Meriti non ripagati, perché la fuga dei giovani
Società | 19 gennaio 2026
Salari poco competitivi, inadeguato investimento nella formazione universitaria e nella ricerca, percorsi professionali scarsamente dinamici. E, di conseguenza, una crescente mobilità dei giovani più qualificati verso l’estero. A lasciare l’Italia è quasi un laureato su dieci, con incidenze maggiori tra ingegneri e informatici, figure professionali che scarseggiano sempre più nelle nostre imprese e che non si riesce neanche ad attirare dall’estero. La fuga dei cervelli, che non risparmia neanche le regioni del Nord del Paese, ha dunque ragioni tutt’altro che insensate. Basti pensare che in Germania un giovane laureato guadagna in media l’80 per cento in più dei coetanei italiani, mentre il differenziale rispetto alla Francia è del 30 per cento.
Oltre alle differenze retributive, la perdita del capitale umano, che costituisce un danno per la crescita del Paese, è da ricondurre a un insufficiente impiego di risorse in ambito universitario come sottolineato da Fabio Panetta, governatore della Banca d’Italia, in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico dell’università di Messina lo scorso 15 gennaio. All’istruzione è destinato meno del 4 per cento del Pil italiano, quasi un punto in meno della media dell’Unione europea, e tale percentuale rappresenta il livello più basso tra le principali economie della zona euro. Il problema delle insufficienti risorse riguarda soprattutto la formazione universitaria dal momento che l’Italia è l’unico grande Paese europeo in cui la spesa pubblica per studente universitario è considerevolmente inferiore a quella destinata alla scuola superiore. Al contrario, ha puntualizzato Panetta, «negli altri Paesi l’investimento per studente cresce con il livello di istruzione». A incidere sulla scelta di lasciare l’Italia è anche «la ricerca di ambienti di lavoro in cui il merito sia pienamente riconosciuto attraverso contratti stabili, impieghi coerenti con le competenze e percorsi di carriera più dinamici». Un mondo del lavoro, dunque, lontano da quello spesso offerto in Italia fatto di carriere lente, merito poco riconosciuto e lavoro precario e mal pagato. Anche la preferenza per contesti sociali considerati più attrattivi e la curiosità verso stili di vita diversi da quelli dei territori di origine spiegano la fuga all’estero. E questa perdita di capitale umano non è compensata neanche dall’arrivo di giovani stranieri con un analogo livello di qualificazione. L’Italia, infatti, tra i principali Paesi è quello che attira meno immigrati laureati. «In un contesto in cui la competizione globale per attrarre talenti è divenuta intensa, questo rappresenta un ulteriore elemento di fragilità», ha sottolineato l’economista.
«Formare i giovani - suggerisce il governatore della Banca d’Italia - è un investimento ad alto rendimento per la società. Un’ampia letteratura teorica indica che livelli più elevati di capitale umano accrescono il potenziale di sviluppo di un’economia. Le evidenze empiriche confermano che i Paesi in cui l’istruzione della popolazione progredisce più rapidamente registrano tassi di crescita più elevati». Inoltre, Panetta fa notare che il progresso delle società contemporanee si fonda su una «combinazione di conoscenza e innovazione», ambiti in cui l’università svolge un ruolo cruciale. Un aumento delle risorse destinate alla formazione universitaria rafforzerebbe «la qualità del sistema, valorizzando le elevate competenze già presenti negli atenei, potenziando il trasferimento tecnologico e creando condizioni più favorevoli allo sviluppo di imprese innovative e all’attrazione di ricercatori e docenti di profilo internazionale». Pertanto, senza investimenti in innovazione e capitale umano, l’Italia rischia di non poter competere nel mercato globale.
di Alida Federico
Oltre alle differenze retributive, la perdita del capitale umano, che costituisce un danno per la crescita del Paese, è da ricondurre a un insufficiente impiego di risorse in ambito universitario come sottolineato da Fabio Panetta, governatore della Banca d’Italia, in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico dell’università di Messina lo scorso 15 gennaio. All’istruzione è destinato meno del 4 per cento del Pil italiano, quasi un punto in meno della media dell’Unione europea, e tale percentuale rappresenta il livello più basso tra le principali economie della zona euro. Il problema delle insufficienti risorse riguarda soprattutto la formazione universitaria dal momento che l’Italia è l’unico grande Paese europeo in cui la spesa pubblica per studente universitario è considerevolmente inferiore a quella destinata alla scuola superiore. Al contrario, ha puntualizzato Panetta, «negli altri Paesi l’investimento per studente cresce con il livello di istruzione». A incidere sulla scelta di lasciare l’Italia è anche «la ricerca di ambienti di lavoro in cui il merito sia pienamente riconosciuto attraverso contratti stabili, impieghi coerenti con le competenze e percorsi di carriera più dinamici». Un mondo del lavoro, dunque, lontano da quello spesso offerto in Italia fatto di carriere lente, merito poco riconosciuto e lavoro precario e mal pagato. Anche la preferenza per contesti sociali considerati più attrattivi e la curiosità verso stili di vita diversi da quelli dei territori di origine spiegano la fuga all’estero. E questa perdita di capitale umano non è compensata neanche dall’arrivo di giovani stranieri con un analogo livello di qualificazione. L’Italia, infatti, tra i principali Paesi è quello che attira meno immigrati laureati. «In un contesto in cui la competizione globale per attrarre talenti è divenuta intensa, questo rappresenta un ulteriore elemento di fragilità», ha sottolineato l’economista.
«Formare i giovani - suggerisce il governatore della Banca d’Italia - è un investimento ad alto rendimento per la società. Un’ampia letteratura teorica indica che livelli più elevati di capitale umano accrescono il potenziale di sviluppo di un’economia. Le evidenze empiriche confermano che i Paesi in cui l’istruzione della popolazione progredisce più rapidamente registrano tassi di crescita più elevati». Inoltre, Panetta fa notare che il progresso delle società contemporanee si fonda su una «combinazione di conoscenza e innovazione», ambiti in cui l’università svolge un ruolo cruciale. Un aumento delle risorse destinate alla formazione universitaria rafforzerebbe «la qualità del sistema, valorizzando le elevate competenze già presenti negli atenei, potenziando il trasferimento tecnologico e creando condizioni più favorevoli allo sviluppo di imprese innovative e all’attrazione di ricercatori e docenti di profilo internazionale». Pertanto, senza investimenti in innovazione e capitale umano, l’Italia rischia di non poter competere nel mercato globale.
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