Battaglia di "liberazione" per ripensare lo Zen

Società | 19 gennaio 2026
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La Chiesa e l’associazionismo laico hanno dato un esempio lodevole di reazione alla ormai lunga scia di violenza e di sangue a Palermo. La città sembra avere risposto positivamente. Appoggiare fino in fondo questo tentativo generoso è il minimo che si possa fare.
Non so spiegarmi come sia potuto succedere che a Capodanno, nella notte dei botti per eccellenza, e purtroppo tradizionalmente non solo quelli, lo Zen e la chiesa dello Zen, luogo simbolo della resistenza del quartiere e della città, siano rimasti sguarniti. Quella chiesa è la roccaforte della città che si batte contro mafia e violenza, è il presidio democratico dello Zen, e va difesa. L’attacco alla chiesa è il massimo della irrisione nei confronti di tutti noi.
Lo Zen 2 è, oggi come quando fu occupato, sempre più una zona franca dove si possono nascondere tranquillamente armi e droga e dove la legge non esiste; dove si può risiedere anche se si è latitanti oppure trovare un porto sicuro dopo le razzìe o depositare refurtiva di ogni genere. E dove tanti cittadini sono assoggettati dai violenti e chiedono un aiuto a tutti noi. Ci sono delinquenti pronti al “grande salto” in Cosa Nostra e cittadini oppressi che dobbiamo essere in grado di aiutare. È una battaglia di liberazione, per lo Zen e per Palermo. Questa è la posta in gioco.
La domanda è: come ed a quali condizioni si può invertire questa situazione? Nessuna banalizzazione, siamo di fronte ad un tema delicato e complesso.
Una domanda intanto: Palermo non ha nulla da chiedere al governo nazionale ed a quello regionale? Siamo certi che non ci sia bisogno di ripensare il rapporto di quel quartiere con la città? Che non si debba osare nell’azione di integrazione? Il governo nazionale, questo mi sembra il punto, non ha fin qui dimostrato la stessa attenzione di quella posta per Caivano, mentre Palermo e la Sicilia hanno rinunciato ad avanzare una proposta complessiva per recuperare alla vita civile lo Zen 2. Basta ripulire lo Zen da rifiuti e carcasse d’auto, piuttosto che vigiliare sugli scarichi abusivi? Sarebbe già importante e non lo sottovaluto. Ma la portata degli interventi necessari va ben oltre e deve vedere impegnate tutte le Istituzioni, non solo quella locale. Su tutti credo che vada messo in chiaro definitivamente, dopo oltre 40 anni, il superamento della “tragedia urbanistica” e la situazione abitativa. Ripensare il modello dello Zen 2, riconoscere la residenza, infrastrutturare, avere certezze su chi vive e chi no allo Zen è necessario. Lo Zen deve avere la stessa dignità degli altri quartieri e dalla sua definitiva riqualificazione passa la lotta alla droga, alla violenza ed alla criminalità organizzata. Non ci sono scorciatoie. Palermo non è oggi una città sicura e c’è bisogno di un nuovo progetto e le periferie, non più il centro, ne sono il cuore. Bisogna averne consapevolezza. L’economia pur fragile del turismo, seppure caotica ed a basso costo, rischia di franare a causa della violenza. Il danno, dunque, riguarda tutti, nessuno escluso.
Credo sia il tempo di costruire un programma straordinario per le periferie e per lo Zen, visto che quelli ordinari hanno fallito. Mi verrebbe da dire, se la parola non fosse sospetta, speciale. Un accordo su un programma da condividere in un confronto delle forze sociali con il Comune di Palermo e da presentare ai governi nazionale e regionale, in cui tutti possano riconoscersi. E fare confluire risorse pubbliche e private su quell’area. Insomma, fare programmazione, parola in disuso ma credo efficace ancora oggi. E chiedere a fondazioni ed enti, pubblici e privati, di partecipare per riprogettare e reinventare gli spazi delle nostre periferie, a partire dallo Zen 2. Insomma, un processo partecipativo ed una analisi realistica con proposte che non vivano solo sui giornali o sui nuovi media, ma anche nella realtà e vengano percepiti come utili dagli abitanti. E, dunque, aprire un confronto con il governo nazionale. Non so se sia oggi anacronistico parlare di un decreto Palermo, ma è necessario dare il senso di un cambio di interventi e di modello. Dopo i cartelli inneggianti la mafia e Ciancimino degli anni ’80, lo Stato rispose con il dl 24 e il “decreto Sicilia”; ed il Comune avviò la municipalizzazione delle strade, delle fogne e dell’illuminazione pubblica per spezzare un clima davvero tossico dell’infiltrazione mafiosa nel tessuto sociale. Insomma, si tentò una risposta di risanamento sociale.
Ed oggi quale deve essere la risposta?
I fatti gravi e complessi hanno bisogno di risposte altrettanto gravi e complesse. Eluderli ancora sarebbe sbagliato.
Da Repubblica / Palermo del 16 gennaio 2026
 di Emilio Miceli

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