impresa”). Il danno è perfino non quantificabile. Infatti in questi casi tali aziende operano con capitali mafiosi nel mondo della legalità e si confondono con essa. Ma il dato di fatto che si registra è quello della concorrenza falsa e sleale che, con la faccia apparentemente pulita occulta invero capitali riciclati.
L’argomento dell’infiltrazione della mafia nella società civile è ampio perché riguarda tutti i comparti nei quali opera la collettività. I fatti di cronaca criminale attestano quanto la mafia sia capace di infiltrarsi nella giustizia mettendo le mani nei processi per rallentarne i rispettivi ‘giudicati’ con lo scopo di pervenire alla prescrizione. E tutto questo viene posto in atto da avvocati, commercialisti, consulenti di vario genere, che esercitano azioni di pressione nei confronti di magistrati, di cancellieri, funzionari, mettendo in atto strategie difensive con l’uso di cavilli e attività ostruzionistica per annientare anni di udienze, nomina di consulenze, perizie e quant’altro possa servire a dilazionare i tempi; tutto ciò con grande spreco di risorse finanziarie e di tempi tanto lunghi da creare nocumento ai processi normali e gravi danni agli imputati, soprattutto a quelli che saranno poi assolti.
Non credono in Dio ma usano Dio
C’è un altro paradigma molto interessante che rende perfettamente l’idea del potere che esercitano le nuove mafie; forse in pochi ci pensano: si tratta dei rapporti fra mafie e chiesa. In effetti non sono rapporti veri e propri, al netto di alcuni sporadici casi che non meritano menzione; sono piuttosto interventi in favore delle famiglie mafiose; si tratta più che altro di atti di particolare riverenza nei confronti di alcuni boss di rispetto che vengono omaggiati di attenzioni caratteristiche confondendo il sacro con il profano. Ma tuttavia si tratta di personali interpretazioni della bassa manovalanza della chiesa cattolica quando invero da papa Woitila in poi, fino a papa Francesco e poi con Leone XIV, abbiamo avuto modo di ascoltare vere invettive nei confronti delle mafie: scomuniche, forti richiami alla conversione, invito alla classe sacerdotale a esternare la condanna delle ideologie criminali. E tutto questo è stato gridato a viva voce dai pontefici degli ultimi cinquant’anni.
Non ricordo chi, ma è nei miei ricordi una locuzione molto forte che mette in seria discussione quella tendenza dei mafiosi a fare sfoggio della propria appartenenza alla chiesa cattolica. Ma, in effetti, appare ormai superato questo nesso eziologico perché invero “le mafie non credono davvero in Dio ma usano Dio”.
Insomma, il richiamo viene da lontano e non possiamo che essere d’accordo sul fatto che la ‘cultura’ è il vero nodo centrale. Perché è più che palpabile il fatto che la cultura sia alla base della lotta alla criminalità organizzata. La mafia non si combatte solamente con le armi ma soprattutto con la cultura. E penso a tutte le occasioni perdute nell’ultimo mezzo secolo, quando la mafia militare aveva il sopravvento nella società civile, quando gli attentati si contavano con frequenza inquietante, quando l’era delle stragi di Capaci, di via D’Amelio, di Roma, Firenze e Milano, hanno lasciato un segno indelebile nella collettività. La società civile ha dovuto pagare il prezzo della legalità; di per sé, non dovrebbe esistere un prezzo per l’esercizio della legalità, perché quest’ultima dovrebbe far parte integrante della vita. Purtroppo lo stato di emergenza continua a rendere più complesso l’esercizio della legalità che, pertanto finisce per avere un costo.
A cosa servono i controlli sui patrimoni
Quando la legalità è percepita come un costo e non come un valore, le mafie finiscono per essere vittoriose. Dobbiamo però riflettere su una questione indispensabile: È l’esistenza di un vero e proprio sistema mafia che le consente di prosperare nelle zone grigie, nei silenzi, nelle ipocrisie morali; dunque la lotta alla criminalità organizzata non può risiedere solamente nelle aule dei tribunali ma deve rigorosamente riguardare la cultura, la conoscenza storica dei fatti, i comportamenti. E per far questo occorre il coinvolgimento dei giovani, cominciando da quelli delle più recenti generazioni. Essi hanno il diritto di essere informati dei fatti storici avvenuti nel tempo perché siano poi in condizione di fungere da traghettatori nei confronti delle generazioni avvenire.
E allora quali sono i rimedi per combattere le nuove mafie, visto che la repressione, da sola, non è più sufficiente? Le strategie più efficaci sono quelle che colpiscono la funzione e la competenza. Dobbiamo forse prendere lezione da loro? Certo che no. Però non dobbiamo dimenticare Giovanni Falcone; perché se è vero che la mafia moderna sopravvive perché produce valore economico e perché si integra nel mercato legale, allora non c’è dubbio che la criminalità organizzata non può che combattersi con sequestri e confische, con la tracciabilità dei flussi finanziari, con il controllo sulle quote societarie, sui trust, sui fondi. Le mafie sono molto attente (e i professionisti collusi o facilitatori pure) e controllano (sempre i professionisti) con rigore l’andamento del profitto; quando sospettano che il profitto perde la propria stabilità, si tirano indietro e rinviano a momenti migliori.
Se vogliamo dunque confezionare un primo giudizio temporaneo, il vero potere mafioso – quello che fino a poco tempo addietro consisteva nel controllo del territorio – oggi esprime la sua efficacia nei rapporti con professionisti compiacenti, nella politica opaca, stanca e non trasparente e nella burocrazia lenta.
Ma non v’è dubbio alcuno che la giustizia debba essere velocizzata mediante l’apporto di norme che impediscano l’uso di mezzi che favoriscano l’allungamento dei processi.
Per mettere in atto tali principi occorre però la volontà del legislatore che purtroppo, finora non ha manifestato atteggiamenti entusiastici per il varo di norme di garanzia per la legge Rognoni-La Torre. Anzi, sembra che in Parlamento siano approdate proposte e disegni di legge che allenteranno la stretta nei confronti dei boss mafiosi, fino – così si dice – alla totale cancellazione della legge Rognoni-La Torre che ha prodotto l’attuale cosiddetto codice antimafia.
Se così fosse vorrebbe dire che una fronda di professionisti e di soggetti interessati, che chiameremo “obiettori di coscienza” o “negazionisti”, o non so come – fate voi – si è assunta la grave responsabilità di cancellare oltre 50 anni di storia e di lotta alla criminalità organizzata, offendendo la memoria non solo di Pio La Torre – che ha sacrificato la propria vita per fornire alla magistratura gli strumenti più idonei per combattere le mafie – ma anche la memoria di decine di magistrati e uomini delle forze dell’ordine, che sono morti, uccisi da mano mafiosa e assassina.
Si, se così fosse, sarebbe una vera vergogna di Stato.
di Elio Collovà
Quando ci riferiamo alle componenti più grosse del sistema mafie in chiave moderna, dobbiamo andare oltre alle organizzazioni cosa nostra, ’ndrangheta, camorra, per approdare ad una organizzazione molto più vasta e moderna, con “partecipazioni” in numerosi campi; ciò consente di poter contare su un’organizzazione molto più fluida ma, al contempo, più riservata e quindi più invisibile.
Le nuove mafie operano nelle reti transnazionali dei traffici, del riciclaggio, della finanza offshore, avvalendosi di professionisti esperti e consenzienti; e, al crescere del ricorso a tali professionisti disponibili, cresce più che proporzionalmente la rete operativa dell’organizzazione che può dunque occultarsi e confondersi all’interno del sistema legale. In buona sostanza, quel “controllo del territorio” che le organizzazioni criminali di vecchio stampo acquisivano molto spesso con il ricorso ad eventi anche violenti e che quindi non garantivano l’invisibilità oggi cede il passo alla capacità delle organizzazioni criminali a mimetizzarsi nel sistema legale. E tutto questo è avvenuto con l’avvento delle nuove generazioni che si sono dotate di studi, di partecipazioni a master formativi e di tutto quanto la società civile mette a disposizione dei cittadini per l’aggiornamento dei propri strumenti culturali. Gli studi effettuati su questo fenomeno hanno dimostrato che effettivamente le famiglie dei sodalizi mafiosi si presentano nella società civile senza timore di essere snobbati, derisi o comunque respinti, in virtù degli studi e degli aggiornamenti compiuti.
Possiamo dunque sostenere, senza tema di smentita, che la società si è arricchita di un notevole patrimonio intellettivo che tuttavia inquina in maniera inesorabile l’intelligenza onesta.
Cosa nostra più silente e più potente
Da questa analisi si manifestano le ragioni per cui i fatti violenti, i morti ammazzati, le faide sul territorio si sono ridotti notevolmente. La mafia, globalmente intesa, nella sua formulazione moderna è dunque una mafia più potente, più operativa sul mercato, più presente nella società civile, ma tuttavia più silente. Ed è proprio questo dato sintetico finale che rende più complesse le indagini delle forze di polizia e della magistratura. Eppure, nonostante ciò, le forze dell’ordine non perdono colpi e riescono a tenere ben alta la guardia, compiendo molteplici operazioni di polizia con l’arresto di esponenti di spicco della malavita criminale.
Non possiamo non valutare l’aspetto politico; quello che riguarda i rapporti che le nuove mafie intrattengono con il ceto politico. L’analisi dei fatti di cronaca mafiosa ha rilevato che non servono più i politici mafiosi perché sono sufficienti i politici corrotti o corruttibili, quelli ricattabili o quelli solamente concilianti.
Potremmo sostenere che oggi a Ciancimino – che era un politico mafioso, anzi è stato il primo politico mafioso ad essere condannato per reati di mafia – basterebbe essere solamente ricattabile per compiere quello scempio immane che ha compiuto a Palermo dal quale sono derivate numerose operazioni di riciclaggio poste in essere dallo stesso Ciancimino e da tanti altri imprenditori incapaci e assolutamente privi di cultura che hanno fatto man bassa alle elezioni politiche e amministrative, nelle quali scambiavano pacchetti di voti con appalti, favori, decreti e ordinanze per il cambiamento delle destinazioni catastali dei fondi. Quel periodo (di cui parlo nel mio prossimo libro in corso di pubblicazione) oltre a ridurre Palermo (ma anche la Sicilia) in una pietosa situazione di degrado sociale e urbanistico, ha favorito l’infiltrazione del mondo delle imprese nei sodalizi mafiosi.
Le mafie si infiltrano anche nel mondo dell’economia e della finanza divenendo veri attori nel riciclaggio di capitali in settori puliti dell’edilizia, dei rifiuti, della logistica, della sanità, dell’energia del turismo. Per potere operare in tutta tranquillità usano società di comodo, paradisi fiscali, criptovalute, fondi di investimento. È interessante rilevare come le mafie si siano spinte oltre la semplice presenza nel mondo economico e finanziario; un mondo che non basta più e, pertanto, divengono parti attive del dinamismo finanziario. Prestano denaro quando il sistema bancario legale non è più sufficiente a venire in aiuto alle imprese in difficoltà; in pratica diventano banche alternative con il vantaggio di potere operare senza subire controlli della banca centrale; cioè operano al di fuori della rete bancaria legale. In quest’ultima ipotesi le criptovalute divengono veri e propri centri di potere fuori dai circuiti controllati. Le mafie preferiscono questo tipo di operatività perché è in sintonia con le regole (?) delle organizzazioni criminali. Quando le mafie si trasformano in banca (alternativa), fanno un lavoro sporco a tutto vantaggio della criminalità che devasta totalmente i mercati legali: le aziende salvate vengono poi assorbite dalle famiglie mafiose (è il criterio del “prima ti aiuto e poi ti aggredisco e ti sottraggo l’impresa”). Il danno è perfino non quantificabile. Infatti in questi casi tali aziende operano con capitali mafiosi nel mondo della legalità e si confondono con essa. Ma il dato di fatto che si registra è quello della concorrenza falsa e sleale che, con la faccia apparentemente pulita occulta invero capitali riciclati.
L’argomento dell’infiltrazione della mafia nella società civile è ampio perché riguarda tutti i comparti nei quali opera la collettività. I fatti di cronaca criminale attestano quanto la mafia sia capace di infiltrarsi nella giustizia mettendo le mani nei processi per rallentarne i rispettivi ‘giudicati’ con lo scopo di pervenire alla prescrizione. E tutto questo viene posto in atto da avvocati, commercialisti, consulenti di vario genere, che esercitano azioni di pressione nei confronti di magistrati, di cancellieri, funzionari, mettendo in atto strategie difensive con l’uso di cavilli e attività ostruzionistica per annientare anni di udienze, nomina di consulenze, perizie e quant’altro possa servire a dilazionare i tempi; tutto ciò con grande spreco di risorse finanziarie e di tempi tanto lunghi da creare nocumento ai processi normali e gravi danni agli imputati, soprattutto a quelli che saranno poi assolti.
Non credono in Dio ma usano Dio
C’è un altro paradigma molto interessante che rende perfettamente l’idea del potere che esercitano le nuove mafie; forse in pochi ci pensano: si tratta dei rapporti fra mafie e chiesa. In effetti non sono rapporti veri e propri, al netto di alcuni sporadici casi che non meritano menzione; sono piuttosto interventi in favore delle famiglie mafiose; si tratta più che altro di atti di particolare riverenza nei confronti di alcuni boss di rispetto che vengono omaggiati di attenzioni caratteristiche confondendo il sacro con il profano. Ma tuttavia si tratta di personali interpretazioni della bassa manovalanza della chiesa cattolica quando invero da papa Woitila in poi, fino a papa Francesco e poi con Leone XIV, abbiamo avuto modo di ascoltare vere invettive nei confronti delle mafie: scomuniche, forti richiami alla conversione, invito alla classe sacerdotale a esternare la condanna delle ideologie criminali. E tutto questo è stato gridato a viva voce dai pontefici degli ultimi cinquant’anni.
Non ricordo chi, ma è nei miei ricordi una locuzione molto forte che mette in seria discussione quella tendenza dei mafiosi a fare sfoggio della propria appartenenza alla chiesa cattolica. Ma, in effetti, appare ormai superato questo nesso eziologico perché invero “le mafie non credono davvero in Dio ma usano Dio”.
Insomma, il richiamo viene da lontano e non possiamo che essere d’accordo sul fatto che la ‘cultura’ è il vero nodo centrale. Perché è più che palpabile il fatto che la cultura sia alla base della lotta alla criminalità organizzata. La mafia non si combatte solamente con le armi ma soprattutto con la cultura. E penso a tutte le occasioni perdute nell’ultimo mezzo secolo, quando la mafia militare aveva il sopravvento nella società civile, quando gli attentati si contavano con frequenza inquietante, quando l’era delle stragi di Capaci, di via D’Amelio, di Roma, Firenze e Milano, hanno lasciato un segno indelebile nella collettività. La società civile ha dovuto pagare il prezzo della legalità; di per sé, non dovrebbe esistere un prezzo per l’esercizio della legalità, perché quest’ultima dovrebbe far parte integrante della vita. Purtroppo lo stato di emergenza continua a rendere più complesso l’esercizio della legalità che, pertanto finisce per avere un costo.
A cosa servono i controlli sui patrimoni
Quando la legalità è percepita come un costo e non come un valore, le mafie finiscono per essere vittoriose. Dobbiamo però riflettere su una questione indispensabile: È l’esistenza di un vero e proprio sistema mafia che le consente di prosperare nelle zone grigie, nei silenzi, nelle ipocrisie morali; dunque la lotta alla criminalità organizzata non può risiedere solamente nelle aule dei tribunali ma deve rigorosamente riguardare la cultura, la conoscenza storica dei fatti, i comportamenti. E per far questo occorre il coinvolgimento dei giovani, cominciando da quelli delle più recenti generazioni. Essi hanno il diritto di essere informati dei fatti storici avvenuti nel tempo perché siano poi in condizione di fungere da traghettatori nei confronti delle generazioni avvenire.
E allora quali sono i rimedi per combattere le nuove mafie, visto che la repressione, da sola, non è più sufficiente? Le strategie più efficaci sono quelle che colpiscono la funzione e la competenza. Dobbiamo forse prendere lezione da loro? Certo che no. Però non dobbiamo dimenticare Giovanni Falcone; perché se è vero che la mafia moderna sopravvive perché produce valore economico e perché si integra nel mercato legale, allora non c’è dubbio che la criminalità organizzata non può che combattersi con sequestri e confische, con la tracciabilità dei flussi finanziari, con il controllo sulle quote societarie, sui trust, sui fondi. Le mafie sono molto attente (e i professionisti collusi o facilitatori pure) e controllano (sempre i professionisti) con rigore l’andamento del profitto; quando sospettano che il profitto perde la propria stabilità, si tirano indietro e rinviano a momenti migliori.
Se vogliamo dunque confezionare un primo giudizio temporaneo, il vero potere mafioso – quello che fino a poco tempo addietro consisteva nel controllo del territorio – oggi esprime la sua efficacia nei rapporti con professionisti compiacenti, nella politica opaca, stanca e non trasparente e nella burocrazia lenta.
Ma non v’è dubbio alcuno che la giustizia debba essere velocizzata mediante l’apporto di norme che impediscano l’uso di mezzi che favoriscano l’allungamento dei processi.
Per mettere in atto tali principi occorre però la volontà del legislatore che purtroppo, finora non ha manifestato atteggiamenti entusiastici per il varo di norme di garanzia per la legge Rognoni-La Torre. Anzi, sembra che in Parlamento siano approdate proposte e disegni di legge che allenteranno la stretta nei confronti dei boss mafiosi, fino – così si dice – alla totale cancellazione della legge Rognoni-La Torre che ha prodotto l’attuale cosiddetto codice antimafia.
Se così fosse vorrebbe dire che una fronda di professionisti e di soggetti interessati, che chiameremo “obiettori di coscienza” o “negazionisti”, o non so come – fate voi – si è assunta la grave responsabilità di cancellare oltre 50 anni di storia e di lotta alla criminalità organizzata, offendendo la memoria non solo di Pio La Torre – che ha sacrificato la propria vita per fornire alla magistratura gli strumenti più idonei per combattere le mafie – ma anche la memoria di decine di magistrati e uomini delle forze dell’ordine, che sono morti, uccisi da mano mafiosa e assassina.
Si, se così fosse, sarebbe una vera vergogna di Stato.
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