Mafia e politica, 50 anni fa la relazione di minoranza voluta da La Torre

Politica | 27 gennaio 2026
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Quest’anno ricorre il cinquantesimo anniversario della pubblicazione della Relazione di minoranza comunista della Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia in Sicilia. Era il 1976, quando, in dissenso con la Relazione di maggioranza (dalla quale si era peraltro distaccata anche la destra missina), fu presentato il documento, a firma di Pio La Torre e di tutti i commissari comunisti, oltre che del magistrato Cesare Terranova, allora deputato della sinistra indipendente. Nella Relazione veniva espressa lucidamente la tesi secondo cui la caratteristica principale della mafia era la capacità di intessere relazioni con la politica, differenziandosi in tal modo da tutte le altre forme di criminalità. Un tratto che veniva rinvenuto già nella genesi e nei primi sviluppi del fenomeno mafioso durante l’Italia liberale e il fascismo, per raggiungere il suo apice a partire dal secondo dopoguerra, nei legami con la Democrazia Cristiana. Nella Relazione si possono leggere fondamentali pagine di denuncia del sistema clientelare e mafioso di quel periodo, nelle quali emergono in tutta la loro concretezza le strette relazioni che collegavano le principali cosche mafiose ad alcuni rappresentanti dei pubblici poteri e che da Palermo, sede della Regione a Statuto speciale, si irradiavano a tutta la parte centro-occidentale della Sicilia.
Fin da quando, nella seconda metà degli anni Quaranta, si erano definiti i nuovi equilibri, di cui avevano fatto le spese, tra gli altri, le decine di sindacalisti assassinati nelle lotte per la terra. Superata la fase legata alla conclusione del conflitto – con la fine del separatismo e la controversa azione di contrasto al banditismo – fu nei contesti urbani che i gruppi mafiosi avevano trovato il terreno più favorevole. In particolare, nel capoluogo siciliano la scena politica fu occupata da una nuova leva di esponenti democristiani – tra i quali spiccavano Vito Ciancimino, Salvo Lima e Giovanni Gioia, i cosiddetti “giovani turchi” – che dagli anni Cinquanta avevano messo in piedi un sistema di potere che si perpetrava ancora al tempo degli estensori della Relazione. Da esso era derivato il “sacco” di Palermo, la gigantesca speculazione edilizia che era stata messa in atto nella città, a cui era legato l’emergere di figure come quella del costruttore Francesco Vassallo, che in un tempo relativamente breve fu in grado di mettere in piedi dal nulla un vero e proprio impero economico. Come veniva documentato sulla scorta degli approfondimenti richiesti a polizia e carabinieri dalla Commissione antimafia, Vassallo aveva costruito le sue fortune grazie al sostegno dei pubblici amministratori di turno che, dopo avergli consentito di infrangere ripetutamente il piano regolatore, ne prendevano in affitto gli edifici per enti pubblici e istituzioni scolastiche. Allo stesso modo di quello che avveniva per Arturo Cassina, al quale venivano sistematicamente rinnovati appalti comunali e provinciali – tra cui quelli della manutenzione stradale e della rete fognaria – a costi elevatissimi e in assenza di una regolare gara pubblica. Senza contare i casi di macroscopica connessione tra mafia e politica che si verificavano in altre province, come quello dei cugini Salvo nel Trapanese, il cui processo di ascesa appariva simile a quello dei gruppi protagonisti della speculazione edilizia nei grandi centri urbani. Nella lettura del fenomeno mafioso e della storia siciliana – soprattutto nella prima parte della Relazione – non mancano forzature e semplificazioni, dovute in gran parte all’influenza della storiografia di impostazione marxista sviluppatasi dal secondo dopoguerra, che aveva trasformato il sicilianismo di tipo tradizionale in una sorta di “autonomismo democratico”, che caratterizzava la linea politica del Pci in Sicilia. Tutto questo, però, non sminuisce di certo l’importanza del documento – che evidentemente è legato al tempo in cui fu scritto – ma anzi ce ne spiega meglio la natura e le finalità, e cioè in primo luogo quella di voler trasformare la lotta alla mafia in una parte importante della battaglia ingaggiata per la democrazia e il progresso della Sicilia. Per questo motivo indubbiamente la Relazione porta con sé un chiaro significato politico, che è evidente nelle esplicite e orgogliose rivendicazioni da parte di La Torre relativamente al fatto che le denunce più vive e insistenti del fenomeno e delle sue connessioni con la politica nel corso dei decenni precedenti erano state quelle dei comunisti. Un impegno che già all’epoca aveva dato i suoi frutti, determinando un primo riposizionamento di una parte delle classi dirigenti isolane rispetto alla questione della mafia. Non erano più possibili – o comunque sempre meno frequenti – casi di ostentazione dei rapporti con le cosche mafiose di uomini politici, come quello che aveva visto protagonista il deputato regionale democristiano Dino Canzoneri, il quale, ancora nel 1963, aveva difeso a spada tratta l’onorabilità di Luciano Leggio.
Questo rappresentava di certo un passo in avanti, anche se non poteva far ritenere che la mafia fosse sul punto di essere sconfitta, perché invece appariva più vitale che mai. Come veniva ostinatamente e coraggiosamente sottolineato nella Relazione, il fenomeno adesso aveva allargato i propri interessi ad altri campi e settori e, inoltre, aveva esteso la propria influenza fuori dalla Sicilia, a causa anche di uno scellerato uso di misure dal carattere meramente repressivo come quella del soggiorno obbligato nell’hinterland delle grandi città del Nord Italia a cui venivano assegnati i mafiosi. La capacità di cogliere queste trasformazioni è notevole, se solo pensiamo che la Relazione si colloca alla vigilia di una stagione come quella che, con la definitiva ascesa dei Corleonesi, avrebbe visto eventi come la “seconda guerra di mafia” e gli “omicidi eccellenti”, a tutti gli effetti una sfida alle istituzioni della Repubblica. A rileggerlo oggi, il suo invito a non abbassare la guardia assume anzi dei toni drammatici, dal momento che coloro che più di tutti legarono il loro nome a quel documento – La Torre e Terranova – sarebbero stati di lì a poco assassinati per mano mafiosa. Un esito che era dipeso dal loro impegno di tutta una vita (per La Torre, com’è noto, i precedenti affondavano al movimento contadino degli anni Quaranta), di cui l’attività all’interno della Commissione antimafia era parte integrante. Fu in quel contesto, infatti, che si coagularono e stratificarono le competenze di operatori di polizia e magistratura, ma anche uomini politici, che portarono all’elaborazione di strumenti-chiave per la lotta alla mafia, primo tra tutti la legge che introduceva il reato di associazione mafiosa. Nell’ottica dei comunisti, però, la questione non era soltanto relativa alla concreta azione di contrasto, ma ad una altrettanto necessaria operazione di sensibilizzazione dell’opinione pubblica. Già nel 1971, con il titolo I boss della mafia, Editori Riuniti, la casa editrice vicina al Pci, aveva pubblicato una delle prime relazioni scaturite dalle indagini della Commissione antimafia, quella relativa ai “Casi di singoli mafiosi”, che era arricchita da un’introduzione del grande leader storico del comunismo siciliano, Girolamo Li Causi. Adesso, nello stesso 1976, sempre quell’editore aveva subito provveduto a dare alle stampe un altro volume, intitolato Mafia e potere politico, che raccoglieva il testo definitivo di questa Relazione di minoranza, insieme a stralci della documentazione allegata e alle proposte formulate, in questo caso condivise da maggioranza e opposizione, che la Commissione aveva presentato al Parlamento. Si trattava di un’operazione politica e culturale di grande rilievo, che andava portata avanti di pari passo con l’effettiva repressione del fenomeno e, anche in questo caso, era il frutto di una grande intuizione. Infatti, come avrebbero dimostrato gli eventi successivi – con la nascita di un vero e proprio movimento antimafia nei primi anni Ottanta al fianco di chi combatteva la mafia sul campo – la spinta ideale della collettività di natura etico-politica costituisce un ingrediente fondamentale per fronteggiare una forma di criminalità così complessa e pervasiva.
 di Vittorio Coco

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