L’Odissea di Nolan,
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Cultura | 26 luglio 2026
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L’Odissea spopola al cinema. Il film di Nolan riempie le sale (col concorso dell’aria condizionata) di questa torrida fine di luglio. Certo non si può pensare che gli appassionati corrano al cinema per vedere come va a finire. Quasi tutti conoscono la storia di Ulisse e dei suoi uomini anche perché questa storia ha la bella età di oltre 32 secoli. Ce n’è traccia, infatti, nella tradizione orale del XIII secolo avanti Cristo, prima di assumere forma scritta, probabilmente tra l'VIII e il VII secolo a.C., nel poema attribuito a Omero. Da allora la studiarono tutti: dai romani nella prima traduzione dal greco di Livio Andronico, fino ai banchi della scuola media, Ulisse non ci ha mai abbandonati. Ma è stata raccontata, nei secoli, in molti modi. E questo vale pure per il cinema.
Il viaggio di Odisseo (Ulisse) verso Itaca, dal punto di vista cinematografico, assegna un primato all’Italia. Ecco “L’Odissea” di Giuseppe De Liguoro, film muto di 44 minuti del 1911. Nel 1954 Mario Camerini gira “Ulisse” con Kirk Douglas e Silvana Mangano (Penelope e Circe); nel 1968 è la volta della famosissima miniserie della Rai “Odissea” di Franco Rossi con Bekim Fehimu e Irene Papas. Poi altre produzioni minori con almeno altre tre opere. Per non parlare di film liberamente ispirati alla storia dei Viaggio come “Il disprezzo” di Godard (1965), “il ritorno di Ringo” di Duccio Tessari (1965) e “Fratello dove sei?” dei fratelli Coen (2000). Tutto ciò per essere certi di una cosa: la gente sa. Ma veniamo a Nolan.
Il regista ha raccontato di avere scritto una storia d’amore, quella di un uomo che vuol tornare non tanto a Itaca ma da sua moglie e da un figlio che quasi non conosce. Ben diverso dall’Ulisse che la maggior parte degli autori importanti ha voluto raccontare: l’uomo bruciato dalla curiosità, quello che vede le Colonne d’Ercole come un limite esistenziale da superare per vedere l’Oltre. È l’Ulisse di Dante che lo condanna all’Inferno quando dice ai suoi uomini: “Considerate la vostra semenza. Nati non fummo a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza”. Ulisse, lo scaltro, l’uomo del Cavallo di Troia, il soldato senza etica in nome di Agamennone che, dopotutto, è un marito cornuto. Ulisse che non vuole tornare ma fare un viaggio che non è più uno strumento ma un fine. Vivere per raccontarla, come avrebbe detto ai tempi nostri Gabriel Garcia Marquez.
Ma per Nolan il viaggio è il luogo della formazione, la presa d’atto di una coscienza sporca, dove il nemico non è il Ciclope, non sono Scilla e Cariddi e nemmeno la maga Circe. Il nemico vero è la guerra, la sua capacità di alterare la coscienza, di “aggiustare” la morale. Quindi Ulisse resta preso da un’ansiosa curiosità, uno che si fa legare per sentire il canto delle Sirene senza finirne vittima, ma che potrebbe restare a mangiare insalatine di fior di loto obnubilanti e trascorrere notti d’amore all’antica con la bella Calipso. E invece vuole tornare. Per amore, per vendetta, per dichiarare nel momento del ritorno qual è stato il prezzo del viaggio come ricerca e recupero di identità e come è stato pagato. L’amata Penelope che cerca di resistere ai Proci, infingardi e scialacquatori, ci fa riflettere sui Proci attorno a noi, sui nani e le ballerine traversati da eroi e statisti, millantatori del consenso popolare usato contro il popolo. Beh, Nolan non la manda a dire. La dice come ha fatto nei suoi altri film che sul piano etico ci mettono di fronte al grande tema dell’Illuminismo: il sonno della Ragione, genera mostri”. Forse è per questo che, dopo tremila anni, continuiamo ad andare al cinema per vedere un uomo che cerca soltanto di tornare a casa. Perché quel viaggio, in fondo, è ancora il nostro.
 di Daniele Billitteri

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