Progetto educativo: solitudine e disagio spingono alla droga

Società | 15 gennaio 2026
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Quando è stata l'ultima volta che qualcuno ti ha chiesto veramente come stai? Di cosa hai bisogno? Due domande a prima vista banali, ma quanto mai importanti: sono quelle che difficilmente rivolgiamo ai ragazzi perché pensiamo che stiano bene sol perché ci dicono che “va tutto bene”. Una società che va di corsa non sa ascoltare quella solitudine che genera disagio e porta i più giovani, inevitabilmente più fragili, a entrare in contatto anche con gli stupefacenti.
Ecco perché era necessario che il Progetto educativo antimafia, ventesima edizione, promosso dal Centro studi Pio La Torre, non poteva non affrontare il tema aprendo il dibattito tra gli studenti delle scuole di tutta Italia. “La droga tra giovani e le mafie” il tema della terza conferenza del progetto, che si è tenuta all'Iiss "Pio La Torre", a cui hanno contribuito le riflessioni di chi si confronta con questo tema costantemente. Come quella di Walter Delogu, che ha raccontato la sua storia personale di giovane che ha incontrato la droga. La sua esperienza nel mondo di San Patrignano da tempo gli consente di incontrare, interagire e aiutare tanti ragazzi. È un percorso che prosegue anche insieme all’associazione ”Ritrovarsi Odv”, il cui presidente Alessandro Abrignani, ha raccontato come si lavora sul territorio. Punto di partenza isolamento e disagio
«Quando parlo di solitudine – dice la sociologa Alessandra Contino, componente del Comitato scientifico del Centro studi Pio La Torre – ne parlo non solo come comportamento individuale, ma come problema sociale. È un fattore di rischio in un tempo in cui siamo sempre connessi, sempre in rete. La solitudine sociale si struttura quando le reti relazionali sono deboli o frammentate. E non è solo isolamento fisico, ma mancanza di reti significative, legami scarsi di senso nella famiglia, a scuola, con gli amici. In questa direzione, l'uso di sostanze non è solo curiosità, ma un tentativo di entrare in relazione con l'altro e di condurre una sorta di autoterapia. Il consumo può essere letto come sintomo sociale dove la solitudine giovanile non è un fallimento personale».
Il vuoto che avvantaggia le mafie e le sottoculture violente
«Le organizzazioni criminali e i mercati illegali - aggiunge Contino - intercettano i bisogni relazionali, prima ancora che economici, offrono riconoscimento, status, appartenenza, sfruttano fragilità che non sono nate per caso, ma sono dentro precise condizioni sociali».
È necessario essere consapevoli. Perché? «Perché se non abbiamo consapevolezza di quello che abbiamo dentro – risponde la neuropsichiatra Olga Vicari – viviamo tutti come piloti automatici, per cui alle cose che incontro, agli eventi che vivo, più che agire io reagisco. Con il pilota automatico. Se ho paura certamente reagirò aggregandomi al gruppo. Le emozioni sono quelle che ci muovono, ma il problema è: verso dove? Io non sono fatto solo di inattività, ho anche un corpo, c'è tutta la sensorialità che può aiutarmi a capire dove andare. Quando queste parti sono dissociate diventiamo rabbiosi e violenti».
Iperconnessi nel deserto sociale
«Ai giovani - conclude Vicari - dico sempre: “Crescere significa comunque camminare da soli”. Se, però, rimaniamo nel deserto iperconnessi ai nostri cellulari, ma in realtà disconnessi emotivamente dagli altri, la paura diventerà angoscia, le emozioni ci prenderanno la testa, saremo invasi dal nostro mondo emotivo e non potremo gestirlo. Allora sarà il mondo emotivo che ci gestirà. Come connetterci in questo deserto? Cominciamo a non scappare dalle nostre emozioni, ma a chiedere e pretendere tutto».


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