Natale, un po' di rabbia
e tanta speranza
nella cesta degli auguri
Società | 25 dicembre 2024

C’è questo paradigma del bambino povero che nasce nella stalla. Niente pompe di calore, nemmeno un vecchio tronco che brucia in un bidone rottamato. Asino e Bue, altri due esempi: l’umiltà e la saggezza. Una mamma nubile, un padre in affitto, una stella che passa e si ferma ad illuminare questa cartolina mentre arrivano, potenti ma redenti, i re magi che portano doni. E il bimbo, a ragione, già riflette: timeo Danaos et dona ferentes, temo i Danai e i doni che portano. Perché dei potenti non c’è da fidarsi. Nemmeno quando dicono di essersi redenti. Ci sarà un motivo per cui questa vicenda minimalista resiste da oltre duemila anni. Potenza della narrazione.
Non è un caso che in una gran parte di questo pianeta si approfitta di questo momento per scambiarsi gli auguri al di là della formale abitudine.
In questi auguri infiliamo tutto quello che abbiamo: affetto, distrazione, formalismo, amicizia, superficialità, considerazione, ipocrisia, falsità, attenzione, contraddizione, disponibilità. Per Natale ci auguriamo di essere sereni, se stiamo male, di stare meglio, di guarire. Non ricorriamo alla felicità sgargiante e nemmeno al nitrito arrogante del vincitore. A chi vogliamo bene auguriamo semplicemente di stare in salute, di non vedere minacciosi cumulo nembi nel cielo, di guardare all’’orizzonte a Levante dove sorge il sole e non a Ponente dove tramonta. Siamo un bancomat di sorrisi che dà solo i tagli più spendibili e li mette sul grande conto dell’affetto.
Il pensiero più bello è che noi tutti si possa sorridere al passato, al presente e al futuro senza che, insieme noi e voi tutti, si perda di vista il resto del mondo dove questo non si riesce a fare e c’è chi soffre. Che questo mondo esiste, non bisogna dimenticarlo sperando che ci induca non alla tristezza ma alla rabbia. Se proprio non riusciamo ad allargare le braccia, almeno serriamo i pugni. Buon Natale.
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